L’Italia e i trattati di commercio – I
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 01/07/1902

L’Italia e i trattati di commercio – I

«Critica Sociale», 1-16 luglio 1902, pp. 196-202

 

 

 

Ci proponiamo di studiare, con un metodo affatto obbiettivo, lo stato delle nostre industrie e dei commerci nostri allo spirare delle convenzioni che dal 1892 ci tengono legati alle tre potenze dell’Europa occidentale. È nostro scopo altresì cercare d’interessare il proletariato al grande fatto, che si sta per iniziare, della rinnovazione o meno dei nuovi trattati: fatto in cui la gran massa lavoratrice delle città e della campagna è particolarmente interessata, e vi è tanto più interessata, poiché di essa tentano trar profitto gli speculatori della buona fede popolare, cercando di dimostrare che la protezione a tale o tal altro ramo dell’attività economica si risolve in protezione del lavoro nazionale ed in più alti salari.

 

 

I trattati del 1892 furono un significante avvenimento economico e politico. Allora un triste vento di reazione economica spirava su tutta Europa: tutte le teorie liberiste, le più sicure, sanzionate da un mezzo secolo di prova, erano discusse, combattute e spregiate. La vecchia politica di gelosie nazionali, gli antiquati strumenti del colbertismo e del mercantilismo rivenivano alla luce, ripuliti e brillanti, fra le mani di uomini d’ingegno, che dal fatto indiscutibile di depressioni economiche e del rinvilio dei prezzi traevano energia per ripresentare i vecchi sofismi con forma di modernità. I manifatturieri specialmente chiedevano protezione pel «lavoro nazionale» e pei loro prodotti, buttati sul mercato in condizioni difficili pel ribasso dei prezzi e per l’aggravio delle imposte, sempre crescenti in quantità e qualità, come richiedevano le vere o supposte necessità degli Stati.

 

 

Le medesime vicende che si erano svolte nel 1892 tornano di nuovo a manifestarsi, e ci troviamo di fronte di nuovo agli stessi sofismi adoperati per raggiungere gli identici scopi di mantenimento e di accrescimento della protezione doganale a favore di pochi gruppi d’interessati.

 

 

L’imperversare passato ed odierno del protezionismo ha indotto molti a discorrere in modo inconcludente della bancarotta delle dottrine economiche del libero scambio.

 

 

Nulla di meno esatto. I principii economici rimangono quelli che erano. Rimane vero adesso, come per il passato, che gli argomenti addotti dai protezionisti – come la necessità di difendere l’industria e l’agricoltura nazionale, la barriera da opporsi all’inondazione di merci estere, ecc. -sono altrettanti sofismi, facilmente confutabili. E siccome questi sofismi sono confutati in tutti i manuali di economia politica, così noi non crediamo opportuno per ora di soffermarvici sopra.

 

 

Vogliamo soltanto fare un’osservazione di metodo,la quale giova a spiegare come, malgrado la verità inconfutabile dei principii economici, il protezionismo trionfi in pratica all’estero ed in Italia.

 

 

L’economia, per necessità scientifiche inerenti ad ogni ramo del sapere, ha studiato e studia il fatto economico sotto il punto di vista dell’homo oeconomicus, cioè dell’uomo animato unicamente da sentimenti di lucro materiale, prescindendo da altri elementi, dalla natura della società e dalla reciproca influenza che società e individuo esercitano l’una sull’altro. In tal modo, studia come l’uomo procede agli scambi, il movimento di essi, e risolve una serie di problemi di equilibrio. Suppone tutti gli uomini in condizioni pari e tira la conclusione della superiorità del sistema della libera concorrenza come mezzo per arrivare più rapidamente all’equilibrio. Da qui si è indotti più facilmente a voler applicare lo stesso principio alla vita sociale. E siccome, nell’agitarsi di questa, lo strumento, nella teoria economica pura così perfetto, qui non giuoca più, gli economisti strillano, imprecando alla umana cecità. Non si avvedono che nella vita vissuta il punto di vista è cambiato e che l’uomo sociale non è più influenzato dai motivi economici, o per lo meno non è più influenzato da questi soli.

 

 

La teoria forse più esatta è quella che rappresenta lo Stato odierno come un insieme di diversi gruppi di individui spinti in diverse direzioni,con velocità varie, da interessi disparati. Il principio della partecipazione di tutti al Governo fa sì che questi gruppi si contendano, si uniscano temporaneamente in classi più numerose, vengano a reciproche convenzioni per partecipare al potere, ossia alla formazione della legge coercitiva. È evidente che, se un sol gruppo avesse forza di governare, tutta la legislazione sarebbe informata a un unico indirizzo. Ma è altresì evidente che in tal caso tutti gli altri gruppi si unirebbero in concordanza di sforzi contro l’avversario comune. È da queste circostanze che si caratterizza lo Stato moderno, così ricco di leggi, così incerto negli andamenti, così contraddittorio nella sua legislazione, specialmente economica. Questa rappresenta proprio le convenzioni dei singoli gruppi di interessi che si combattono per il potere e, una volta giunti, vengono a patti coi gruppi concorrenti, troppo deboli per abbatterli, abbastanza forti per incepparne l’azione.

