L’inganno dei compensi

Tratto da:

L’Unità

Data di pubblicazione: 15/06/1918

L’inganno dei compensi

«L’Unità», 15 giugno 1918

 

 

 

Luigi Einaudi ha pubblicato sull’Avvenire delle Puglie di Bari un articolo sul problema doganale, di cui crediamo necessario riprodurre le parti più interessanti per farle circolare in un pubblico più ampio e più vario. I protezionisti si sono procurato, anche in Bari, un organo di propaganda in un giornaletto, che vive di diffamazioni. Ma la grande maggioranza dei giornali locali, stretti intorno alla Camera di commercio, mantiene un atteggiamento ostile alle manovre protezioniste della Commissione reale e del Comitato per le tariffe. Solamente, noi vorremmo che la Camera di commercio e i giornali pugliesi cominciassero a stringere i panni addosso ai deputati. Non basta pubblicare articoli come questo dell’Einaudi o votare ordini del giorno genericamente antiprotezionisti. Bisogna obbligare i deputati a prendere posizione apertamente e ad assumersi senza equivoci le loro responsabilità.

 

 

Non si osa, in verità, dire che il Mezzogiorno esportatore di vino, uve, agrumi, frutta, ecc. debba essere avvantaggiato da una politica la quale provocherebbe indubbie rappresaglie dai mercati europei, che prima della guerra assorbivano buona parte dei nostri prodotti; ma poiché si pretende che quella politica sarebbe indubbiamente utile al paese nel complesso, si afferma che il Mezzogiorno troverebbe un bastevole risarcimento nelle migliorate vendite nelle province del nord d’Italia, in lavori pubblici ad esso largiti con abbondanza speciale, in agevolazioni ferroviarie e marittime.

 

 

Ora io ritengo che il Mezzogiorno sia concorde nel respingere la politica dei compensi, che equivalgono ad elemosine. È la politica che ha inquinato per tanti anni la vita pubblica italiana, che ha reso, per miserabili concessioni elettorali, tanti rappresentanti pronti a passar sopra ai grandi interessi nazionali.

 

 

Questa politica corruttrice deve avere termine.

 

 

Se il Mezzogiorno ha diritto ad una certa quota parte di lavori pubblici, e se questi sono veramente utili al progresso economico del paese, fa d’uopo compierli senza verun riferimento a compensi doganali. Il rimboschimento dell’Appennino, l’imbrigliamento delle acque nel monte, la costruzione di laghi artificiali, la lotta contro le paludi e la malaria, le bonifiche, le irrigazioni, le utilizzazioni delle cadute d’acqua, tutto ciò il Mezzogiorno ha diritto di avere senza fare in cambio alcuna concessione nel trattamento doganale dei propri prodotti esportati all’estero. Il diritto del Mezzogiorno è condizionato esclusivamente alle possibilità finanziarie dello Stato, al costo dei prestiti pubblici, alla convenienza di distribuire equamente i lavori pubblici sul territorio nazionale, in guisa da spingere al massimo la ricchezza del paese.

 

 

Del pari, se è utile adottare tariffe ferroviarie e marittime di penetrazione a favore dei prodotti meridionali nelle province del nord, quelle tariffe debbono essere adottate incondizionatamente. Sono dannose le tariffe le quali non danno all’erario nemmeno il rimborso del costo vivo del trasporto; né i consumatori del nord od i produttori del sud debbono volere l’elemosina fatta dai contribuenti. Ma se la tariffe speciali, più basse di quelle generali – s’intende che prima della guerra, quando tutti i costi e i prezzi erano più bassi, la tariffa generale poteva essere di 10, mentre oggi, in mutate condizioni, è di 20; e la tariffa sarà speciale o di penetrazione quando stia, rispettivamente, al di sotto di 10 o di 20 – sono possibili ed utili nell’interesse generale, il Mezzogiorno deve averle senza dar nulla in cambio.

 

 

Sarebbe immorale che noi settentrionali dicessimo ai produttori meridionali: noi consentiamo a consumare i vostri vini, le vostra frutta, i vostri agrumi, e vi daremo all’uopo tariffe di favore, irrigazioni, opere pubbliche, strade, ecc., ecc., purché voi consentiate a trattati di commercio in conseguenza dei quali i vostri prodotti saranno esclusi da certi mercati stranieri. Perché la nostra sarebbe una carità pelosa. Noi avremmo l’aria di comprare da voi i vostri prodotti a buoni prezzi e di regalarvi per giunta lavori pubblici; mentre in verità vi impediremmo di vendere altrove i vostri prodotti a prezzi ancor migliori e vi costringeremmo a comprare da noi prodotti industriali a prezzi più alti di quelli che paghereste se li compraste dall’estero.

