L’invasione italiana

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 06/11/1899

L’invasione italiana

«La Stampa», 6 novembre 1899

 

 

 

Forse non mai come in questo secolo avvennero così gigantesche ed inavvertite migrazioni d’uomini da un paese ad un altro. Gigantesche perché a centinaia di migliaia e talvolta a milioni salpano ogni anno gli uomini dall’Europa per recarsi a colonizzare territori spopolati. Inavvertite perché tutto questo movimento si compie alla spicciolata, da individui e da famiglie e non invece, come nei tempi antichi, da popoli intieri spinti dalla fame e dalla sete di benessere a rovesciarsi sulle terre ricche e feconde.

 

 

Ma se il modo è diverso, se le migrazioni oggi si compiono per infiltrazione lenta e non per invasione subitanea il motivo che spinge gli uomini a migrare è sempre fondamentalmente lo stesso: ed è un motivo essenzialmente economico: il desiderio di passare da uno stato di relativo malessere ad uno stato di relativo benessere.

 

 

Troppi sono i vincoli di affetto, di religione, di famiglia, di consuetudini sociali che tengono l’uomo avvinto alla sua terra natia perché egli si possa decidere ad emigrare se un prepotente motivo non lo spinga, se egli non speri di veder mutata la sua sorte, da contadino diventando colono e proprietario, da operaio a fabbricante, da agiato milionario, ecc.. Così accade anche in Italia. Sennonché da noi i motivi che inducono ad emigrare hanno agito finora, almeno quasi dappertutto, soltanto sugli strati infimi della popolazione.

 

 

La borghesia media ha cercato un rimedio alle sue ristrette economiche negli impieghi di Stato, nelle sinecure poco remunerative e tranquille delle cariche comunali e locali.

 

 

I grandi proprietari e coltivatori hanno chiesto allo Stato la protezione delle loro rendite garantite dal dazio sul grano. Soltanto la gente povera non ha potuto chiedere protezione ad alcuno e sopra di essa sono cadute, come era naturale, le conseguenze della protezione accordata agli altri.

 

 

I capitali, già così scarsi in Italia, sono diventati ancora più rari quando lo Stato sperperò milioni in Africa, distrasse la gente media dalla cultura dei fondi coll’offerta di numerosi impieghi vistosi e male rimunerati, indusse le Banche ad immobilizzare somme colossali in intraprese poco proficue, e ridusse la rimunerazione dei capitali esistenti spingendoli verso impieghi per se stessi improduttivi.

 

 

Così fu che lo squilibrio già esistente fra capitali, terre e popolazione divenne sempre più acuto. Mentre i capitali diminuivano, la popolazione aumentava continuamente, perché la gente povera cercava nell’amore un conforto alle proprie sventure.

 

 

Allora accadde in Italia qualcosa di simile a ciò che si verifica quando si mettono a contatto due vasi comunicanti: l’acqua del vaso dove il livello è più alto si riversa nel vaso dove il livello è basso, finché si raggiunga l’equilibrio.

 

 

La popolazione povera italiana che si trovava, per cagioni naturali e per colpa di uomini, in grande sovrabbondanza rispetto al capitale esistente dovette riversarsi in altri paesi dove la popolazione fosse invece scarsa rispetto al capitale, così da instaurare novamente l’equilibrio turbato fra i due fattori della produzione, sia in Italia che all’estero.

 

 

In questi giorni è stato pubblicato un libro di Emanuele Sella su L’Emigrazione italiana nella Svizzera, preceduto da una lettera di Numa Droz, ex presidente della Confederazione Svizzera (Torino, Roux Frassati e C., 1899, L. 1,50). Nel libro si descrive appunto questo fenomeno della gente italiana che fugge dal paese natio, dove i capitali sono scarsi, per recarsi in un paese dove invece essi sono abbondanti ed è scarsa la forza di lavoro. Il problema che l’A. dovea studiare e risolvere era interessantissimo. Esso è un problema diverso da quello che si è presentato dinanzi alla maggior parte di quelli che hanno studiato il fenomeno della emigrazione e della colonizzazione. Per lo più gli scrittori si sono occupati della colonizzazione dei paesi nuovi dove la terra era abbondantissima e mancavano gli uomini ed i capitali. Nell’America e nell’Australia importava creare tutta una civiltà nuova, ed il processo per giungere alla vittoria era lungo e faticoso. Eppure nell’America gli italiani hanno vinto e splendidamente vinto.