 

 

È così che in parte si spiegano l’estensione imposte indirette e la relativa reazione delle classi popolari con la minaccia delle imposte dirette progressive, il dazio sui cereali e la legislazione operaia, la tassazione forte e la dogana protettrice, ecc. Uno dei motivi principali poi, perché si preferisce l’imposta indiretta e specialmente il dazio di protezione a un premio diretto, è appunto la poca sincerità del primo. Avviene qui un fenomeno noto: l’industriale protetto calcola con grande approssimazione il vantaggio del dazio; il consumatore, che lo paga alla spicciolata sotto forma di lieve aumento unitario sul prezzo, non riesce ad afferrare questo calcolo.

 

 

È dunque un principio egoistico che regola l’andamento dello Stato: questo principio trionfa a lungo, solo se l’egoismo è intelligente. La borghesia italiana che ci ha sgovernati non ebbe neppure quest’abilità: perciò ora va perdendo terreno e si sforza invano di riacquistarlo. Una delle sue battaglie campali sarà appunto data alla rinnovazione dei trattati di commercio.

 

 

Quindi a noi ora il problema si presenta sotto questo vero aspetto: il sistema doganale in vigore ha prodotto determinati effetti e generato determinante forze; date queste forze, quale sarà la probabile orientazione dell’Italia allo scadere dei trattati in vigore? Pur troppo, il problema non può risolverli con evidenza geometrica: lo studieremo però oggettivamente e solo assumendo a base i fatti provati; senza preconcetti e prendendo come divisa l’hegeliano: «alles wirkliche ist vernunftig».

 

 

A proposito di fatti provati. Il detto che l’aritmetica non è un’opinione sembra talvolta non vero, specialmente in questo argomento. Nell’interpretare saviamente le statistiche commerciali, ci si urta in grandi difficoltà: alcune di indole generale e che si riferiscono a tutti i dati statistici, altre di carattere peculiare. Appartengono alla prima specie, ad esempio quelle analizzate con sì paziente dottrina dal Giffen, nella sua classica Memoria sull’uso delle statistiche d’importazione e d’esportazione. Le altre, più comuni, sono state studiate, per l’Italia, dal Bodio e dallo Stringher. Entrambi i generi di difficoltà portano ad errori di varie specie, fra cui predominano quelli della specie post hoc, ergo propter hoc.

 

 

Cercheremo di evitare questi scogli con frequenti raffronti e vagliando opportunamente le cifre.

 

 

 

 

I

L’Italia fino ai trattati del 1892

 

La nostra politica commerciale agli inizi del regno fu un seguito di quella intrapresa da Cavour nel 1851. Egli, convinto liberista e per di più inteso ad amicarsi Napoleone III, in quell’anno cominciò le sue riforme con l’abolizione o l’abbassamento dei dazi sulle materie prime, la mitigazione dei dazi sui cereali da L. 9 a L. 2,50 per ettolitro. Seguirono altre facilitazioni: nel 1854, la completa abolizione dei dazi sui cereali, poi, ribassi sulle materie prime industriali e, infine, la tariffa 27 giugno 1861. Contemporanei a queste riforme furono i trattati stretti con l’Inghilterra, gli Stati tedeschi dello Zollverein, la Russia e, importantissimo fra tutti, il trattato tipico del 17 gennaio 1863, concluso con la Francia per la durata di 12 anni.

 

 

L’indirizzo liberale tracciato dal Cavour non durò a lungo. Già dal 1865 le dogane avevano sofferto ritocchi in senso di aumento, per far fronte a quello che doveva divenire il male organico della finanza italiana: il deficit. Nel 1870, ministro del commercio il Castagnola, fu ordinata un’inchiesta sulle condizioni industriali e agricole del regno, affidandola ad una Commissione, presieduta dall’illustre Scialoja.

 

 

L’inchiesta, accuratissima, ebbe il merito principale di porre in chiara luce lo stato economico del paese: da allora non si poteva più invocare al ignoranza dei fatti a scusa di errori. Ne seguì come conseguenza la tariffa nuova del 30 maggio 1878, che ebbe per iscopo di perfezionare quella precedente, sostituendo sopratutto il sistema dei dazi specifici a quello imperfettissimo dei dazi ad valorem, di specificare le voci, di aumentare i dazi, sempre più per scopi fiscali però, che economici. I soli scopi economici propostisi da tali tariffe furono quelli di mitigare i dazi di esportazione, abolirne altri su materie prime e articoli semi – lavorati, non che quelli sulla canapa ed il lino pettinati, sulla lana tinta e su pochi altri prodotti.

