Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

L’inondazione dell’oro

«Corriere della Sera», 25-26 dicembre 1906

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 450-455

 

 

La questione monetaria sembra destinata ad essere il tormento perenne dei popoli moderni. Mezzo secolo fa la scoperta delle miniere d’oro della California e dell’Australia fece versare fiumi d’inchiostro agli economisti, i quali paventavano il deprezzamento della moneta aurea e il rialzo dei prezzi, e costrinse l’Italia insieme cogli altri paesi della lega latina, a ridurre il titolo di fino delle monete divisionarie d’argento, perché, in obbedienza all’antico adagio, «la moneta cattiva scaccia via la buona», l’oro rinvilito aveva finito col far scomparire dalla circolazione tutte le monete d’argento da una e due lire. Poi venne la volta dell’argento che per l’eccessiva produzione era caduto da 220 lire a 90 lire il chilogrammo e minacciava di inondare il mondo, mettendo in fuga l’oro. Lunga e titanica fu la lotta sostenuta dai partigiani dell’argento contro la tendenza universale degli stati, i quali, stanchi di queste continue alternative, uno dopo l’altro abbracciavano il monometallismo oro, riducendo l’argento alla funzione di moneta sussidiaria e fiduciaria per le piccole contrattazioni. L’ultimo grande episodio della lotta tra oro ed argento fu l’elezione presidenziale del 1896 negli Stati uniti d’America. L’eloquenza calda edimaginosa del Bryan non valse a salvare l’argento dalla disfatta suprema. Parve dopo d’allora che la questione monetaria fosse un problema d’altri tempi e che la generazioneattuale non avesse almeno ad essere testimone di nuovi interminabili dibattiti fra gli economisti e di nuove conferenze internazionali per regolare la vessata materia.

 

 

Purtroppo sembra che l’orizzonte monetario torni ad infoschirsi. Da qualche tempo, nelle più gravi riviste economiche e statistiche, un forte dubbio tormenta di nuovo gli economisti: quali saranno le conseguenze del grande incremento odierno della produzione dell’oro?

 

 

Che l’incremento vi sia e sia notabile, senza parallelo nella storia del mondo, è innegabile. Poche cifre bastano a dimostrarlo.

 

 

Produzione annua dell’oro in lire Incremento medio per anno in lire
1891-1895 (media)

815.000.000

1896-1900 (media)

1.285.000.000

95.000.000

1901

1.305.000.000

5.000.000

1902

1.485.000.000

180.000.000

1903

1.630.000.000

145.000.000

1904

1.735.000.000

105.000.000

1905

2.000.000.000

269.000.000

1906

2.250.000.000 (?)

250.000.000

 

 

Siamo dinanzi ad una vera fiumana di oro, la quale parte dalle miniere e si spande per la terra. Se dapprima la terra avidamente assorbe l’acqua fecondatrice e questa scompare senza lasciar traccia di sé, giunge alla fine il momento in cui l’acqua, non più assorbita, ristagna ed impaluda. Così è dell’oro. L’aumento verificatosi nella produzione, specie per la scoperta delle miniere del Transvaal, poté passare inosservato nei primi anni: ma è oggimai arrivato ad un tal punto che non può rimanere nascosto. In dieci anni lo stock aureo del mondo che era calcolato (al 1 novembre 1896) di lire 20.720.000.000, passò (al 1 gennaio 1906) a lire 37.435.000 con un aumento di lire 16.715.000.000, ossia di più dell’80%. Né la progressione accenna a scemare d’intensità. Mese per mese, dopo la fine della guerra, la produzione delle miniere del Transvaal aumenta visibilmente. Nel gennaio 1903 furono estratte 16.200 once d’oro; nel gennaio 1904 siamo a 19.400 once; nel gennaio 1905 a 32.500 once; nel gennaio 1906 a 43.300 once; e in settembre siamo arrivati a 48.400. Ogni due anni la produzione di quelle miniere raddoppia. Miniere d’oro si scoprono in tutte le parti del mondo; e quel che più monta si possono utilizzare. Dieci o quindici anni fa i proprietari di miniere non avevano convenienza ad estrarre l’oro, quando il contenuto di una tonnellata di minerale non giungeva almeno a 60 lire d’oro; adesso si possono lavorare minerali il cui contenuto in oro non supera 6,50 lire per tonnellata. Se si pensa che i minerali poveri sono assai più diffusi dei minerali ricchi, si comprende agevolmente come potente sia stata la spinta dei perfezionamenti tecnici a provocare la ricerca dei minerali aurei e l’incremento nella produzione d’oro. Sicché non può prevedersi ora un limite alla tendenza della fiumana aurea a crescere ed a straripare in proporzioni ognora più grandiose.