 

 

Nella Svizzera, paese di civiltà vecchia, dove i capitali vanno alla cerca di lavoro, gli italiani hanno vinto del pari. Oramai, e lo riconosce apertamente nella sua prefazione Numa Droz, eminente economista e uomo di Stato, i tre milioni di svizzeri indigeni non potrebbero fare a meno dei centomila italiani che lavorano e faticano sul suolo ingrato della Confederazione.

 

 

La vittoria e la utilità grandissima della invasione degli emigranti italiani: ecco la risultanza ultima e più bella del libro di Emanuele Sella.

 

 

Nel libro è trattato un lato solo del complesso problema dell’emigrazione, ed è considerato inoltre in un solo paese: la Svizzera. Ma il problema, pure racchiuso in limiti così ristretti, è trattato con un’analisi così vigorosa e con osservazioni così direttamente ed accortamente attinto sui luoghi che il valore dell’opera trascende di molto i confini che l’A. le ha voluto imporre.

 

 

Il libro è un monito vivace ai governanti di tutti i paesi verso cui si riversa la corrente migratoria italiana di non adottare provvedimenti restrittivi contro di essa. Se la Svizzera, seguendo i consigli di taluni giornalisti da strapazzo, inaugurasse un protezionismo del lavoro indigeno, contro l’invasione italiana, essa opererebbe una distruzione perniciosa dei propri capitali, e come dimostra l’A., indurrebbe i capitalisti svizzeri ad emigrare per non veder diminuita l’utilità dei capitali loro. Nello stesso tempo il libro è la dimostrazione evidente di quanto bene sia feconda alla patria nostra la emigrazione, che troppi hanno l’abitudine di considerare come una piaga.

 

 

L’emigrazione operaia dall’Italia è un bene perché sfolla il mercato del lavoro e, ristabilendo l’equilibrio fra capitale e lavoro, permette il rialzo dei salari.

 

 

Essa è un bene perché insegna il vivere civile e dignitoso ai nostri connazionali abituati a dimorare sudici e stracciati in abitazioni immonde, a tesoreggiare avaramente privandosi del necessario od a sprecare, nelle gozzoviglie di un giorno, i guadagni di una settimana. Trasportati in un ambiente diverso, dove vi è lotta di idee e non contrasto di tirannelli, i nostri operai compiono nella Svizzera l’educazione ardua e difficile della libertà.

 

 

Ritornando in Italia essi sono dei cittadini abituati a percepire ed a difendere i propri interessi; e contro di essi si spuntano le armi della corruzione e dell’intrigo. Tutto ciò s’impara (con un sentimento di orgoglio nazionale soddisfatto di vedere i difetti ed i vizi mutarsi gradatamente in virtù) leggendo i capitoli successivi del libro sui caratteri psicologici, sui caratteri fisici, sulla criminalità, sulle organizzazioni del lavoro, sui circoli politici, sulle Associazioni di mutuo soccorso degli italiani nella Svizzera.

 

 

In mezzo alle lotte di campanile, alle piccole invidie, alla deficiente educazione del sentimento di rispetto della propria personalità ed insieme della libertà degli altri, noi ammiriamo nell’emigrato italiano il rampollo di una razza destinata ad un grande avvenire.

 

 

Ecco come l’A. descrive: «L’operaio italiano presenta in generale un’attitudine non automatica molto pronunciata nell’applicarsi ai diversi mestieri … . Alcuni calzolai, alcuni sarti, alcuni falegnami al Sempione sono stati adibiti a lavori meccanici. Gli operai italiani sanno più facilmente di altri operai di altre nazionalità cambiare ed imparare diversi mestieri. I muratori italiani sono i migliori muratori. In ogni pietra che smuovono e che collocano sanno risolvere un complesso problema, di tempo e di energia, un problema di estetica e di solidità. Questo fatto nasce dalla percezione nitida dell’ordine delle cose esistenti; nasce dall’intelligenza e non dai muscoli soltanto».

 

 

Sapremo noi trarre profitto da queste mirabili qualità del braccio e della mente per lottare con fortuna con gli altri popoli nella gara feconda della civiltà? Speriamolo, poiché la speranza è conforto all’azione.

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