 

 

Le entrate doganali dopo questa tariffa aumentarono effettivamente, come risulta dai dati seguenti:

 

 

  Milioni di lire

1877

100,6

1878

105,4

1879

130,8

1880

122,6

1881

153,6

1882

155,7

1883

175,7

1884 – 85

208,2

 

 

Ma questa riforma del 1878 non riuscì ad accontentare nessuno. Non lo Stato, premuto da sempre più urgenti necessità finanziarie; non l’industria, a cui le cifre dell’inchiesta avevano dato la piena coscienza della propria inferiorità e a cui non rimaneva che il solito dilemma: o trasformarsi o morire. Ma la trasformazione era lenta e faticosa per le pessime condizioni della circolazione monetaria, dei capitali che scarseggiavano e per la rapacità del fisco. Inoltre dall’estero venivano i mali esempi. In Francia la caduta dell’Impero segnava altresì quella delle idee liberiste, e gli industriali, oppressi dal generale ribasso dei prezzi, avevano ottenuta la tariffa convenzionale di circa il 24 per cento. In Germania l’opera di Bismark aveva portato alla inchiesta industriale del 1878, seguita dall’alta tariffa del 1879. La stessa via era stata seguita dall’Austria – Ungheria nel 1882 e dalla Svizzera con la tariffa del 1878, preludio a quelle più gravi del 1884 e del 1887.

 

 

Il Parlamento italiano, sotto l’impulso del generale malessere e degli appetiti dei subiti guadagni che l’esempio dell’estero destava in molti industriali di Italia, dove, inoltre, la precipitosa conversione al protezionismo aveva creato momentanei monopolii, ordinò una Inchiesta doganale, eseguita da una Commissione composta di membri delle due Camere e di funzionari governativi.

 

 

Fu uno scatenarsi di passioni. Non un ramo industriale, non un agricoltore mancò, per mezzo di associazioni, di riunioni, ecc., di presentare memorie, dati, petizioni, per influire sugli studi della Commissione e pesare su suoi giudizi. In una cosa sola tutti si accordavano: nella necessità di un aumento nella protezione. Prima fu l’Associazione laniera; seguivano gli industriali della seta; le industrie navali, visto l’aumento minacciato dei dazi sul ferro e l’acciaio, chiedevano che per decreto reale si «accordassero i compensi dovuti, per effetto della nuova tariffa doganale, alla costruzione delle caldaie, delle macchine e degli scafi delle navi, fabbricate nei cantieri nazionali secondo la legge 6 dicembre 1885, N. 3547».

 

 

Intanto nel 1886 la Giunta d’inchiesta presentava le sue conclusioni: e queste, nell’agitarsi di speranze e di desiderii giunti allo stato di incandescenza, furono, come nota giustamente il Sombart, quasi una doccia di acqua gelata. Relatori erano, per la parte agraria, Lampertico e Miraglia; per la parte industriale, Vittorio Ellena.

 

 

La relazione Lampertico, minuziosa, dotta, accuratissima, conchiudeva con logica ferrea al rigetto di ogni protezione per l’agricoltura. A parte le considerazioni teoriche, uguali erano le conclusioni a cui giungeva, per la sua parte, l’on. Miraglia.

 

 

Non così fu per l’inchiesta industriale. Il relatore, on. Ellena, non pose neppure in dubbio la necessità di una protezione: solo egli si studiò di contenere entro certi limiti, già più che ragionevoli, le pretese degli industriali, partendo dal principio che dazi troppo alti addormentano l’imprenditore e attirano che dazi troppo alti addormentano l’imprenditore e attirano il capitale su vie false. Ciò nonostante, i dazi proposti segnavano un passo decisivo nella via della protezione. Ma questo non bastava agli industriali: essi oramai capivano che ci si trovava di fronte a un momento decisivo per i loro interessi, e l’agitazione, che non aveva sortito un completo esito sugli animi naturalmente indipendenti dei membri della Giunta d’inchiesta, riprese più attiva e minacciosa ad agire sugli elementi più sensibili del Parlamento. Accadde ciò che doveva accadere. Il Parlamento accolse le conclusioni della Giunta d’inchiesta per la parte industriale, aggravando però quasi tutte le proposte; respinse in massa quelle per la parte agricola, decretando la protezione anche per l’agricoltura.

 

 

Ne derivò, dopo lotta accanita, la tariffa 14 luglio 1887, i cui caratteri fondamentali sono due: specificazione massima delle voci; la tariffa contiene difatti 346 numeri e 773 voci; – altezza dei dazi a livello di rigida protezione. Fra le industrie più favorite furono quelle agricole, come appare dal seguente prospetto del Sombart:

 

 

 

Frum. (lire per quint.)

Segala (lire per quint.)

Farina

(lire per quint.)

Buoi

(lire per capo)

Montoni

(lire per capo)

Legname

(lire per quint.)

