L’Italia e i trattati di commercio – VII
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 16/01/1903

L’Italia e i trattati di commercio – VII

«Critica Sociale», 16 gennaio 1903, pp. 23-26

 

 

 

Il sistema doganale e l’agricoltura

 

 

Premessa. – L’Italia, senza essere oggidì affatto l’alma parens frugum dell’antichità, gode però, per certi prodotti agricoli, i benefizi, immutabili per lunghi secoli, del clima e del sole. È evidente quindi che per tali prodotti si trova nelle favorevoli condizioni di smercio facile, buono e a buon mercato.

 

 

Qui adunque il problema della politica doganale muta e si rovescia. Non si tratta più di difendere le nostre merci dalla invasione delle merci forastiere, ma bensì di aprire ad esse il maggior numero possibile i sbocchi. Se si eccettua il grano o, in generale, i cereali, per gli altri frutti del suolo, olio, vino, agrumi, è nostro sommo interesse che l’estero non ponga forti dazi alla loro entrata. Il che non si ottiene se non con tutto un delicato sistema di compensazioni di contratti, piegando su voci per le quali le altre nazioni abbiano lo stesso interesse di esportate.

 

 

Dividiamo dunque quest’argomento in due parti: nella prima comprendiamo il vino e gli agrumi, prodotti ottenuti senza concorrenza estera e di cui siamo interessati alla esportazione; nella seconda diremo del grano, che per converso è prodotto in pessima condizione di concorrenza e di cui si fa pagare al consumatore italiano buona parte delle spese di produzione, superiori a quelle dei paesi concorrenti.

 

 

L’aggruppamento di queste tre grandi categorie di prodotti: vino, agrumi, grano, non è senza ragione, perché le sorti dell’agricoltura italiana sono collegate strettamente ad esse. Come vedremo rapidamente, la crisi dei terreni vitiferi è collegata al dazio sul grano e la trasformazione della coltura da cereali a frutta, legumi e ortaggi tornerebbe di immenso beneficio a tutta l’economia nazionale e specialmente alle classi lavoratrici.

 

 

Vino. – Ci limitiamo a pochissime notizie riassuntive, essendo stato l’argomento trattato esaurientemente in una monografia assai bella dei prof. Bertolini e Graziadei (La rinnovazione dei trattati di commercio e gli interessi della provincia di Bari).

 

 

Fino al 1887 la storia del commercio vinicolo si riassume in quella del nostro commercio con la Francia, dove si rivolgeva quasi tutta la nostra esportazione, essendo stati i vigneti di quella regione di strutti in gran parte nel 1879 dalla filossera. Dopo la Francia i maggiori centri della nostra esportazione erano in quell’epoca le Americhe e la Svizzera.

 

 

Con la rottura dei rapporti commerciali con la Francia il nostro vino in botti soffre di quella terribile crisi a tutti nota e che dura allo stadio acuto per tre anni. Nel 1890 i nostri esportatori hanno già incominciato a trovare altri sbocchi, che crescono nel 1892, quando ci si offre, in grazia dei trattati, completamente aperto il mercato austro-ungarico. In Austria Ungheria difatti era accaduto quel medesimo che in Francia nel 1879: la distruzione, per opera della filossera, dei vitigni dalmati e ungheresi. In gran parte di quell’Impero, dove il vino è bevanda di consumo comune, i nostri vini meridionali da taglio si presentavano come un ottimo succedaneo: e quindi la famosa clausola doveva darci quel mercato in piena balia.

 

 

Non così invece andarono le cose con la Germania e con la Svizzera.

 

 

Quanto alla Germania, le cifre della esportazione dimostrano che il nostro commercio vinicolo non risentì vantaggi, nei suoi rapporti con quella nazione, dai trattati del 1892.

 

 

Le cause sono parecchie: 1. La vessazione che il nostro vino da taglio subisce in dogana: e questo inconveniente nei nuovi trattati potrebbe venire eliminato. 2. Il vino in Germania non è consumo popolare, ma di lusso: quindi l’elemento del dazio influisce scarsamente sul consumo. E, come è notorio, la nostra produzione sinora non può e non vuole creare tipi di vini da concorrere con vantaggio contro i vini francesi, spagnoli e portoghesi. 3. Tutto questo ha fatto sì che, contro il vino italiano, si è resa attiva la concorrenza spagnola. Ora, è da ritenere come canone che, ovunque il vino spagnolo concorre con quello italiano, lo scaccia dal mercato. I motivi risultato chiaramente da un perspicuo rapporto del conte Alessandro Bosdari, segretari della nostra ambasciata a Madrid, dal titolo appunto I vini spagnoli. Essi si riassumono tutti in una frase: minor costo di produzione. Mentre nel 1897 medio di ogni ettolitro di vino esportato dall’Italia fu di L. 27,19, quello dell’ettolitro di vino spagnuolo era di L. 23,10: e questa differenza va piuttosto accentuandosi che diminuendo. A noi in verità non duole di questo fatto, poiché gli elementi del costo minore in Ispagna non indicano un perfezionamento tecnico, ma bensì un peggioramento dell’economia generale; ma questa è la spiegazione del fenomeno nei rispetti della esportazione.

 

 

Quanto alla Svizzera infine, qui pure la concorrenza dei vini spagnuoli e, in ultimo, dei vini francesi, tende a rendere sempre più insignificante la esportazione vinicola.

