L’inchiesta sulla cooperazione

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 03/12/1921

L’inchiesta sulla cooperazione

«Corriere della Sera», 3 dicembre 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 462-466

 

 

 

All’ordine del giorno del senato era iscritta una interrogazione del sen. Carlo Ferraris «per sapere se si intenda pubblicare sollecitamente l’elenco nominativo delle società cooperative sussidiate dall’Istituto nazionale di credito per la cooperazione». Il sen. Ferraris aveva fatto la sua richiesta fin dal 5 aprile: ben prima dunque che si iniziasse sui giornali romani una vivacissima polemica fra il dott. Preziosi da un lato e l’on. Vergnanini dall’altro in accusa e difesa della cooperazione rossa; e, sinora, la sua richiesta, assai moderata nella sostanza e nella forma, è quella che meglio addita quale sia il vero dovere del governo di fronte ai contribuenti ed al pubblico.

 

 

Qui non si vuole entrare nella questione preliminare: se giovi alla cooperazione ed all’elevamento delle classi operaie e contadine per mezzo della cooperazione l’aiuto pecuniario fornito dallo stato. Probabilmente le esperienze fatte sinora all’estero ed in Italia, col confronto fra le cooperative libere e quelle sussidiate, provano che più grandi, più benefici, più realmente rinnovatori furono i risultati raggiunti dalle prime. Tuttavia, poiché bisogna sempre essere pronti ad ascoltare la voce della verità, anche se questa è una verità diversa dall’antica, la nuova esperienza che si va facendo in Italia può forse dimostrare che l’intervento integratore dello stato ha prodotto risultati utili e siffattamente importanti da compensare i sacrifici a cui la collettività si è dovuta sobbarcare.

 

 

Questa dimostrazione è tanto più necessaria, in quanto ogni giorno si presentano al parlamento proposte con le quali direttamente od indirettamente si concedono aiuti alle cooperative; e da molti uomini di stato, come l’on. Giolitti (il suo ex ministro del lavoro, on. Labriola, non dichiarò forse che i 300 milioni dell’Istituto di inedito per la cooperazione erano pochi e che bisognava presto giungere almeno sino al miliardo?), si considera la cooperazione come il segreto della soluzione dell’odierno problema sociale. Il metodo sperimentale in politica ed in economia consiglia a non dire né sì né no; difficilissima cosa essendo il profetare, specialmente quando si disputa intorno ad una parola, «la cooperazione», mal definita, dai contorni incerti e di cui scienziati di primissimo ordine non riescono ad avvertire alcun carattere differenziale da altre parole come «il capitalismo» e simili. Fatto un passo, cosa ottima sarebbe, prima di farne un secondo, guardarsi indietro e vedere dove il primo ci abbia condotti, per giudicare se si debba tornare indietro, andare avanti difilato o piegare a dritta o a manca. Molte son le cose che sarebbe utile sapere, e forse l’elenco delle cooperative sussidiate dall’Istituto nazionale delle cooperative, voluto dall’on. Ferraris, non sarebbe sufficiente. Perché non aggiungervi l’elenco di tutte quelle altre cooperative le quali ebbero sussidi od aiuti a carico di altri bilanci pubblici (ministeri, aziende autonome, ecc.) o furono favorite con esenzioni da imposte o da concessioni di mutui a condizioni di favore o da appalti di opere o lavori sia in concorrenza con privati impresari, sia a trattative private od in qualunque altra maniera?