Italia

3

5

8

38

3

0,50

Germania

6,25

6,25

13,125

37,50

1,25

0,25

Francia

5

1,50

8

38

5

libero

Austria

Ungheria

3,75

3,75

9,325

37,50

1,25

libero

 

 

Pei filati di cotone, così fini che comuni, l’Italia si pose in condizione di essere superata in protezione soltanto dalla Francia. Lo stesso dicasi pei filati di lino greggi, di lana, e pei tessuti di lana e di cotone. Quanto al ferro, il Matlekovits ci offre la tavola seguente:

 

 

 

Germania

Fr. per quintale

Francia

Fr. per quintale

Ferro greggio

1,25

2

Ferro e acciaio in verghe non lavorati

3,125

6

Gli stessi lavorati

3,125

7,50

Rotaie per ferrovia

3,125

6

Latta e lamiere

3,75

7,50 – 16,50

Filo di ferro

3,75

6 – 20

Articoli comuni in ferro e acciaio

3,75

8 – 14

 

 

 

Belgio

Fr. per quintale

Austria

Fr. per quintale

Italia

Fr. per quintale

Ferro greggio

0,50

2

1 – 4

Ferro e acciaio in verghe non lavorati

1

6,875

6 – 12

Gli stessi lavorati

1

8,75

7,50 – 12

Rotaie per ferrovia

1

6,875

6

Latta e lamiere

1

10 – 17,50

7 – 12

Filo di ferro

1

10 – 15

12 – 15

Articoli comuni in ferro e acciaio

4

10 – 12,50

10 – 12

 

 

Diciamo due parole sul movimento industriale e agrario fra il 1887 e il 1802, che si verificò dopo la applicazione della tariffa del 1887.

 

 

Cotone – Diminuì l’importazione dei filati e dei tessuti di cotoni esteri, grazie all’espansione della produzione interna. Pei filati semplici questa diminuzione si era iniziata sin dal 1878: pei ritorni ebbe grande efficacia la tariffa del 1887. Diminuirono di molto le importazioni dei tessuti di II categoria, invece l’entrata dei tessuti più fini rimase stazionaria. Se prendiamo in esame l’importazione dei filati, abbiamo, pei trienni 1879 -91, 1884 – 86, 1888 – 90, le seguenti cifre:

 

 

a) Importazione media annuale dei filati semplici greggi:

 

 

I triennio

Quintali 32.237

II triennio

”  19.169

III triennio

”  10.104

 

 

b) Importazione media annuale dei filati semplici imbianchiti:

 

 

I triennio

Quintali 3.339

II triennio

” 3.354

III triennio

” 851

 

 

c) Importazione media annuale dei filati semplici tinti:

 

 

I triennio

Quintali 1.424

II triennio

” 2.229

III triennio

” 1.792

 

 

d) Importazione media annuale dei filati ritorti greggi:

 

 

I triennio

Quintali 29.432

II triennio

” 28.535

III triennio

” 10.055

 

 

e) Importazione media annuale dei filati ritorti imbianchiti:

 

 

I triennio

Quintali 8.364

II triennio

” 12.560

III triennio

” 5.063

 

 

f) Importazione media annuale dei filati ritorti tinti:

 

 

I triennio

Quintali 1.683

II triennio

” 2.945

III triennio

” 888

 

 

Raffrontando le quantità di tessuti mediamente importati negli anni 1888 -90 con quelle importate negli anni 1884 – 86, risultano anche queste riduzioni:

 

 

1 tessuti greggi

54%

2 ” a colori o tinti

46%

3 ” imbianchiti

29%

4 ” stampati

26%

 

 

Nello stesso tempo invece aumentava l’importazione di cotoni greggi. Questa superò l’esportazione:

 

 

Nel 1878  di Quintali

225.225

” 1885 – 86 ”  “

635.386

” 1889  ”  “

740.329

” 1890  ”  “

836.771

 

 

Lana. – Questa industria dal 1887 al 1892 realizzò ben pochi progressi. Nel 1890, davanti alla Commissione reale per le tariffe doganali, incaricata di studiare il trattamento da concedersi alle industrie italiane nei futuri trattati, i lanaioli ripetevano le stesse querele del 1884 e reclamavano maggiori aumenti di protezione. Notavano come nel Salernitano e nella Valle del Liri l’industria fosse in continua decadenza; a Prato le condizioni di essa divenissero sempre più difficili; e come, infine, dei numerosi opifici del Piemonte, della Liguria, della Lombardia e del Veneto, pochissimi riuscissero a vincere le difficoltà della loro esistenza. Le cause di questo malessere erano le stesse del 1884: scarsità e caro prezzo del danaro, gravezza dei tributi, costo del combustibile, lentezza e caro prezzo dei trasporti, gravezza delle assicurazioni contro gl’incendi, ecc. Due cause erano speciali e stavano a dimostrare il nessun miglioramento tecnico compiuto da questa industria sotto la protezione: e cioè la nessuna divisione del lavoro e la pochissima specializzazione del prodotto. Due altri motivi di querela poi sono tipici. L’uno, che si diffondeva la concorrenza colla crescente diffusione dei pacchi postali! L’altro che la scarsa protezione dei tessuti fini (di appena L. 250 al quintale!) faceva sì che tali tessuti entravano ancora in Italia. Difatti su 32.400 quintali di lana pettinata importati nel 1890, meno di 3000 rappresentavano generi di peso eccedenti i 500 grammi per mq. e più di 17.000 quintali generi del peso di 200 gr. o meno. Ne concludevano gli industriali che, per difetto dei nostri ordinamenti doganali, il fabbricante italiano era costretto a dedicarsi alla produzione dei tessuti di basso prezzo: e «perché la produzione si concentra in questo genere, la concorrenza fra produttori interni distrugge ogni benefizio del dazio di confine». E ogni commento guasterebbe.