 

 

Poco male, si dirà. Se la quantità d’oro esistente nel mondo diventerà più grande, tutti potranno riuscire ad averne un po’ di più di prima e tutti saranno più ricchi. Conclusione spiccia; ma gli economisti, parecchi dei quali hanno la cattiva abitudine di fare i profeti (chi ricorda più le nere profezie fatte dagli economisti quando, intorno al 1850, cominciarono a giungere in Europa le prime notizie delle portentose miniere d’oro della California e dell’Australia), pretendono di vedere più in là.

 

 

Intanto una prima differenza vi è fra l’oro e le altre merci. Quando si produce molto grano, o cotone, o ferro, il prezzo ne rinvilisce; ed i produttori, che guadagnano meno, cercano di ridurre i loro affari finché alla lunga la crisi trova il suo rimedio nel restringimento della quantità prodotta. In ogni caso i danneggiati sono soltanto i produttori di grano, cotone o ferro. Invece l’oro, non può diminuire di prezzo, perché è esso stesso l’unità monetaria, in cui tutti i prezzi si esprimono. Una pezza d’oro da 20 lire continuerà sempre ad essere una pezza da 20 lire, anche se il numero di cosiffatte pezze in circolazione è raddoppiato o triplicato. Quello che cambia è la potenza d’acquisto della pezza da 20 lire. Essendoci molte più di queste pezze in circolazione, se vorranno cambiarsi con merci, ne otterranno una quantità minore. Se con una pezza da 20 lire comperavamo prima un quintale di grano, compereremo adesso solo più quattro quinti o tre quarti di quintale. In altri termini i prezzi delle merci aumentano. Che negli ultimi dieci anni la media dei prezzi sia rialzata, non è dubbio. Tutti i numeri indici di prezzi sono concordi al riguardo. Prendiamo, ad esempio, l’indice dei prezzi compilato dal Dun su un grande numero di merci:

 

 

1 gennaio 1897

72,5

1 gennaio 1898

79,9

1 gennaio 1899

80,4

1 gennaio 1900

95,3

1 gennaio 1901

95,7

1 gennaio 1902

101,6

1 gennaio 1903

100,4

1 gennaio 1904

100,1

1 gennaio 1905

100,3

1 gennaio 1906

104,5

1 novembre 1906

106,7

 

 

Il che vuol dire che se il 1 gennaio 1897, tenendo conto di moltissime merci, appartenenti alle più svariate categorie, il loro prezzo poteva ritenersi uguale a 72,5; il 1 novembre 1906 il prezzo delle stesse merci si ragguagliava a 106,7, con un aumento di circa il 40%. Che cosa importa che ci sia nel mondo più oro, se è d’uopo pagare più care tutte le merci? Non basta: il prezzo delle merci disgraziatamente aumenta per tutti, per coloro che hanno saputo trarre a sé un rivolo di quella fiumana aurea che trascorre per il mondo, e per gli altri che se la vedono passare accanto senza poterla toccare. Gli uomini si possono distinguere a questo riguardo in due grandi classi: quelli per i quali l’inondazione dell’oro è dannosa, e quelli ai quali essa è largamente benefica. Mettiamo fra i primi gli impiegati a stipendio fisso, i creditori dello stato e di privati che hanno dritto ad un interesse e ad un capitale determinato, tutti coloro che non riescono a far aumentare i loro redditi in proporzione del rialzo dei prezzi. Costoro, che furono i beniamini della fortuna nel periodo dall’80 al 96, quando i prezzi scendevano, ora sono diventati i reietti; quanto più crescerà la quantità d’oro nel mondo, tanto più lagrimevole diventerà la loro sorte. I favoriti dalla fortuna sono quelli che hanno redditi mobili: i proprietari di terre, gli industriali, i commercianti, che riescono a vendere le loro derrate e merci a prezzi più elevati e pagano le stesse imposte di prima, e possono rimborsare i loro debiti con una moneta svilita. Anche gli operai, quando si fanno aumentare i salari, non fanno altro che emulare i loro principali nella corsa per il dominio della fiumana d’oro che viene dal Transvaal, dal Klondike, dalle miniere americane ed australiane.