 

 

Fatto l’elenco, saremmo a malapena al principio; poiché esso non ci direbbe nulla intorno agli scopi voluti e raggiunti dalle cooperative, ai costi per la collettività, alla composizione delle classi beneficate. Chi sono gli amministratori? Come è remunerata l’opera loro? Quanto tempo essi vi dedicano? Quanti e chi sono i soci? Tutti i soci partecipano ai vantaggi ed ai sacrifici delle cooperative; se non tutti, come sono scelti i partecipanti e quanti sono? La cooperativa dà lavoro ad operai avventizi ed a quali condizioni? Che proporzione vi è tra soci ed avventizi? Come si chiudono, per una serie di anni, i bilanci delle cooperative, con utile, con perdita? Ci sono fallimenti ed a quali cause dovuti? A chi e come sono distribuiti gli utili? Quali aiuti riuscirono vantaggiosi e quali dannosi alla cooperazione?

 

 

Queste sono soltanto alcune delle domande a cui sarebbe interessante poter rispondere; ed esse acquisterebbero grande significato, se potesse compiersi una analoga inchiesta anche fra le cooperative che nulla mai chiesero allo stato, vivendo di vita propria. Il paragone tra i due tipi gioverebbe assai a saggiare la applicabilità all’Italia della conclusione a cui molti studiosi erano arrivati: essere i sussidi pecuniari dello stato cagione di effimere creazioni cooperativistiche, fungaia sorta al solo scopo di profittare della pioggia benefica e destinata a scomparire col ritorno della siccità; essere cagione di ben più vivace e permanente sviluppo cooperativistico la fede salda negli apostoli, la volontà di sacrificio, l’abnegazione dei soci; quelle sole cooperative aver prosperato ed aver compiuto cose meravigliose, le quali trassero ragion di vita dalle proprie virtù di sacrificio e di lavoro. Può darsi che, per certi strati sociali, l’aiuto dello stato giovi a far superare le difficoltà iniziali, a far passare al di là del punto morto, che occorre girare per essere capaci di vivere di vita indipendente. Se così è, perché non mettere in luce le ragioni ed i limiti dell’intervento dello stato? E qual criterio di giudizio trovare fuor della constatazione di quel che accadde effettivamente tra noi, nel nostro presente clima storico?

 

 

Perciò l’indagine ordinata dal ministro Beneduce ad una commissione ministeriale composta in prevalenza di funzionari non soddisfa. Occorre un’indagine, od inchiesta, come si voglia chiamarla, compiuta da uomini indipendenti e periti – parlamentari o no, e meglio se meno intinti di partigianesimo politico -, la quale raccolga materiali, interroghi a viva voce, si rechi sui luoghi e tutto pubblichi, gli interrogatori stenografati, i dati, i bilanci, le cose viste. I cooperatori spesso si lagnano che gli studiosi trascurino le opere colossali di bonifica e di trasformazione agricola da essi compiute nel ferrarese, nel ravennate ed in altre parti ancora d’Italia. Ma come possono singoli uomini, privi di autorità e di mezzi, compiere da soli indagini così complesse, seppure così interessanti? Per potere ammirare o condannare a ragion veduta, bisogna prima conoscere i fatti, tutti i fatti; e ciò può solo aversi per mezzo di una indagine compiuta da uomini indipendenti, imparziali e muniti di mezzi e di poteri adeguati.

 

 

Nella polemica Preziosi-Vergnanini è venuto fuori un punto di ritorsione, che importa rilevare.

 

 

«Sta bene l’inchiesta – si dice da parte cooperativa -; ma questa non deve essere limitata ai denari forniti dallo stato alle sole cooperative. Noi dimostreremo che ben più lo stato ha dato al capitalismo, agli industriali, agli sfruttatori del proletariato. Noi cooperatori abbiamo avuto alcune poche briciole cadute dalla mensa del ricco epulone capitalistico».