 

 

Questa non è, no, solidarietà fra nord e sud; è discordia civile, funesta e deleteria. La vera solidarietà si ha quando ogni regione ha il suo, non è asservita agli interessi altrui, e riceve dallo Stato quanto le occorre per spingere al massimo le proprie energie.

 

 

I protezionisti vorrebbero che i meridionali stendessero a noi settentrionali la mano per ottenere, a guisa di favore, quei mercati per i loro prodotti, che essi invece hanno ottenuto ed amplieranno di buon diritto, perché e se i loro prodotti saranno migliori dei prodotti concorrenti. Vorrebbero che essi ricevessero per favore quei rimboschimenti e quei lavori che, se utili al paese, essi hanno diritto di ottenere dallo Stato.

 

 

Tutte queste sono diversioni, sono falsificazioni della verità. La verità è che una politica protezionista è – salvo casi particolarissimi, che bisogna chiarire e discutere bene ed apertamente è dannosa al nord ed al sud d’Italia; che tutte le parti d’Italia sono solidali nel desiderare la politica della porta aperta.

 

 

La lotta economica è, come ben disse il Wilson, parte della lotta più ampia che si combatte sui campi di battaglia. Chi nega che, in sé stessa considerata, la guerra sia un danno economico per le ricchezze distrutte ed un sacrificio morale, per le vite prematuramente falciate? Tuttavia poiché la guerra è un mezzo per raggiungere il fine nobile, ideale di definitiva conquista dell’indipendenza e dell’unità, gli italiani volenterosamente sopportano quei danni e quei sacrifici, e più ne sopporterebbero, se fosse necessario.

 

 

Così è della guerra doganale, che si aggiunge alla guerra bellica e può essere arma potentissima per ridurre alla ragione il nemico.

 

 

Noi ben sappiamo che lo stabilire dazi contro le merci dei paesi oggi nemici sarà un danno per noi, per gli Italiani del nord come per quelli del sud; ma siamo pronti ad assoggettarci a questo danno, anche per anni, anche per decenni, perché siamo convinti che in tal modo noi arrecheremmo un danno ancor maggiore al nemico; perché, con Wilson, noi riteniamo che la minaccia di impugnar quest’arma economica, insieme con la valida resistenza dei nostri eserciti, sia un valido mezzo per indurre il nemico alla pace giusta.

 

 

Ciò che è intollerabile è che si osi far passare la guerra doganale come un beneficio arrecato a noi stessi. La tesi è un errore economico; ma è, nel momento presente, altresì un errore politico. Qual merito vi sarebbe a combattere, se si fosse sicuri di non andare incontro a sacrificio di vite e se qualche benefico patrono pagasse tutte le spese della guerra? Un popolo il quale pretendesse di far la guerra solo dopo essere spesato di tutto e garantito contro i rischi di morte, sarebbe un popolo poltrone, indegno dell’indipendenza. Così è della battaglia economica. Noi sappiamo che i dazi economici son un’arma che ferisce chi l’impugna; ma siamo decisi ad impugnarla perché valutiamo assai di più beni morali dell’indipendenza e dell’unità.

 

 

Su questo terreno, Settentrione e Mezzogiorno sono solidali. Non si discute più quando si tratta di combattere il nemico. Ma quando il fine sia raggiunto, quando la pace giusta sia ottenuta, si deve tornare a ragionare ed a discutere economicamente. I protezionisti vorrebbero confondere le due questioni; ed indurre gli italiani ad accogliere un inasprimento delle tariffe doganali, fingendo di servirsene contro la Germania ed in realtà lavorando a favore di interessi particolaristici italiani. Noi rispondiamo: sì, si minaccino e si attuino dazi di ritorsione contro la Germania proterva, contro essa ed i suoi soci se, dopo la pace, volessero continuare nei loro sistemi di sopraffazione politica. Su ciò non si discute, come non discuteremo intorno alle decine di miliardi che la guerra costò ed a quelli che ancor costerà.

 

 

Ma se ad una pace giusta si verrà, sia pace vera e non guerra prolungata. E sovratutto non ci si presentino sofismi per trasformare in vantaggio quello che è un danno economico, volentieri sopportato quando si voglia raggiungere un fine ideale, non tollerabile quando sia strumento di fini particolaristici.

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