Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Liquidazioni risanatrici

«Corriere della Sera», 19 maggio 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp.

 

 

 

Sarebbe desiderabile che tutti coloro i quali si sono meravigliati che le borse italiane salutassero il discorso De Stefani con un ribasso, mentre la conseguenza naturale avrebbe dovuto essere un rialzo, meditassero su di un brano e su uno degli allegati del discorso.

 

 

Il brano dice in nota:

 

 

«Il numero dei fallimenti nei primi tre mesi dell’anno corrente, è cresciuto. La media mensile del primo trimestre è di 400 fallimenti, mentre la media del primo trimestre dell’anno scorso è di 274. È questo un sintomo di risanamento, perché interesse nazionale di venire eliminando gradatamente tutti gli organismi malati».

 

 

Dio sia lodato, perché finalmente in un documento ufficiale ho visto enunciata la sana teoria che i fallimenti, quando ci devono essere, sono una magnifica cosa; e quindi non bisogna affatto spaventarsi se la media mensile tende a tornare al livello dell’ante guerra. Così:

 

 

Media mensile

 

 

1912-14

596

1915

540

1916

183

1917

71

1918

47

1919

49

1920

53

1921

148

1922

273

 

 

Così si fosse stati meno pietosi verso banche e verso industrie, le quali ora premono, per le conseguenze dei loro salvataggi, in maniera penosa sugli istituti di emissione e sul tesoro stesso dello stato. Il male non sono i fallimenti, sono gli affari cattivi fatti in passato. Sarebbe stato bene non gonfiarsi troppo e andar cauti; ma quando invece si commisero imprudenze e si fecero impianti sbagliati o si imprestò danaro a chi non lo meritava, il fallimento è il rimedio unico e sovrano. Come benissimo dice De Stefani, il crescere del numero dei fallimenti oggi è indice di risanamento dell’economia nazionale.

 

 

Io non so nulla di ciò che sia successo in borsa a determinare una contrazione di corsi dei titoli che non ha del resto assunto proporzioni rilevanti; ma, se il discorso De Stefani doveva influire sulle borse, era appunto nel senso di un monito solenne a non commettere pazzie. Pare che qualche pazzia si stesse commettendo. Nel mese scorso ed in quello in corso, ad esempio, si erano spinti all’insù titoli di prim’ordine come le azioni della Banca d’Italia, con rialzi convulsi di 50 punti al giorno. Immagino che il primo ad essere seccatissimo di tutto questo fosse il comm. Stringher. Che ragione c’era perché proprio la speculazione prendesse di mira i titoli del nostro massimo istituto d’emissione? Esso è sapientemente amministrato; ma ha dinanzi a sé parecchi anni di raccoglimento per digerire la liquidazione dei salvataggi della Banca di sconto, dell’Ansaldo e via dicendo. È male far balenare agli occhi del pubblico mirabili speranze di utili ingrossati, che, ad ogni modo, dovranno tardare a venire. L’ufficio del pubblicista in queste faccende è penoso. Se parla, rischia che le sue parole siano interpretate come scritte in favore dei rialzisti o dei ribassisti. Se sta zitto e si limita a far la cronaca dopo i fattacci, manca al dover suo più stretto.

 

 

Fortunatamente, nel caso presente il fattaccio non c’è stato. Finora ci fu solo della allegria, in parecchi campi prematura. Al solito, quando i corsi vanno su, il pubblico dei pesciolini accorre attorno alle borse e compra ogni sorta di roba. Compra allo scoperto, ossia fidandosi che i corsi aumentino ancor più, e che esso possa vendere a tempo e intascare la differenza. Un po’ per volta le borse diventano, come si dice in gergo «piene»; sinché qualcuno ha bisogno di vendere e determina il primo ribasso; il quale può diventare precipitoso se tutti sono presi dal panico. Nel caso presente non ci fu nessun panico. Appena qualche leggera increspatura, determinata dalla notizia corsa che le banche avrebbero chiesto agli speculatori, che hanno comprato titoli a 100 lire, di versare 10 lire a titolo di garanzia, per imprestare le altre 90 necessarie per protrarre l’operazione. Norma salutarissima, che è grandemente da stupire non sia in uso dappertutto e sempre. Se Tizio compra un titolo da 100 lire e non ha in tasca neppure 10 lire per garantire il banchiere che anticipa le altre 90 necessarie per ritirare il titolo, che razza di cliente è costui?

 

 

Concludendo, la reazione in borsa fu un fatto dipendente dalle esagerazioni precedenti; non ebbe niente a che fare col discorso De Stefani e fu, se mai, una applicazione logica dei suoi moniti. Non comprendo perciò il nervosismo di cui vedo tracce sui giornali a questo riguardo; e le invocazioni a interventi energici del governo e della polizia. Se c’è qualcuno che ha truffato o commesso reati, vada dentro. Ma per il resto è meglio non impicciarsene. Per mettere la testa a segno agli speculatori, c’è un solo rimedio sovrano, quello indicato da De Stefani: il fallimento. Chi ha speculato troppo ed ha perduto, paghi. Un’altra volta penserà a non scherzare troppo col fuoco.

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