 

 

La ritorsione è giusta; ed i cooperatori sono nel pieno diritto di metterla innanzi. Ad una condizione però: che essa non serva a giustificare il furterello del ladruncolo con la rapina grossa del ladro di grande stile. In uno scritto dell’ex ministro già una volta ricordato si lesse con stupefazione dei lettori questo ragionamento: «I capitalisti ricevono molti miliardi dagli istituti di credito fondiario e dalla Banca d’Italia; qual male vi è che i cooperatori ricevano un miliardetto solo dall’Istituto di credito della cooperazione?» Lasciamo star da parte la differenza che gli istituti di credito fondiario e gli istituti di emissione sopportano le eventuali perdite dei mutui fatti ai proprietari, ai commercianti, ecc., con il patrimonio proprio e con quello dei proprii azionisti, mentre le perdite dell’Istituto nazionale della cooperazione sono in buona sostanza quasi esclusivamente perdite dello stato. Ma bisogna riconoscere che in molti casi – come coi dazi doganali, con i sussidi alla marina mercantile, con i sussidi a ferrovie private, ecc. ecc. – il tesoro dello stato interviene ad aiutare l’industria privata con denari dei contribuenti. Ed è certo che lo stato fa malissimo a sprecare così il deposito sacro che i contribuenti gli hanno affidato per conseguire fini di pubblica utilità. Qui abbiamo già un materiale amplissimo di giudizio per concludere che, nella grandissima maggioranza dei casi, trattasi di una vera e propria dilapidazione del pubblico denaro, contro di cui bisogna combattere. Da anni si conduce in queste colonne una campagna per ridurre la protezione doganale, i sussidi alla marina mercantile e le altre specie di aiuti alle industrie a quei pochi casi, ben definiti e ben noti, in cui l’integrazione statale è utile nell’interesse collettivo. Da anni si predica che gli industriali fanno il proprio danno, e gravissimo danno, chiedendo aiuti allo stato; e si soggiunge che se essi non vogliono imparare di buona voglia questa elementare verità, bisogna farla loro imparare per forza, abolendo gli aiuti statali e lasciando senza misericordia fallire coloro i quali non sono capaci di reggersi da sé.

 

 

Dinanzi al problema degli aiuti statali alla cooperazione, l’indagine si impone perché non siamo ancora dinanzi alla cosa giudicata. Per i sussidi ed aiuti all’industria è cosa giudicata che quasi sempre sono dannosi al’industria stessa e nocivi all’universale. Per i sussidi alle cooperative bisogna lasciare agli accusati il beneficio del dubbio insino al giorno in cui una indagine ampia, pubblica, fatta sui luoghi ed in contraddittorio da uomini imparziali, non fornisca gli elementi del giudizio. I cooperatori farebbero tuttavia bene a non usare troppo l’arma della ritorsione; poiché il pubblico sarebbe altrimenti tratto per forza a concludere che, come è pessima e disperata la causa dei falsi capitalisti clamanti aiuto dallo stato, così pessima e disperata è la causa dei cooperatori.

 

 

Nella seduta del senato del 29 novembre il ministro del lavoro, on. Beneduce, ha risposto all’interrogazione dell’on. Carlo Ferraris presentando un elenco da tempo pubblicato delle cooperative clienti dell’Istituto nazionale di credito per la cooperazione. Trattasi però d’un semplice elenco, nudo e crudo, di 1.338 nomi di cooperative. Il sen. Carlo Ferraris ha osservato giustamente che esso dovrebbe, almeno, essere integrato con la indicazione di quelle tra le 5.764 cooperative affiliate a consorzi, che possono essere clienti dell’Istituto non direttamente, ma attraverso ai consorzi.

 

 

Tuttavia, anche se l’elenco sarà integrato, esso rimarrà privo di significato, finché non si abbiano le altre notizie a cui si accenna nell’articolo e che solo da un’inchiesta possono scaturire. Il ministro del lavoro ha promesso che la commissione o le due commissioni da lui nominate – una di ispezione all’Istituto e l’altra di revisione delle cooperative di produzione e di lavoro – faranno ampia luce. Speriamolo. Perché ciò accada, fa d’uopo che l’indagine non si limiti a talune specie di cooperative, sia pubblica, fatta in contraddittorio, sui luoghi e con un programma esauriente.

 

 

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