L’intervento dell’America ed i debiti interalleati

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 09/09/1922

 

L’intervento dell’America ed i debiti interalleati

«Corriere della Sera», 9 settembre 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 821-823

 

 

 

La risposta del signor Poincaré alla nota di Balfour ha suscitato commenti non favorevoli nella stampa inglese, specialmente per il punto in cui il Poincaré affermava che l’Inghilterra si era indotta a dichiarare la guerra alla Germania soltanto per difendere la vita e gli averi dei proprii abitanti. Un dispaccio dell’Agenzia Reuter corresse poi il soltanto in inoltre, volendo dimostrare che oltre agli scopi idealistici, i quali dovevano poi ispirare anche gli Stati uniti, l’Inghilterra era stata mossa alla guerra da ragioni di immediato interesse.

 

 

Dicono i telegrammi che, nonostante la rettifica, permane in Inghilterra la cattiva impressione. Qui bisogna distinguere. Se gli inglesi sono male impressionati perché Poincaré affermò che l’Inghilterra, entrando in guerra, difese la propria esistenza, oltreché i principii ideali di libertà dei popoli, hanno torto. Se essi invece sono offesi per la distinzione che il signor Poincaré ha fatto a tal proposito fra Inghilterra e Stati uniti, attribuendo alla prima motivi ideali e materiali insieme ed ai secondi esclusivamente fini ideali hanno ragione. Ed ha ragione il «Journal des Débats» nel riconoscere apertamente l’errore commesso dal governo francese nel fare una distinzione insussistente. «È certo, – dicono i Débats, – che i governanti americani sapevano che la vittoria tedesca avrebbe costituito un pericolo immenso per l’America e che meglio sarebbe stato agire subito di concerto con gli avversari della Germania». L’osservazione dei «Débats» merita un commento. Chi sfogliasse la raccolta del «Corriere» durante gli anni di guerra, troverebbe ripetutamente sostenuto questo concetto: che la guerra era un problema di vita e di morte per tutte le nazioni alleate. I motivi idealistici erano veri e reali e solenni e avrebbe gran torto chi li volesse svalutare. Ma dietro ad essi vi erano altri motivi, che ingiustamente si direbbero materiali nel senso brutto, ventraiolo, che ha assunto, grazie alla filosofia socialista e materialistica, questa parola; e meglio si potrebbero chiamare vitali. Francia e Belgio difendevano il proprio territorio invaso; l’Italia difendeva la propria esistenza di stato indipendente contro il pericolo di ridiventare un feudo – grassamente mantenuto in turpe soggezione – del rinnovellato Sacro romano impero. L’Inghilterra difendeva il proprio impero, la propria situazione di metropoli di una confederazione contro il pericolo di essere battuta da una Germania imperiale signora dell’Europa. Sulla Marna essa difendeva l’India e l’Africa del Sud. E gli Stati uniti? Non meno degli altri, essi difendevano se stessi. Il grande, l’indistruttibile merito di Wilson fu di aver veduto, quasi solo in un popolo persuaso di vivere tranquillo nel proprio felice isolamento, che, dopo 160 anni, si ripeteva una situazione venuta meno dopo la pace di Parigi che a mezzo il secolo 18esimo aveva fatto passare il Canada alla Francia. Fino a che il Canada era stato francese, le 13 colonie inglesi avevano sentito bisogno dell’Inghilterra. Avevano il nemico alle spalle e da sole non potevano difendersi. Diventato inglese il Canada, le 13 colonie si sentirono libere e, non avendo più bisogno dell’esercito inglese, cacciarono la madrepatria in mare. E vissero indipendenti e tranquille fino al 1914. Forse, siccome gli uomini sono ciechi ai pericoli lontani, vivrebbero ancora tranquilli, se Wilson, frammezzo a molta ideologia verbale, non avesse loro aperto gli occhi dinanzi al pericolo reale, imminente che essi correvano. La vittoria dipendeva da un filo. Se la Germania vinceva, l’Europa era organizzata ai suoi cenni, l’Inghilterra, presto o tardi, avrebbe perso l’India e l’Egitto e l’Africa del Sud. Con la Spagna intimamente germanofila, con gli stati meridionali del Brasile in mano ad un fortissimo inorgoglito gruppo tedesco, con la Turchia affiliata, la faccia del mondo era cambiata. Gli Stati uniti si sentirono nuovamente minacciati alle spalle. Chi li garantiva contro un’alleanza tra Germania e Giappone, il quale aveva vecchi rancori da vendicare in California e che in passato ripetutamente era stato sospettato di intese antiamericane col Messico? Anche per gli Stati uniti la guerra fu una lotta di vita e di morte per la propria salvezza. Ciò non scema la nostra gratitudine per l’aiuto ricevuto, ma deve essere ricordato in omaggio alla verità. Deve essere ricordato specialmente oggi che, scomparso il pericolo tedesco, gli americani si sono riaddormentati nel vecchio isolamento ed in piena buona fede si illudono di essere intervenuti in Europa per puro spirito di cavalleria verso gli oppressi.

 

 

No. Sotto questo punto di vista non c’è nessuna differenza tra essi e l’Inghilterra. O se c’è, può rilevarsi soltanto in ciò che l’Inghilterra non è dimentica del pericolo corso e, sebbene non ne tragga tutte le conseguenze logiche, riconosce apertamente nella nota di Balfour che la guerra fu un’impresa comune combattuta nell’interesse di tutti.

 

 

Se gli Stati uniti non fossero ricaduti nella secolare illusione di isolamento, da cui, senza voler essere profeti di malaugurio, è probabile li risveglierà non tanto tardi, nonostante il disarmo navale, qualche lampo venuto dalle isole del Sol Levante, essi esiterebbero di fronte all’errore a cui li trascina la politica grettamente protezionista del partito repubblicano dominante nel loro senato: il voto definitivo della nuova tariffa doganale. Come non vedono la contraddizione tra le loro pretese di essere pagati dall’Europa ed i dazi proibitivi con cui vogliono respingere ogni merce europea? Supposto pure, per ipotesi impossibile, che l’Europa potesse e dovesse pagare gli interessi sui dieci miliardi di lire oro che noi dobbiamo agli Stati uniti, come potremmo pagare salvoché in una di queste maniere: 1) con rimesse dei nostri emigranti che l’Italia girerebbe di nuovo a favore del tesoro degli Stati uniti – o 2) con esportazioni di merci italiane in America? Ma gli Stati uniti respingono gli emigranti e mettono dazi sulle merci italiane. Gridano di voler essere pagati e distruggono i mezzi di pagamento. Questa è la logica degli uomini politici nordamericani. Ma la realtà dei fatti si incaricherà di dimostrar loro che essi non sono indipendenti dall’Europa e che è nel loro interesse non trascinare la palla dei debiti interalleati al piede dell’amicizia necessaria tra i popoli di civiltà europea. Basta aver pazienza.

 

 

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