L’Italia e i trattati di commercio – II

Tratto da:

Critica sociale

Data di pubblicazione: 01/08/1902

L’Italia e i trattati di commercio – II

«Critica Sociale», 1 agosto 1902, pp. 233-236

 

 

 

III

Il sistema doganale e le industrie manufattrici

Il problema si presenta sotto due aspetti: economico e tecnico; la gravità di quest’ultimo è nello stabilire la proporzione del dazio protettivo, dovendo questa coprire il dislivello fra l’industria paesana che si vuol difendere e quella similare straniera. Convien dunque tener conto del costo di produzione; parola semplice a dire, ma difficile a determinare nel suo contenuto. Tempo fa un forte fabbricante inglese di mobili in legno promosse una inchiesta per determinare le spese di produzione di tali prodotti: su oltre cento risposte, non una concordava con l’altra e l’elemento «costo» appariva diversissimo a seconda delle località e dei vari stabilimenti. Questi semplice esempio può dimostrare le difficoltà a cui va incontro un negoziante quando, nei trattati di commercio, deve tener conto degli innumerevoli elementi che costituiscono gli interessi da difendere quasi sempre agevolano l’opera governativa con memorie e studi compilati da uomini tecnici. Ma l’aiuto di tal genere è spesso più pericoloso che l’ignoranza, e i motivi sono troppo appariscenti perché dobbiamo qui occuparcene.

 

 

Lo studio ci è però di molto agevolato dai numerosi documenti ufficiali e da alcune diligenti monografie e studi generali, fra i quali citiamo a titolo di fonti gli Atti della Commissione doganale del 1887 e del 1892, quelli della Commissione centrale dei valori doganali, le monografie accuratissime del prof. Tombesi, del dott. Sabbatini e ultimo, per tempo, ma importantissimo per vastità di notizia e competenza dell’autore, lo studio generale del professore Fontana Russo. Valendoci di questi fonti e delle numerose altre ufficiali, noi tratteremo, con la massima brevità concessa dalla vastità della materia il tema propostoci, incominciando dalla

 

 

Prima industria del cotone

Prima del 1872 la lavorazione del cotone era poco progredita in Italia. Le cause della inferiorità apparvero nella inchiesta industriale del 1870-72:

 

 

1. Gli stabilimenti di filatura nell’alta Italia furono eretti per la massima parte sopra corsi di acqua per valersi della forza idraulica, la quale portava a una considerevole economia, calcolandosi il costo annuo di ogni cavallo vapore di forza a L. 791,66 e quello di un cavallo idraulico a L. 246,66. Ma disgraziatamente i nostri corsi d’acqua non sono perenni e

l’acqua non scorreva in proporzione sufficiente ai bisogni degli opifici. Convenne quindi disfarsi del macchinario esistente per acquistarne un altro adatto a motori a vapore.

 

 

2. Sorse allora la questione del combustibile.

 

 

Come osservava l’on. Ellena, nei paesi ricchi di giacimenti carboniferi il combustibile non vale che poche lire la tonnellata; noi invece, per averlo, dobbiamo sostenere la spese del nolo, che ne triplica e talvolta ne quadruplica il prezzo. Aggiungasi che, per le macchine ad altra pressione, si adoperano ancora quasi esclusivamente carboni inglesi, i quali, per il coefficiente del trasporto, aumentano il loro prezzo dal 100 al 150 per cento. Il mezzo migliore per utilizzare le nostre acque è di valersene per creare la forza elettrica. Il risparmio è incalcolabile: non bisogna però nutrire illusione soverchie sulla loro illimitata potenzialità.

 

 

3. In Italia non vi sono, si può dire, fabbriche per il macchinario: a calcoli fatti l’impianto di una filatura in Italia costa, per le sole macchine, circa il 40% più che in Inghilterra.