 

 

Ferro. – Questa industria non realizzò il minimo progresso. Gli altri forni produssero:

 

 

Nel 1874

29.000 tonn. di ghisa

” 1884

18.000 ”  “

” 1886

12.291 ”  “

” 1892

12.729 ”  “

 

 

Anche il minerale di ferro che l’Italia produceva emigrò sempre nella maggior parte all’estero: nel 1886 la produzione mineraria fu di 209.082 tonn., di cui 193.480 vennero esportate; nel 1892 si producessero 214.487 tonn. e se ne esportarono 124.775.

 

 

Invece la lavorazione industriale del ferro e dell’acciaio, checchè ne dica il Sombart, non subì aumenti. Difatti, secondo le statistiche degli ingegneri del Corpo delle miniere, la produzione ammontò:

 

 

Nel

a tonnellate di ferro

a tonnellate di acciaio

Numero degli operai occupati

1881

94.941

3.630

5.732

1883

125.492

2.965

7.103

1885

140.754

6.370

8.560

1886

161.633

23.760

10.567

1887

172.834

73.262

11.714

1888

177.019

117.781

12.749

1889

181.623

157.899

14.518

1890

176.374

107.676

13.799

1891

152.666

75.925

11.395

1892

124.273

56.543

9.916

 

 

Dal che si vede come un certo aumento di ascensione esistesse sin da quattro anni prima della protezione del 1887: e come questa, dopo aver esercitato un’azione galvanica per tre anni, sia dopo divenuta uno strumento smussato. Il che costituisce una condanna decisiva del dazio. A suo luogo esporremo i motivi per i quali, per ora, l’industria delle ferriere non può fiorire di vita propria in Italia. Nello stesso periodo di anni, l’introduzione del ferro in masselli e dell’acciaio in pani sommava:

 

 

Nel 1883

a 49.026 quintali

1884

” 121.876 “

1885

” 134.952 “

1886

” 188.754 “

1887

” 272.680 “

1888

” 201.588 “

1889

” 98.845 “

1890

” 48.223 “

1891

” 16.995 “

1892

” 11.989 “

 

 

Questo decrescere dell’importazione del ferro, contemporaneo alla diminuzione interna, induce al ragionevole sospetto che l’alto dazio abbia avuto una triste influenza sulla produzione di questo minerale nel regno.

 

 

È nota la storia dei trattati del 1892; né qui intendiamo anche solo brevemente riassumerla, essendosene a lungo e da molti parlato. Come tutti sanno, questo fatto fu preceduto dalla rottura dei rapporti commerciali fra l’Italia e la Francia e dalla tariffa 1892, con cui la Francia partì in guerra commerciale con tutto il mondo. Le tre potenze occidentali, l’Italia e la Russia convennero di restar fedeli alla politica dei trattati: e questi furono conclusi abbastanza rapidamente da parte dell’Italia con l’Austria e con la Germania: con difficoltà assai maggiore con la Svizzera. Parve che con questa si dovesse venire ad una rottura completa: fortunatamente reciproche concessioni portarono ad un favorevole accordo. Noi ci assicurammo nel trattato con l’Austria il trattamento di favore o il vincolo del dazio generale della tariffa austriaca per 74 voci, senza parlare di mitigazioni di secondaria importanza e del rinnovamento della famosa clausola dei vini. In quanto alla esportazione verso la Germania, i favori ottenuti si estesero a oltre 112 milioni di marchi. In compenso l’Italia accordò molti privilegi alle due potenze. Nella categoria lana, vincolò i dazi della tariffa generale sui filati d’ogni specie, sulle maglie, sui passamani, sui galloni e nastri, sui pizzi e tulli; riguardo ai tessuti legò i diritti sui pettinati, li ridusse per i cardati, come ridusse anche il sopradazio della stampatura per tutti i tessuti di lana pesanti 300 grammi o meno per mq. In quanto ai prodotti siderurgici, l’Italia vincolò la sua tariffa per i ferri e gli acciai di prima e di seconda fabbricazione e gli utensili e strumenti usuali per arti e mestieri, con riduzioni di dazio oscillanti da cent. 25 a una lira il quintale. Altre riduzioni riguardarono i prodotti chimici, lo zinco lavorato, gl’istrumenti di fisica, le porcellane, i vetri e i lavori di terraglia.

