L’ironia della tattica

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 11/07/1902

L’ironia della tattica

«La Stampa», 11 luglio 1902

 

 

 

Ieri il Tempo diceva che il voto della Federazione socialista milanese era un voto di disperata ironia, poiché i due gruppi avversari, quello partigiano della transigenza coi partiti affini, e quello intransigente, impotenti amendue a far prevalere del tutto le proprie vedute, avevano finito per canzonarsi a vicenda, dando ogni gruppo il proprio voto al gruppo avversario, affine di caricarlo delle responsabilità del potere. E poiché tutti i designati avevano subito date le dimissioni, così non si sa ora come uscire da codesta canzonatura reciproca.

 

 

Il caso di Milano è tipico per dipingerci l’estrema degenerazione di quella che fu un giorno la tattica tutta di un pezzo dei partiti estremi. Ma non è il solo caso in cui, a proposito di tattica socialistica, si possano osservare di questi giorni delle cose curiose.

 

 

In queste calde domeniche di luglio si prolungano, infatti, nei grandi e nei piccoli centri d’Italia, le lotte elettorali per la conquista amministrativa dei Municipii. Sono lotte combattute, in molti luoghi, in base a puntigli personali, e che offrono perciò solo argomento a mettere in luce ancora una volta quanto grande sia la vanità degli uomini piccoli. Ma sono lotte anche le quali possono talvolta condurre a constatazioni interessanti, poiché sono la prima manifestazione di che cosa vogliano e di che cosa pensino gli elettori dopo la campagna elettorale del 1900, in cui si combatteva pro e contro i decreti-legge.

 

 

Allora, nel 1900, erano i popolari, i quali in falangi serrate movevano all’assalto della rappresentanza parlamentare, ed agivano tutti secondo un’unica tattica: quella dell’unione fra repubblicani, radicali e socialisti, tattica che doveva essere continuata sinché la libertà fosse stata definitivamente rassodata e forsanco sinché i popolari non avessero ottenuta la maggioranza.

 

 

Allora era venuta via di moda l’intransigenza coi partiti affini, che pure era stato un punto di fede nel vangelo dei socialisti prima del 1898; ed era invece un canone indiscusso che la falange serrata dei tre partiti estremi dovesse essere essa intransigente come un blocco di granito, contro i partiti costituzionali.

 

 

Oggi, ad appena due anni di distanza, la situazione è profondamente mutata. I partiti popolari sono ben lungi dall’aver fatto quei progressi che essi si ripromettevano e che molti temevano; ed anzi i partiti costituzionali hanno ottenuto alcune segnalate vittorie, che sono arra di ben maggiori progressi in avvenire.

 

 

Quanto ai partiti popolari, essi hanno perduto grandissima parte di quella fiducia compatta nel muovere all’assalto del suffragio elettorale che fu una delle principali cause delle loro vittorie nel 1900; e sovratutto essi non furono più guidati in questa lotta da alcun coerente principio di condotta uniforme.

 

 

Chi osservi il campo dei popolari non vede che confusione e caos e contraddizioni stridenti fra un partito e l’altro, fra una regione e l’altra e fra due città diverse.

 

 

Uno scrittore socialista ha compilato una statistica, molto partigiana, delle elezioni amministrative fin qui seguite; e da quella statistica una notizia sicura si rileva, che cioè, in 16 Comuni dal partito socialista si adottò la tattica della intransigenza assoluta, mentre in altri 12 Comuni si continuava l’alleanza coi partiti repubblicani e radicali.

 

 

Queste sono le contraddizioni generiche; oltre a cui ve ne sono altre speciali, che sono le più stridenti e interessanti. A Genova, i socialisti combattono da soli ed hanno una lista diversa dai repubblicani; a Ravenna pure repubblicani e socialisti si vogliono infliggere a vicenda delle lezioni; a Firenze tutti e tre i partiti popolari, repubblicani, socialisti e radicali, scendono in campo l’uno contro l’altro armati e lottanti contro i costituzionali; a Roma contro costituzionali e clericali. Altrove una parte dei popolari si allea con una parte dei costituzionali contro gli antichi compagni di lotta; come accadde a Brescia ed a Messina.