 

 

4. Come dice in proposito lo Schultze Gaevernitz, con l’introduzione delle macchine sorse in Inghilterra l’operaio nato ed educato per esse, figlio di più generazioni istruite al lavoro delle imprese moderne, e dall’averlo oppur no dipende in sempre crescente misura la potenza economica di una nazione. Ora, in Italia, è voce generale, questo operaio modello o non si trova ancora, od è assai raro. La conseguenza appare dal seguente confronto stabilito dal prof. Bodio:

 

 

BATTITURA

Numero di operai occupati per ogni macchina e spesa giornaliera

In Italia

In Svizzera

Stiratura per ogni banco

L. 2,00 – 2 ragazze

L. 2,40 – 2 ragazze

Banco in grosso, 70 fusi circa

” 2,00 – 2 “

” 2,00 – 3 “

Banco intermedio, 130 fusi

” 1,75 – 3 “

” 1,50 – 1 ragazza

Banco in fino, 170 fusi

” 1,75 – 3 “

” 1,50 – 1 “

Filatoio automatico

” 3,00 – 1 filatore

” 4,00 – 1 filatore

fusi 900 x 2 = 1800

” 3,75 – 3 garzoni

” 3,00 – 3 garzoni

per spoliera

” 1,00 – 1 ragazza

” 1,00 – 1 ragazza

Totali

L.15,25 – 12 operai

L.15,40 – 9 1/2 op.

Ore di lavoro per giorno

12

10

Produzione per fuso

Kg. 0,0114

Kg. 0,0128

 

 

 

 

 

 

BATTITURA

Numero di operai occupati per ogni macchina e spesa giornaliera

In Inghilterra

Stiratura per ogni banco

L. 1,80 – 1 ragazza

Banco in grosso, 70 fusi circa

” 2,40 – 3 ragazze

Banco intermedio, 130 fusi

” 1,80 – 1 ragazza

Banco in fino, 170 fusi

” 1,80 – 1 “

Filatoio automatico

” 5,50 – 1 filatore

fusi 900 x 2 = 1800

” 3,50 – 3 garzoni

Totali

L.16,80 – 7 1/2 op.

Ore di lavoro per giorno

9

Produzione per fuso

Kg. 0,0142

 

 

NB. Il titolare degli operai non è uguale precisamente alla somma dei parziali, perché alcune cifre rappresentano operai addetti a due macchine del medesimo tipo e che nella somma devono calcolarsi per metà. A questa causa è dovuto il numero frazionario di operai che si trova per la Svizzera e per l’Inghilterra. Le paghe sono già ridotte alla metà. Così, per

l’Italia, la paga di L. 1,75, indicata pel banco intermedio e per il banco in fino, rappresenta L. 1,25, paga della maestra e L. 0,50, metà della paga dell’apprendista.

 

 

Qui cadono in acconcio due osservazioni: primo, che, se è doppio circa il numero di operai che bisogna occupare in una fabbrica italiana a confronto di una inglese, sono però circa la metà i salari pagati a un operaio italiano, rispetto all’inglese: quindi, come notava il barone Cantoni nell’Inchiesta industriale del 1872 , il costo, sotto questo aspetto, si equilibra. In secondo luogo, l’operaio italiano, produce meno, appunto perché è pagato meno. E notisi che qui non si può rifare la storia dell’uovo e della gallina, poiché l’operaio non potrà mai dare di più fino a quando non godrà di un salario che rialzi il suo tenor di vita, tanto da porlo al sicuro dalla fame. Il suo lavoro è scarso, perché il suo organismo non si assimila la quantità di elementi chimici necessari per sostentare un organismo normale. Se i borghesi italiani, invece di decantare la «proverbiale sobrietà» dei loro lavoratori, leggessero gli studi in materia del Moleschott, si accorgerebbero dei pericoli della «sobrietà». Invece i cotonieri, per quanto la produzione assicurasse loro profitti fra il 12 e il 18%, ai salari non pensarono se non obbligati, e ancora non li rialzarono che in proporzione minima, basandosi sui principii indiscutibili del «gioco della domanda e dell’offerta», principii logici e contro i quali è da fanciullo l’elevare lagnanze: agli operai tocca «giocar» bene.

