Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

L’Inghilterra e i debiti interalleati

«Corriere della Sera», 12 dicembre 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 900-903

 

 

 

Le annunciate dichiarazioni del nuovo cancelliere dello scacchiere sono venute. Esse si riassumono nei seguenti punti fondamentali:

 

 

  • gli alleati, ossia la Francia e l’Italia, debbono rimborsare i debiti di guerra;
  • essi non debbono pagar nulla agli Stati uniti senza contemporaneamente fare un proporzionale pagamento all’Inghilterra;
  • la misura dei pagamenti da farsi deve essere uguale alla differenza fra ciò che l’Inghilterra riceverà dalla Germania e ciò che l’Inghilterra deve pagare agli Stati uniti.

 

 

Notiamo innanzitutto che la seconda condizione si può trovare in contraddizione con la terza. La differenza fra i 30 milioni di sterline dovuti dall’Inghilterra agli Stati uniti ed i 25 o 20 o 15 ricevuti dalla Germania è una quantità incerta e variabile la quale può non trovarsi in nessun rapporto con una somma proporzionale ai pagamenti che eventualmente Francia ed Italia intendessero fare agli Stati uniti. Sono termini eterogenei, uno dei quali è profondamente estraneo al diritto eventuale dei creditori verso i loro ex alleati ed è la solvibilità della Germania. Tutto è illogico in questo schema di pagamenti internazionali. L’Inghilterra viene con esso a riconoscere che Francia ed Italia dovrebbero essere liberate da qualunque obbligo quando la Germania le pagasse 30 milioni di sterline all’anno. È morale, è logico far dipendere i pagamenti dei compagni di guerra dalla solvibilità dell’antico nemico? La norma eventualmente incoraggia l’Inghilterra, più di quanto non accada già oggi, a chiudere gli occhi sulla mala volontà tedesca di pagare, perché, in caso di insolvenza, soccorrono i pagamenti franco – italiani. Può darsi che lo schema piaccia agli industriali britannici, e principalmente ai carbonai, allarmatissimi delle consegne tedesche di fossile all’Europa continentale; e il signor Churchill può forse aver creduto di aver trovato nello schema un’arma efficace per cattivarsi il favore del milione di minatori britannici. Ma, appunto perciò, lo schema è inaccettabile per la Francia e per l’Italia, Queste non intendono, neppure in minima parte, rendersi garanti verso l’Inghilterra del pagamento delle riparazioni tedesche; non intendono di sostituire la Germania nella figura aborrita di concorrente a buon mercato sui mercati inglesi per pagare riparazioni. Gli operai francesi ed italiani non hanno nessuna intenzione di lavorare lunghe ore in più per permettere all’operaio tedesco di ritornare agli antichi guadagni. Chi ha rotto, paghi, se e finché può; ma per qual motivo l’onere del pagare dovrebbe andare a cadere sui compagni d’arme, i quali hanno combattuto il medesimo nemico?

 

 

Se una connessione deve esistere fra riparazioni e debiti interalleati, è questa: che le nazioni debitrici Francia ed Italia debbono, dopo avere fronteggiato le spese della ricostruzione dei terreni invasi, obbligarsi a rinunciare al sovrappiù delle riparazioni ricevute a vantaggio dell’Inghilterra e degli Stati uniti. Ossia, il legame deve essere inverso a quello immaginato dal signor Churchill. Non una assurda ed immorale malleveria, ma una semplice girata dei pagamenti tedeschi eventualmente superiori alle indennità per i danneggiamenti diretti austro-tedeschi.

 

 

Ai principii esposti dal signor Churchill bisogna contrapporne altri, ugualmente netti ed intransigenti:

 

 

i pagamenti che uno dei paesi alleati si decide a fare non deve essere ritenuto un valido motivo per obbligare gli altri a fare altrettanto. L’Inghilterra si è indotta alla nota convenzione verso gli Stati uniti? Essa, nel far ciò, ha consultato le ragioni del suo interesse. Lo stesso signor Churchill ha posto in gran rilievo queste ragioni dominanti: «il consolidamento ha messo la Germania in una situazione straordinariamente buona. Essa ha riacquistato la sua indipendenza e la sua libertà e può guardare in faccia a chicchessia». L’Inghilterra non poteva a meno di regolare il problema, pagando, se voleva conservare a Londra la sua posizione preminente verso New York sul mercato monetario mondiale. Per la stessa ragione, l’Inghilterra fa ogni sforzo per spingere alla pari la sterlina. Per essa tutto ciò è questione di vita o di morte. Ma le ragioni britanniche di pagare non esistono per la Francia e l’Italia. Se essa ha inteso salvaguardare i suoi interessi presenti, anche le sue alleate continentali hanno diritto di fare altrettanto. I contribuenti britannici pagano un tributo di due scellini per lira sterlina, ben sapendo che essi ricuperano la somma spesa sotto forma di cresciuti traffici. Italia e Francia, se pagassero, non avrebbero altra meta, fuor di quella, insensata, di costringere i proprii lavoratori ad un allungamento della loro giornata di fatica.