 

 

Nel trattato con la Svizzera si riuscì a vincolare il dazio di L. 1,50 il quintale per le sete tratte semplici, per quelle ritorte si ebbe la riduzione da 7 a 6 lire al quintale. Si ottenne anche di stabilire un dazio d’uscita sui bozzoli, a tutto favore dei lavoratori nazionali della seta. Poco si ottenne pei vini: anzi si riuscì solo a portare da 13 a 15 gradi il limite massimo della forza alcoolica, rimanendo invariato il dazio di L. 3,50 già stipulato con gli Imperi centrali. Per il bestiame si raggiunsero varie concessioni: pei buoi la riduzione da L. 30 a L. 15 per capo; pei suini da L. 8 a L. 5 e 4 per capo; per gli ovini da L. 2 a L. 0,50.

 

 

In cambio l’Italia accordò una riduzione del 18% sulla gabella dei tessuti greggi di cotone; il sopradazio sulla stampatura dei tessuti di cotone, pesanti da 7 a 13 chg. per ogni 100 mq., fu portato da L. 70 a L. 66,50 al quintale. Quanto alla sete, fu concessa la riduzione di L. 1 al chg. sui dazi dei tessuti di seta o di filusella neri o colorati o graticolati, lisci od operati, e la riduzione di L. 0,50 al chg. sui tessuti neri o colorati od operati, misti con seta dal 12 al 50%. Altre riduzioni si concessero ai prodotti siderurgici ed ai lavori di alluminio.

 

 

Per parlare con cognizione di causa di questi trattati bisogna considerare i fatti. E noi vi procederemo dando prima uno sguardo rapido al commercio generale dell’Italia sino a tutto il 1901, poi un altro più minuto a quello di alcuni suoi più importanti prodotti industriali e agricoli e precisamente: 1 cotone, 2 lana, 3 ferro, 4 seta, 5 vino, 6 frutta, legumi, ortaggi e fiori, 7 grano.

 

 

II

Commercio in generale dal 1892 al 1901

Quello che è caratteristico e sconfortante nell’esame del commercio italiano è il suo stato di stazionarietà, che solo col 1899 tende a cessare. Gli scambi globali dell’Italia passarono da 1523 milioni nel 1865 a 2036 nel 1871. Ma poi avviene l’arresto. Nel quinquennio 1872 – 1876 eravamo a 2350 milioni; nel sessennio 1893 – 1898 ci troviamo a 2300! Come avverte il Sabbatini, una parte di questo ristagno è dovuto al notevole deprezzamento dei prodotti di ogni natura, verificatosi in questi ultimi anni. È però altresì ad osservare che questo deprezzamento colpì non solo l’Italia, ma tutte le nazioni. Intanto però la Germania è passata da un commercio di 2866 milioni nel 1874 a 12500 milioni nel 1900; l’Olanda da 714 milioni nel 1867 a 3100 nel 1897; il Belgio da 650 milioni nel 1866 a 1652 nel 1898; l’Inghilterra da 6200 milioni nel 1877 a 12.000 nel 1900. Solo la Francia, per la sua politica protezionista, regredisce: da 3873 milioni nel 1875, scende a 3503 nel 1898. Ciò senza parlare degli Stati Uniti d’America, che da 7505 milioni nel 1880 passano a 11.000 nel 1901, e di quello stupefacente Giappone, ignoto quasi prima della rivoluzione del 1868, e che, da un commercio di 753 milioni nel 1891, passa a 2300 nel 1899, con salti che variano fra 118 e 500 milioni all’anno!

 

 

Il nostro commercio decadde con al rottura dei rapporti con la Francia e solo ora tende a risollevarli all’altezza di prima e superarla, nello slancio preso nel triennio 1899 – 1901. Difatti, ecco il quadro dimostrativo del movimento commerciale, esclusi l’oro e i metalli preziosi:

 

 