 

 

5. L’industria del cotone si trova in condizioni svantaggiose anche per l’acquisto delle materie prime. Il cotone era prima coltivato in Italia, incoraggiata dalla guerra americana del 1862. Nel 1864 erano coltivati nel regno circa 630.000 quintali di cotone greggio, equivalenti a 250.000 di cotone in fiocco. Adesso, invece, la coltivazione di questa pianta è quasi scomparsa, e, siccome la lavorazione dei cotoni prese proporzioni sempre maggiori da 30 anni a questa parte, l’importazione assunse entità sempre più considerevoli. Ora, causa la solita imperfezione nei mezzi di trasporto, il nostro industriale deve sopportare gravi sacrifici. Nel 1895, l’Associazione fra una pubblicazione (La questione del dazio sul cotone) che il cotone americano, franco a Liverpool, costava L. 4,50 al quintale meno che franco a Genova e, per questo solo, il filato da noi dovrebbe costare cent. 5,50 al Kg. più che in Inghilterra. Bisogna poi tener conto del trasporto dai porti di scalo allo stabilimento: e qui basti notare che nel 1886 il Circolo industriale e commerciale di Milano affermava che una spedizione per il Mezzogiorno d’Italia costa meno se è fatta da Manchester, che se procede dalle fabbriche nazionali!

 

 

Tutte queste cagioni di inferiorità apparvero nella inchiesta industriale del 1872: fu allora universale il lamento degli industriali, che prevedevano la morte di questa industriale a breve scadenze. Le loro querele vennero accolte dal Parlamento e ne derivò la tariffa del 1878, che protesse i filati e i tessuti di cotone, con un dazio d’entrata che variava da 8,20 a 26,50% del loro valore.

 

 

Questa tariffa portò effetti immediati. L’industria cotoniera ne approfittò subito per aumentare il numero dei fusi, per trasformare i telai a mano in meccanici, per allargare gli opifici e introdurvi macchine di ultimo modello. Se noi esaminiamo il movimento d’importazione dal 1874 al 1885, vediamo che la massa dei filati importati decrebbe da una quantità media nel primo quinquennio di 116.641 quintali a 93.410 nel secondo quinquennio, mentre, nello stesso periodo, quella dei tessuti salì da 119.760 a 193.623 quintali. La ragione di queste cifre si trova nel fatto che l’industria paesana rivolse prima tutte le sue cure alla produzione dei generi grossolani, come quelli che richiedono macchine meno costose ed una maestranza meno abile. Ne sorse una forte e disagevole concorrenza nella produzione dei filati inferiori, concorrenza contro cui gli industriali non videro altro scampo che in una nuova e più elevata protezione.

 

 

Difatti, davanti alla Commissione per le tariffe doganali del 1886, i cotonieri ritornavano alla carica. Avvertivano come la tariffa del 1878 proteggesse a sufficienza i filati fino al N. 20, ma non quelli più fini e tanto meno i tessuti. Chiedevano quindi un aumento nelle ultime classi dei filati greggi e un aumento corrispondente sui tessuti, in particolar modo su quelli appartenenti alle classi superiori, perché, come osservava la Camera di commercio di Milano, «una maggior difesa dei tessuti superiori si tradurrebbe in un immenso benefizio della filatura dei numeri mezzo fini, i quali troverebbero il mercato interno che oggi non hanno e non potrebbero avere perdurando lo stato attuale di cose». Chiesero inoltre i cotonieri una maggiore specificazione di voci. Furono in tutto accontentati. Si rialzò il dazio sui filati semplici greggi e su quelli riporti. Prima del 1887, i filati cucirini non avevano voce a sé: dietro la domanda del Circolo industriale e commerciale di Milano, il Parlamento vi pose un dazio di L. 110 al quintale. Furono rialzati intorno al 25% i diritti sui tessuti greggi lisci. La sopratassa di stamperia venne portata da L. 70 a L. 80 per quintale. Un’altra sopratassa venne introdotta ex novo per i tessuti operati e damascati (L. 20 al quintale) e per quelli di broccato (L. 40). Vennero distinte le voci riguardanti i tulli, e le mussole e i tessuti graticolati, ecc. Le agevolazioni fatte agli stranieri si restrinsero insomma a quei generi che da noi si producevano in poca quantità e che poco si importavano, mentre altissima era la protezione onde godevano i nostri fabbricanti sui generi di maggior consumo. E, siccome colla tariffa del 1887 vennero colpiti i paesi verso i quali si avviava la nostra esportazione agricola, ne risentirono grave danno le provincie meridionali, malgrado i trattati del 1892.