 

 

A Brescia ed a Messina i costituzionali alleati ai popolari appartenevano all’ala liberale; e l’alleanza aveva almeno la scusa di servire a battere elementi moderati, clericali o moralmente compromessi. Non così a Bologna, dove si poté osservare il capolavoro della stagione; i socialisti e democratici e repubblicani alleati coi clericali nel santo intento di sbattere dal potere una Amministrazione liberale encomiabile per parecchi atti di politica democraticamente progressiva.

 

 

Il fatto è certamente curioso ed interessante. I popolari, e specialmente i socialisti, sono padroni di seguire quella tattica che essi credono più opportuna per ottenere la vittoria. Noi non li vogliamo né lodare né biasimare per aver fatto questo. Ma vogliamo soltanto osservare che facendo questo, essi seguono precisamente quella tattica che essi tante volte hanno rimproverato ai loro avversari. Quante volte essi non hanno scritto e non scrivono ancora – nelle città dove ciò può tornare loro comodo a scopo di polemica – parole di fuoco contro le ibride alleanze, i connubi vergognosi e peggio ancora! Quante volte non hanno dessi rimproverato ai costituzionali quella parziale intesa coi clericali, che ha per iscopo di mantenere intatti certi principii di vita amministrativa perfettamente estranei a questioni politiche!

 

 

Ora essi non solo litigano coi radicali e coi repubblicani, ma osano saltare il fosso e venire a stringere la mano a questa od a quella frazione dei costituzionali. Per i socialisti un’alleanza con dei borghesi, sovratutto se non intinti di radicalismo e di repubblica, è un’offesa ai principii consacrati nelle bibbie del partito, base più profonda che non l’alleanza dei costituzionali coi clericali, i quali, dopo tutto, appartengono alla medesima categoria economica secondo il Capitale di Marx.

 

 

Del resto sembra che le divisioni classiche marxiste non abbiano più alcun valore pratico, se si possono vedere dei proletari socialisti alleati coi clericali, i quali, quando non siano democratici cristiani, sono sempre stati dai socialisti classificati fra i più tenaci difensori della proprietà privata.

 

 

Alla tattica unica si è sostituita in tal modo dappertutto la libertà di tattica, che conduce alla tattica opportunista. Tattica, ripetiamo, che noi non vogliamo rimproverare o raccomandare ai socialisti, poiché non è affare nostro; ma che fa una ben strana figura se si pensa che essa è applicata da coloro i quali scrivono da trent’anni sulla testata dei loro giornali: «Lavoratori di tutto il mondo unitevi!».

 

 

Come faranno i lavoratori proletari a combattere coloro che sino a ieri furono loro compagni nelle battaglie dell’urna e che facilitarono ad essi la conquista del potere?

 

 

Contraddizione irrimediabile codesta e che non è possibile togliere con ragionamenti sottili, ma soltanto giustificare con ragioni di opportunità.

 

 

Date le quali, una conclusione zampilla evidente: che le norme della vita non si possono trarre da un unico libro o da unico principio, ma debbono adattarsi alle contingenti mutazioni della realtà. I partiti politici di tutti i paesi hanno sempre fatto così; ed i socialisti, che sinora facevano mostra di puritanismo, cominciano ad imitarli. Probabilmente perché essi sono composti di uomini impastati della medesima natura umana e sono destinati a subire la medesima evoluzione, per cui ogni partito quando giunge al potere, ogni credo quando riuscì ad imporsi, ogni costume quando poté generalizzarsi, si palesò affatto diverso e ben più umano di quello che era nei primi periodi di entusiasmo, quando la vampa della fede accedeva i cuori dei neofiti.

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