Anni

Importazione

Esportazione

Importazione ed esportazione riunite

Lire

Lire

Lire

1869

935.010.134

791.431.858

1.726.441.992

1870

894.367.073

755.302.355

1.649.669.428

1871

961.456.026

1.074.589.526

2.036.045.552

1872

1.182.509.622

1.162.262.699

2.334.772.321

1873

1.261.170.834

1.131.395.367

2.392.566.201

1874

1.295.646.928

978.188.606

2.273.835.534

1875

1.206.919.279

1.022.290.423

2.229.209.702

1876

1.307.079.793

1.208.488.415

2.515.568.208

1877

1.141.542.859

933.966.554

2.075.509.413

1878

1.062.344.710

1.021.331.042

2.083.675.752

1879

1.251.696.043

1.071.969.588

2.323.665.631

1880

1.186.831.015

1.104.126.572

2.290.957.587

1881

1.239.671.520

1.165.516.247

2.405.187.767

1882

1.227.033.078

1.157.784.539

2.378.817.617

1883

1.228.078.635

1.186.464.794

2.474.543.429

1884

1.319.758.099

1.071.051.375

2.390.809.474

1885

1.459.877.741

950.548.709

2.410.426.450

1886

1.458.243.889

1.028.231.726

2.486.475.651

1887

1.605.419.823

1.005.089.998

2.610.509.821

1888

1.174.601.582

891.934.539

2.066.536.121

1889

1.391.154.246

950.645.760

2.341.800.006

1890

1.319.638.433

895.945.253

2.215.583.686

1891

1.126.584.583

876.800.155

2.003.384.738

1892

1.173.391.983

958.187.220

2.131.579.203

1893

1.191.227.553

964.188.135

2.155.415.688

1894

1.094.649.101

1.026.506.040

2.121.155.141

1895

1.187.288.208

1.037.707.599

2.224.995.807

1896

1.180.172.694

1.052.097.943

2.232.270.637

1897

1.191.598.770

1.091.734.230

2.283.333.000

1898

1.413.335.546[1]

1.203.569.304

2.616.904.650

1899

1.506.561.188

1.431.416.878

2.937.978.066

1900

1.699.235.462

1.338.346.253

3.037.581.715

1901

1.717.605.708[2]

1.374.524.896

3.092.130.604

 

 

Certamente, queste cifre vanno intese cum grano salis, causa specialmente le variazioni annuali dei valori. In genere però danno un’idea abbastanza esatta del movimento commerciale del regno.

 

 

Se ora consideriamo l’andamento dei traffici italiani considerati sotto l’aspetto industriale o del consumo alimentare, si palesa evidente un certo sviluppo nelle industrie. Sotto questo punto di vista, come ci dimostrano le tabelle del Raunig e i dati della Direzione generale delle gabelle, bisogna dividere la vita italiana in due periodi nettamente distinti: quello anteriore e quello posteriore al 1887. Nella prima epoca, la nostra esportazione è costituita quasi unicamente di prodotti alimentari, scarsissima è quella di materie prime gregge e di prodotti lavorati. Le importazioni più importanti erano costituite da generi alimentari e da prodotti fabbricati.

 

 

Nel 1888 tutto questo movimento varia completamente. Le importazioni di prodotti fabbricati discendono rapidamente e notevolmente, mentre quelle di materie prime greggie e semi – lavorate assumono un movimento di deciso aumento. Le esportazioni a loro volta si costituiscono di prodotti alimentari e di prodotti fabbricati. Se trascuriamo il periodo dal 1888 al 1894, su cui altre cause influirono in senso deprimente, il nostro movimento commerciale si distribuisce a questo proposito nella guisa indicata dal

quadro seguente:

 

 

 

IMPORTAZIONE- Lire

Anni

Materie necessarie all’industria greggie

Materie necessarie all’industria lavorate

Generi alimentari

Prodotti fabbricati

Totale

1895

452.366.512

241.868.075

250.267.791

242.873.313

1.187.375.691

1896

464.340.141

226.178.332

229.769.484

252.778.755

1.173.066.712

1897

469.895.595

245.309.308

254.421.289

221.972.578

1.191.598.770

1898

509.417.538

249.688.083

262.629.462

391.600.263

1.413.335.346

1899

582.233.512

356.638.695

315.733.635

251.955.346

1.506.561.188

1900

691.925.457

344.817.923

372.008.355

290.483.727

1.699.235.462

1901

655.840.512

350.369.645

353.854.492

357.541.059

1.717.605.708

 

 

 

ESPORTAZIONE- Lire

Anni

Materie necessarie all’industria greggie

Materie necessarie all’industria lavorate

Generi alimentari

Prodotti fabbricati

Totale

1895

174.877.531

368.709.192

184.576.346

309.587.920

1.037.750.989

1896

175.551.766

335.165.643

220.405.004

320.754.193

1.051.876.606

1897

194.448.915

348.364.555

219.890.211

329.030.549

1.091.734.230

1898

201.645.859

404.570.565

264.259.137

333.093.743

1.203.569.304

1899

242.410.229

523.762.622

286.693.206

378.550.341

1.431.416.398

1900

235.663.003

449.728.058

303.576.055

349.479.137

1.338.346.253

1901

204.466.966

505.321.618

311.495.524

353.240.788

1.374.524.896

 

 

Possiamo ora vedere se i trattati del 1892 abbiano avuto un’importanza sulla direzione dei nostri mercati d’importazione e di esportazione. I tratti caratteristici del nostro commercio in questo periodo sono:

 

 

  1. diminuzione nei rapporti commerciali con la Francia, dove ora non rappresentiamo che il 3,5% della importazione totale;

 

  1. aumento spiccato d’importazione nella Svizzera e nell’Argentina. Quanto alla prima, la nostra importazione passa da 134 milioni nel 1890 a 207 milioni nel 1900, rappresentano il 17% delle importazioni totali in Isvizzera. Quanto all’Argentina, le nostre importazioni vanno da 39 milioni nel 1888 a 71 milioni nel 1899, ossia passano da una percentuale del 6,1 al 13,50%;

 

  1. aumento minore dei nostri rapporti commerciali con la Germania e con l’Austria: in questi due paesi inoltre rappresenta una parte insignificante della importazione totale (rispettivamente 3 e 7,3%).