 

 

Nonostante questa colossale protezionale, che in media oscillava fra il 40 e il 50% del valoredel prodotto, agli appetiti dei cotonieri non erano soddisfatti: quanto loro occorreva era la esclusione assoluta del prodotto straniero. L’occasione per soddisfare alle loro pretese fu offerta dai tratti del 1892. Essi si presentarono con nuove richieste, fatte in base a una specificazione ancor maggiore di voci. Tranne pei filati delle due prime classi, per tutte le altre voci di filati e per i tessuti si chiesero aumenti, malgrado i pareri contrari della Commissione reale per le tariffe doganali (relatore Stringher) e della Commissione parlamentare. La lotta fu grande sul trattato italo elvetico. La Svizzera aveva forte interesse a vedersi aperte le nostre porte pel cotone: l’importanza del suo commercio in materia appare dalla seguente tavola:

 

 

 

Importazione in Italia dei filati e catene di cotone

(Unita = 1 quintale)

 

1888

1889

1890

1891

1892

Germania

4.317

4.579

4.651

3.925

3.423

Inghilterra

22.205

22.182

16.291

13.143

9.247

Svizzera

6.736

8.904

6.436

4.429

2.301

Altri paesi

758

605

615

509

461

Importazione dei tessuti di cotone

 

1888

1889

1890

1891

1892

Germania

10.167

10.982

9.068

8.609

9.410

Inghilterra

42.184

57.917

48.064

48.243

36.994

Svizzera

10.716

13.461

8.981

10.684

7.646

Altri paesi

6.913

4.260

4.181

3.506

3.894

 

 

Onde si vede come, dopo l’Inghilterra, la Svizzera fosse la maggiore esportatrice in Italia nei prodotti di cotone. Ora, essa, già colpita dalla nostra tariffa del 1887, pretendeva che, riguardo ai dazi elementari sui filati e sui tessuti di cotone, nonché ai sopradazi per il candeggio, la tintura e la stampatura, si ritornasse al regime del 1878. Il nostro Governo tenne fermo sulla difesa dei generi più eletti, e

 

 

 

Importazione di filati e catene di cotone

(in quintali)

 

1893

1894

1895

1896

1897

Quantità totale

12.116

10.014

13.615

9.548

9.112

Germania

2.583

1.916

2.140

2.258

2.494

Svizzera

2.548

2.407

2.930

25854

2.046

 
 

1898

1899

1900

1901

Quantità totale

7.202

7.916

8.146

8.115

Germania

2.172

2.741

2.666

2.623

Svizzera

1.285

841

1.384

1.367

 

Importazione di filati e catene di cotone

(in quintali)

 

1893

1894

1895

1896

1897

Quantità totale

52.639

31.362

36.538

21.651

18.754

Germania

8.334

5.301

5.548

4.866

4.681

Svizzera

8.091

4.835

4.926

3.268

3.023

 
 

1898

1899

1900

1901

Quantità totale 15.502 14.840 15.317 13.535
Germania 4.260 5.128 4.339 4.125

 

 

Onde appare come, fin dal 1892, la produzione interna di filati fosse già sufficiente al consumo nazionale, sicché l’importazione era divenuta insignificante. Invece l’estero ci forniva per la massima quantità dei tessuti di cotone, la cui importazione superava i 50.000 quintali. Ma, sotto il regime dei trattati, l’industria nazionale fu talmente protetta, che non solo la importazione decrebbe, limitandosi ai generi finissimi, ma ingentissima divenne l’esportazione. Ecco difatti il quadro totale delle esportazioni, distinto per paese. Appare anche da esso che le tre potenze occidentali non hanno la minima importanza come mercati di consumo del nostro cotone, i principali paesi importazioni di questo prodotto essendo l’America meridionale e la Turchia. La prima principalmente va prendendo pei nostri produttori una importanza sempre crescente.

 

 

Esportazione di filati e catene di cotone

(in quintali)

 

1893

1894

1895

1896

1897

Rumenia

?

?

?

1.446

2.677

Turchia

?

?

?

3.408

11.509

Contrade africane

?

?

?