 

 

Come potrebbero Francia ed Italia provvedere al pagamento dei debiti interalleati? Colla pretesa americana di non ridurre la cifra capitale e di consentire solo a qualche attenuazione di interesse e colla pretesa britannica di ottenere pagamenti proporzionali – cosa vuol dire proporzionali? – a quelli fatti all’America, l’Italia accettando di pagare, dovrebbe rassegnarsi ad un sacrificio di parecchie centinaia di milioni di lire-oro. C’è chi parla tranquillamente di un miliardo di lire-oro. La creazione di supero delle esportazioni sulle importazioni anche solo di uno o due miliardi di lire-carta è una impossibilità evidente. Il supero oggi esiste nel senso inverso. Importiamo quattro o cinque miliardi di più di quanto esportiamo. Come cambiare questa situazione di cose? Bisognerebbe che gli Stati uniti aprissero larghe le braccia ai nostri emigranti ed alle nostre merci. Ed invece la quota è ridotta a 4.000 emigranti all’anno e si scoraggiano gli italiani viventi nel nord America dal fare rimesse in patria. Ed invece ha vinto alle elezioni il partito repubblicano, il che significa mantenimento dell’attuale proibizionismo doganale. Finché durano queste tendenze anti – europee nella legislazione americana, il discorso dei debiti interalleati è un puro e semplice perditempo. Non possiamo pagare; e se lo potessimo, i creditori sarebbero i primi ad opporsi ferocemente a qualunque accettabile maniera di pagamento.

 

 

Bisogna rivedere il fondamento giuridico e morale dei debiti interalleati. Che questo fondamento sia debolissimo, lo dimostra lo stesso signor Churchill quando nel suo discorso ricorre ad argomentazioni estranee al tema: il sacrificio tributario dei contribuenti inglesi, il pagamento che l’Inghilterra fa agli Stati uniti, l’intenzione degli Stati uniti di farsi pagare dalla Francia e dall’Italia, il piano Dawes che rende tangibili le riparazioni tedesche ed allontana il pericolo della chiamata in atto della malleveria franco – italiana. Una causa difesa con queste argomentazioni indirette è causa perduta. Già dicemmo che l’Inghilterra sola è buon giudice delle ragioni per cui essa credette di aver interesse a pagare gli Stati uniti. Il sacrificio dei contribuenti inglesi fu superiore forse a quello dei contribuenti italiani? Eh! via, a chi lo si può far credere quando si pensi al diverso livello dei redditi e della ricchezza dei due paesi? Forseché, se gli Stati uniti stessero zitti, o se la Germania le pagasse tutti i 30 milioni di sterline, l’Inghilterra nulla reclamerebbe? Con ciò, l’Inghilterra ammette che la sua domanda in se stessa è priva di fondamento e trae la sua forza dalla forza degli altrui diritti.

 

 

Qual è dunque la forza morale la quale sola può giustificare un fatto così enorme come la tributarietà di una nazione verso altre? Nel caso della Germania, la forza morale era la colpa di aver scatenata la guerra e di avere inflitto indicibili danni agli assaliti. Il fondamento morale dei debiti interalleati sarebbe forse l’aiuto reciproco in tempo di guerra, lo sforzo comune per la medesima causa? Se così è, e si mettono in conto sacrifici e guadagni, la Francia e l’Italia sono certamente creditrici. Lo abbiamo dimostrato tante volte, che la ripetizione oggi ci pare superflua. La figura del «debito» è puramente formale. Fu un metodo tecnico, contabile conteggiare certe spese comuni. Riprendiamo pure i conti ed andiamo sino in fondo. Non certo l’Italia dovrà dolersi dei risultati del calcolo.

 

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