Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

L’interesse operaio

«Corriere della Sera», 22 novembre 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 454-456

 

 

 

La ripresa delle agitazioni operaie, e gli scioperi di categoria, particolari e regionali dimostrano che siamo ben lungi dall’avere ritrovato una posizione d’equilibrio. Quando i prezzi sono instabili ed incerti, perché non si sa in quale moneta si venda e che cosa si riceva in cambio, come si può pretendere che i salari rimangano fissi?

 

 

Tuttavia, poiché gli uomini nulla aborrono maggiormente dell’incertezza e della instabilità, e poiché la stabilità è sovratutto e ragionevolmente desiderata da coloro i quali non posseggono riserve per i momenti di disoccupazione e non sono abituati alle incertezze delle professioni e dei mestieri indipendenti; è naturale che gli operai desiderino, sovra ogni altra classe sociale, di premunirsi contro le alee della disoccupazione e della instabilità nel valore effettivo del loro salario.

 

 

Giova a tal fine agli operai l’attitudine assunta dagli organizzatori, i quali chiedono la sospensione delle trattative intese ad adeguare i salari alle mutate condizioni dell’industria sino all’esaurimento di quell’inchiesta sui costi, sui prezzi e sui profitti, che la confederazione del lavoro ha invocato? Giova l’argomento polemico usato spesso dagli organizzatori, secondo cui l’ostilità degli industriali all’inchiesta è indice di una cattiva causa, è la dimostrazione che gli industriali hanno qualcosa di brutto da nascondere, sicché l’inchiesta deve tanto più energicamente essere chiesta ed imposta dagli operai?

 

 

No. L’inchiesta sui costi, sui prezzi e sui profitti dell’industria è in primo luogo assurda in bocca degli operai. Gli operai che conoscono il proprio interesse non si sono mai lasciati ingannare da simili utopie. Essi si sono sempre tenuti fermi ad un canone fondamentale: di non preoccuparsi delle condizioni delle singole imprese e industrie e di pretendere che i salari siano fissati al livello massimo concesso dal mercato, e tendano a consentire agli operai un tenore di vita sempre migliore. Se, per osservare tale condizione, questo o quell’industriale deve soccombere, ciò nulla importa agli operai e può essere, anzi di solito è, una condizione essenziale di progresso per l’industria. È bene, è utile che gli industriali, incapaci a pagare i salari massimi consentiti dal mercato, falliscano. Consentendo e chiedendo l’inchiesta sui costi e sui profitti, ossia su fenomeni individuali, gli operai rinunciano ad una loro preziosa ed essenziale posizione. Indeboliscono la loro causa.

 

 

Nel tempo stesso tendono la mano ai peggiori tra gli industriali. Chi sono, tra costoro, quelli i quali si dimostrano favorevoli all’inchiesta o, se non favorevoli, meno tiepidi avversari? Chi sono coloro i quali, se e quando l’inchiesta si farà, saranno larghi di dati, di tabelle, di dimostrazioni? Quelli stessi che chiedono la protezione doganale, coloro che lavorano a costi alti, coloro i quali ottengono profitti bassi, coloro i quali piatiscono ognora sussidi, favori ed intervento dello stato. Non è vero, come pretendono i polemisti di parte socialista ed operaia, che il rifiuto dell’inchiesta dimostri che c’è del marcio in Danimarca. No. Il marcio c’è precisamente in coloro i quali sono in fondo al loro cuore contenti dell’inchiesta, perché sperano che essa dia loro mezzo di far valere argomenti utili ad ottenere altri favori a danno del pubblico. L’inchiesta è temuta, ed a giusta ragione, dai bravi, dai silenziosi, dagli intraprendenti, i quali sanno che il segreto della vittoria economica è la rapidità nelle decisioni, è la segretezza nel modo di condurre gli affari, è la sicurezza di tenere in pugno la clientela senza controlli, senza sorveglianze, senza pubblicità fastidiose. Chi è l’industriale capace di pagare i salari più elevati? Colui che inspira fiducia alla clientela, gode credito, guadagna largamente e non chiede aiuto allo stato, o colui il quale è sempre pronto a dimostrare che i prezzi sono insufficienti, i costi elevati, i salari alti? Gli operai hanno interesse a crescere il numero degli industriali che perdono o quello di coloro che guadagnano? E se è vero, come è incontestabile, che il tipo degli «inchiestaiuoli» è frequente tra gli industriali che perdono e rarissimo tra quelli che guadagnano, quale vantaggio ritengono gli organizzatori di procurare agli operai chiedendo cosa la quale tende a rendere dominante il tipo degli industriali inchiestaiuoli, burocratici, protezionisti, inframmettenti, insoddisfatti? Non abbiamo dinanzi ai nostri occhi l’esperienza lugubre delle ferrovie degenerate con l’equo trattamento, ossia con l’inchiesta permanente, in organi burocratici parassitari, viventi a spese della collettività? Si pone la domanda in tal modo, perché oramai è tempo di farla finita con le frasi della «democrazia nelle industrie», della «pubblicità nel governo delle cose economiche» ecc. ecc. Quando una frase conduce alle perdite, ai salari bassi ed alla spogliazione del pubblico, conviene metterla alla gogna ed avere il coraggio di sconfessarla.

 

 

L’inchiesta, se fatta, non condurrà ad alcun risultato serio, perché verranno in luce soltanto dati di costi e di profitti medi e cioè bassi ed insufficienti, perché salderà gli interessi di operai e di industriali nel chiedere sussidi a danno dei contribuenti ed aumento di prezzi a danno dei consumatori. L’industria sana e solida risentirà un solo effetto: quello di vedere crescere i proprii rischi, ed i proprii costi di spese false di controllori, organicisti, decretalisti.

 

 

Chiediamo in fine: giova all’industria ed agli operai aggiungere agli altri rischi dell’industria quello di dover fare le spese delle ubbie dei ficcanaso negli affari altrui? Tutto ciò che cresce i rischi, aumenta in pari tempo i costi, aumenta i prezzi, scema i salari e promuove la disoccupazione. Se gli organizzatori vogliono sul serio l’elevazione delle masse operaie come certamente la vogliono coloro tra essi i quali hanno le viste più larghe e dall’esperienza hanno saputo trarre ammaestramenti realistici, riflettano ai risultati ultimi della loro condotta. Dove se ne va il vanto massimo degli organizzatori, vanto che di buon grado riconosciamo essere stato non di rado e in non piccola parte fondato, di essere stati causa di progresso economico e di spinta a tipi più elevati di organizzazione industriale, quando essi rinunciano alla loro posizione strategica più preziosa che è la fronte unica operaia, astrazion fatta dalle condizioni individuali delle singole imprese industriali?

 

 

Torna su