1.691

2.276

America Centrale e Mer.

?

?

?

7.860

16.646

Altri paesi

?

?

?

1.003

3.455

Totale

15.408

36.563

 

Esportazione di tessuti e altri manufatti cotone

(in quintali)

 

 

1898

1899

1900

1901

Rumenia

2.329

2.230

1.519

1.446

Turchia

46.754

42.329

20.119

3.408

Contrade africane

3.117

4.780

5.257

1.691

America Centrale e Mer.

20.859

16.334

22.291

7.860

Altri paesi

6.084

16.423

9.831

1.003

Totale

78.963

82.096

59.010

95.751

 

Esportazione di tessuti e altri manufatti cotone

(in quintali)

 

1893

1894

1895

1896

1897

Austria Ungheria

?

?

?

1.104

2.111

Francia

?

?

?

1.349

853

Germania

?

?

?

1.630

1.152

Rumenia

?

?

?

751

1.204

Svizzera

?

?

?

688

735

Turchia

3.354

4.567

5.615

6.925

15.740

Contrade africane

464

1.870

1.644

2.900

4.605

America Centrale e M.

25.641

31.719

42.634

46.436

34.996

Altri paesi

4.108

5.854

5.842

6.065

6.255

Totale

34.047

44.010

55.735

15.408

67.651

 

Esportazione di tessuti e altri manufatti cotone

(in quintali)

 

1898

1899

1900

1901

Austria Ungheria

2.813

8.055

6.305

8.649

Francia

1.152

2.319

1.825

3.285

Germania

937

3.256

1.667

1.976

Rumenia

1.427

1.705

918

2.285

Svizzera

761

3.794

1.578

2.900

Turchia

16.915

23.357

20.399

43.178

Contrade africane

7.812

9.307

9.618

14.861

America Centrale e M.

77.312

76.894

77.063

67.180

Altri paesi

9.825

10.224

18.896

19.683

Totale

118.954

138.210

138.269

162.997

 

 

Queste cifre non ci autorizzerebbero ancora a trarne conclusioni precise. Queste però appariranno, se diamo anche un rapido sguardo allo sviluppo dell’industria del cotone in Italia.

 

 

Filatura. – Secondo la Direzione generale della Statistica, il numero dei fusi, dal 1876 al 1900, sarebbe passato da 745.304 a 2.111.000. L’aumento si è verificato solo in quelle provincie in cui l’industria era già sviluppata; il numero massimo dei fusi si ha in Lombardia, che ne conta 900.000.

 

 

Di esse 1.879.000 servono per la filatura e 232.000 per la ritorcitura.

 

 

Calcolata dai tecnici la produttività media giornaliera di un fuso, mosso dal macchinario moderno, a gr. 125, e calcolato che, nel 1897, circa 1.200.000 fusi abbiano lavorato giorno e notte e 600.000 solo di giorno, si arriva, per detto anno, alla produzione complessiva di quint. 996.000 di filati. Adesso questa produzione sorpassa di certo il milione di quintali, di cui, computata l’esportazione, oltre 900.000 sono consumati in paese. Se poi si calcola che la protezione che grava su questi prodotti aumenta a circa il 33% del loro valore, e si tien conto altresì che i filati di cotone sono di consumo generale, è possibile farsi un’idea approssimativa delle immense somme che annualmente i consumatori pagano ai filatori di cotone.

 

 

Tessitura. – Dal 1878 si andò rapidamente sostituendo il telaio meccanico a quello a mano. Nel 1876 si avevano 12,478 telai fra meccanici e Jacquard e 14,3000 telai a mano, ossia un totale di 26.778. Nel 1900 i telai sommano in complesso a 78.000, dei quali oltre 60.000 meccanici e i rimanenti in parte Jacquard e in parte semplici a mano, raccolti in veri e propri opifici, esclusi cioè i telai esercitati individualmente dai tessitori nelle rispettive abitazione per proprio conto, i quali ultimi nel loro complesso rappresentano un numero assai ragguardevole.