 

 

Se invece guardiamo al quadro sotto riportato, vediamo che, su movimento medio di esportazione di 1200 milioni, circa 500, ossia i 5/129 sono assorbiti dalla Svizzera, dall’Austria e dalla Germania: il che dimostra la grande importanza relativa che ha per noi la conservazione di questi mercati e la necessità prudenziale altresì che ha il nostro commercio di cercare altri sbocchi che lo rendano più indipendente da questi mercati dell’Europa occidentale: necessità che meglio si mostrerà evidente dall’esame analitico delle singole industrie.

 

 

Ecco ora il quadro delle nostre relazioni colle tre potenze legate dai trattati del 1892.

 

 

Movimento commerciale, in migliaia di lire

 

 

 

AUSTRIA

Anni

Importazione dall’Italia

Esportazione per l’Italia

Differenza fra imp. e esp.

1885

101.789

236.107

– 134.318

1886

95.275

224.594

– 129.319

1887

95.808

250.915

– 155.107

1888

88.606

133.764

– 45.158

1889

95.476

162.355

– 66.879

1890

94.543

150.689

– 56.156

1891

98.172

127.977

– 29.805

1892

105.763

122.363

– 16.600

1893

119.498

120.144

–  646

1894

126.088

115.403

+ 10.685

1895

114.275

132.933

– 18.658

1896

121.351

131.253

– 9.902

1897

137.906

134.129

+ 2.777

1898

143.976

129.960

+ 14.016

1899

158.690

160.782

– 1.092

1900

144.344

191.393

– 57.049

 

 

 

GERMANIA

Anni

Importazione dall’Italia

Esportazione per l’Italia

Differenza fra imp. e esp.

1885

105.250

120.450

– 15.200

1886

108.083

129.327

– 21.244

1887

115.235

165.776

– 50.541

1888

115.632

145.416

– 29.784

1889

95.632

156.516

– 60.884

1890

118.572

140.820

– 22.248

1891

131.388

133.646

– 2.258

1892

145.494

143.946

+ 1.558

1893

145.646

148.011

– 2.365

1894

142.681

140.096

+ 2.785

1895

170.172

144.422

+ 25.750

1896

159.786

144.757

+ 15.029

1897

179.194

158.377

+ 20.817

1898

191.868

157.237

+ 34.631

1899

236.107

194.064

+ 42.043

1900

221.418

203.427

+ 17.991

 

 

 

SVIZZERA

Anni

Importazione dall’Italia

Esportazione per l’Italia

Differenza fra imp. e esp.

1885

124.869

76.970

+ 47.899

1886

89.692

74.854

+ 14.838

1887

100.517

69.611

+ 30.906

1888

193.828

60.986

+ 132.842

1889

272.273

65.550

+ 206.723

1890

168.514

55.039

+ 113.475

1891

140.653

47.562

+ 93.091

1892

173.174

49.465

+ 123.709

1893

187.646

61.562

+ 126.084

1894

202.976

43.333

+ 159.643

1895

187.255

46.274

+ 140.981

1896

170.323

44.654

+ 125.669

1897

185.087

42.053

+ 143.034

1898

185.314

39.572

+ 145.742

1899

246.618

49.337

+ 197.281

1900

206.858

57.411

+ 149.447

 

 

Da questo quadro appare altresì che l’Austria ha permanentemente esportato in Italia assai di più di quanto noi abbiamo importato in quell’Impero. Lo stesso movimento si verifica con la Germania sino a tutto il 1893, dopo il quale anno il movimento si cambia a nostro favore. Con la Svizzera invece la nostra importazione colà ha di molto e permanentemente superato l’esportazione di merci svizzere in Italia: il che in parte può giustificare il malcontento di quella Repubblica verso i trattati di commercio in vigore e la sua decisa volontà di modificarli in modo ad essa più conveniente.

 

 

Da questi dati generali, dai quali non si potrebbero trarre sufficienti deduzioni, passeremo ora a studiare singolarmente alcuni dei nostri principali prodotti, considerandoli nel loro sviluppo industriale e nella importanza da essi assunta nel movimento della importazione e della esportazione.

 

 

ATTILIO CABIATI e LUIGI EINAUDI



[1] Di cui 160.000.000 circa dovuti a una maggiore importazione di cereali.

[2] Di cui 74.296.000 dovute alla importazione del grano.

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