 

 

Quando rialzano i prezzi, le industrie vanno bene od almeno tutti si immaginano che le loro sorti volgano propizie. Tutti perciò vogliono impiegare capitali nelle industrie, abbandonando gli impieghi a reddito fisso, i quali non offrono che disinganni. In tutti i mercati e nelle borse mondiali il saggio dello sconto aumenta, la speculazione si sviluppa febbrilmente; e mentre il consolidato inglese, l’antico re del mercato, giace negletto, la folla dei capitalisti si precipita sulle azioni di miniere di rame, di stagno, di cotonifici, di automobili e via dicendo. È una frenesia alla quale non si vede un termine, sinché non sia cessata la causa, ossia l’incremento della produzione dell’oro. Il metallo giallo non dà solo le vertigini a chi cerca nelle terre nuove le pepiti meravigliose, ed a chi arrischia una fortuna attorno alle tavole del gioco; ma è un elemento potentemente sovvertitore di tutti i rapporti sociali. L’abbondanza dell’oro dà la febbre a tutti; poiché coloro che non possono arricchirsi scavandolo nelle miniere vogliono possederlo, correndo dietro ai rialzi di prezzo nelle merci che esso provoca. Né la crisi può risolversi in breve tempo nelle maniere consuete, col ribasso di prezzo delle merci che tutti vogliono produrre. Se invero il prezzo ribasserebbe per la abbondante produzione delle merci, si tiene d’altro canto elevato, in quanto la produzione dell’oro cresce ancora più velocemente. È una febbre continua di crescenza quella a cui oggi il mondo economico è soggetto; né si vede spuntare l’alba della tranquillità.

 

 

Decisamente, la schiatta degli economisti è strettamente affine a quella dei profeti e dei veggenti; od almeno è affine la schiatta di quegli economisti i quali vogliono dai fatti trarne argomento ad esporre regole di condotta o previsioni sociali. Se tutti gli anelli della catena logica ora costrutta fossero saldamente legati tra di loro, la silenziosa rivoluzione economica che ora si prepara in conseguenza dell’inondazione dell’oro, sorpasserebbe in importanza molte di quelle che nelle storie vanno sotto il nome di grandi rivoluzioni. Né sarebbe del resto la prima rivoluzione di tal fatta. O non fu grandioso il rivolgimento prodotto nell’economia europea dalle scoperte delle miniere di argento e d’oro del Perù nel secolo XVI? Ma… altri economisti ritengono che quella catena logica sia un po’ arrugginita; e sovratutto dicono che sul rialzo odierno dei prezzi ebbero influenza altri fattori oltre quello dell’aumento delle riserve auree. Né qui vogliamo risolvere il quesito. Basti avere additato all’attenzione del pubblico un fatto di capitale importanza: l’aumento della produzione dell’oro. Se l’aumento continua ancora per qualche anno nelle stesse proporzioni, assisteremo di nuovo a qualche campagna elettorale negli Stati uniti, imperniata sulla questione dell’oro; né mancheranno di sorgere polemiche acerbissime sulla necessità per gli stati di porre un riparo alle perturbazioni monetarie derivanti dalla crescente inondazione d’oro.

 

 

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