 

 

Quanto al numero degli operai, l’industria del cotone ne impiega presentemente ben 135.000, contro 65.000 nel 1876. La forza motrice utilizzata negli opifici attivi raggiunge la somma di circa 78.000 cavalli dinamici, di cui oltre 39.000 forniti direttamente da motori a vapore, 34.000 forniti da motori idraulici e 4500 da motori dell’una e dell’altra specie mediante trasmissioni con conduttori elettrici.

 

 

Stamperia di tessuti. – Anche questa raggiunse in Italia un forte sviluppo, come appare dal quadretto seguente:

 

 

Numero degli opifici

1876

1900

a vapore

4

80

Forza motrice in cavalli dinamici

50

132

idraulici

95

8

Numero delle macchine da stampare

26

Numero dei tavoli per stampare a mano

Numero dei lavoranti adulti

464

maschi

5419

femmine

30

 

 

Numero medio annuo dei giorni di lavoro (non indicato).

 

 

Dunque in 25 anni si trova che il numero degli operai in questa industria è più che raddoppiato, il numero dei fusi e dei telai è triplicato e la forza motrice è più che sestuplicata, con un aumento prevalente di quella a vapore, che è divenuta circa dodici volte maggiore.

 

 

Né sembra che il cammino ascendente di questa importantissima industria debba arrestarsi, poiché in parecchie provincie, specialmente dell’Alta Italia, si stanno impiantando nuovi e importanti cotonifici, i quali contribuiranno ad accrescere il valore della nostra produzione cotoniera, che, a giudizio di persone competenti e in base a calcoli fatti sulle cifre del nostro movimento commerciale, supera oggi la ragguardevole, supera oggi la ragguardevole somma di 300.000.000 di lire.

 

 

Il progresso, come si vede, è enorme: e notisi che, mentre in Italia la spesa d’impianto di una tessitoria meccanica di 150 telai è di circa L. 280.000, in Inghilterra con la stessa spesa si dà moto a 550 telai.

 

 

Dopo questi dati, le conclusioni sembrano facilitate. In Italia si è riusciti a creare una nuova grande industria, supplendo con una forte protezione alla mancanza dei capitali e delle maestranze e al caro prezzo dei mezzi di trasporto.

 

 

Si è visto come la protezione del 1878 già fosse più che sufficiente ad aiutare certe categorie di cotonieri, tanto che fin dal 1880 si cominciavano a sentire gli effetti di una costante sovra produzione. A questa parve doversi far fonte con una più spiccata protezione che, se facilitò l’evoluzione dell’industria verso più elaborate produzioni, accentuò la crisi dei prodotti più bassi, al punto che nel 1896 i cotonieri, unici fra gli industriali d’Italia, coprendo col manto di un altruismo inusitato la necessità di imposte dal loro stretto interesse.

 

 

Nel 1892 i trattati di commercio non nocquero ai cotonieri che, fortemente rappresentati, tennero altre le loro barriere doganali, con non lieve scapito della nostra esportazione agricola, specie verso la Svizzera.

 

 

In 22 anni di protezione i salari si sono di ben poco aumentati, mentre è da ritenere che oramai si sia formata attorno alla industria del cotone una maestranza istruita e attiva. I profitti invece, malgrado i gravi costi d’impianto e la crisi dei prezzi, si sono mantenuti, nelle fabbriche più evolute, a un’altezza invidiabile (12, 16, 18%).

 

 

La protezione si può ammettere tutto al più come aiuto temporaneo per svolgere un’industria bambina: ma quando questa è divenuta adulta, occorre sappia vivere di via propria. Ora, dopo l’Inghilterra, l’Italia divide con la Svizzera il primato nell’ambito del cotone.

 

 

Pare dunque ragionevole cominciare proprio da essa a mettersi su una via meno onerosa pel contribuente italiano: 1. abolendo ogni dazio sui filati: 2. abolendo ogni dazio sui tessuti greggi lisci; 3. riducendo il dazio sui tessuti di cotone lisci in proporzione varia secondo la finezza; 4. abbassando in media dal 30 al 50% il dazio sui tessuti imbiancati e stampati.

 

 

In compenso però sono da accordare certi vantaggi economici indiretti, ma importantissimi, ai cotonieri: vantaggi dei quali però, interessando ugualmente tutte le industrie, diremo a suo luogo.

 

 

(Continua)

Torna su