 

 

Dunque il problema per i nostri viticultori si ripresenta più grave e serio che mai. La produzione si mantiene inalterata fra i trenta e i trentadue milioni di ettolitri all’anno; l’esportazione è ridotta da due milioni e mezzo a uno e mezzo e, con o senza nuovi miglioramenti doganali e malgrado le recentissime proposte della Camera di commercio di Bari è destinata piuttosto a decrescere che ad aumentare. Bisogna quindi convincersi che la crisi del vino non si risolve se non con una serie di provvedimenti, dei quali alcuni a lunga scadenza, altri a più breve. Il principale dei provvedimenti a lunga scadenza è quello di restringere la superficie coltivata a vigneto, sostituendovi altre colture: e di ciò parleremo più tardi.

 

 

Fra i provvedimenti a più breve scadenza vi ha quello di migliorare la produzione con la creazione di tipi costanti, di dirigere l’esportazione verso l’America settentrionale o la Russia, dove i nostri vini sembrano sempre meglio accetti; infine, di aumentare il consumo interno.

 

 

In Italia si consuma troppo poco di tutto, di pane di sale, di carne e sopratutto di bevande: specialmente nei Comuni agricoli il consumo del vino è irrisorio: se in Italia si consumasse un ettolitro di vino a testa all’anno, al crisi del vino sarebbe più che soddisfacentemente risolta. Ora, l’aumento di questo consumo non avverrà mai se i viticultori non si persuaderanno da unirsi ai partiti liberisti per colpire a morte il sistema doganale attuale, che è quello che più di tutti dissangua la classe povera. E, sopra tutto, il loro primo attacco deve essere contro il dazio sul grano, per due ragioni: 1. perché, senza far concessioni sui cereali alle Americhe e alla Russia, noi non otterremo facilitazioni alla esportazione dei nostri prodotti. 2. perché il valore capitale dei terreni si viene alla lunga adattando su quello dei terreni coltivati a grano. Ora, la protezione di L. 7,50 al quintale accordata a questo prodotto ha portato ad un enorme rialzo fittizio nel valore delle terre in Italia. E siccome in questi ultimi anni i prezzi dei prodotti agricoli sono andati diminuendo, i proprietari delle terre non coltivate a cereali si sono trovati fra le mani un valore capitale pagato caro, ma che rendeva sempre meno: e di qui un enorme aggravamento della crisi. Quanto diremo in appresso viene ad aggravare ciò che qui sosteniamo.

 

 

Agrumi e frutta. – Il nostro paese, quasi in ogni suo punto, è la terra dell’albero, perché anche nella regione settentrionale, ad eccezione della pianura percorsa dal Po e che è più adatta alla grande coltura aratoria, le colline e le prime pendici montane offrono condizioni favorevoli alla frutticoltura. Queste poi vanno diventando sempre migliori, mano mano che si scende verso il Centro e sopratutto nel Mezzogiorno. Quivi la coltura legnosa si adatta assai maglio di quella erbacea per più ragioni: massima quella che l’estate, essendo ivi povero di pioggia, essicca l’erba, mentre l’albero dalle radici profonde sugge negli strati inferiori della terra l’umidità necessaria. Lo Sicilia poi offre speciali condizioni per gli agrumi. La loro coltura si estende a tutta la zona littoranea orientale settentrionale estendendosi nell’interno dove l’acque lo concede. Per ottenere l’acqua per irrigarli, l’agricoltura siciliano non bada a spesa e a fatiche, traendola dal sottosuolo con impianti costosissimi e persino con pompe a vapore. Gli agricoltura siciliani pagano persino L. 5 l’uso di un’ora della zuppa d’acqua, che dà litri 16,7 al minuto secondo ossia 0,085 metri cubi; e tale prezzo qualunque coltura nell’Italia settentrionale diverrebbe impossibile!

 

 

Le statistiche ufficiali assegnano alla Sicilia una produzione media di circa 25 milioni di centinaia di frutti, corrispondenti ad oltre 8 milioni di alberi. Però, se si guarda alla nostra esportazione, che è di 2.200.000 quintale in media, corrispondenti a circa 13 milioni di centinaia di frutti, e che è data per circa 3/4 dalla Sicilia, senza contare quanto ivi si produce di essenze e di agro cotto, e si osserva inoltre che la Sicilia provvede pure alla massima parte del consumo nazionale, risulta che le cifre della statistica italiana sono di molto inferiori alle vere. Dopo l’agrume, la Sicilia coltiva su vasta scala il mandorlo, anche nelle regioni interne; da un ventennio anzi questa pianta va coprendo terreni riservati prima alla produzione granaria, specie verso Porto Empedocle (Girgenti) ed Avola (Siracusa).

 

 

Segue per ordine d’importanza il carrubo, poi vengono le nocciuole, il pistacchio e infine ciliege, pesche, susine, albicocche e pere, di cui è ricchissima specialmente la regione etnea.

 

 

La Calabria, oltre agli agrumi, la ricca produzione di carrubo e di fichi; la coltura va poi crescendo su su fino a giungere nel Salernitano, dove hanno estesa importanza il fico, il mandorlo, il carrubo, il pero, il pesco, il melo e il susino.

 

 

La produzione fruttifera è parimenti importantissima nella provincia di Napoli e nei territori limitrofi della Campania. Ivi le falde vesuviane di ovest e di sud sono rinomate per la produzione delle albicocche da primizia, e le falde opposte hanno meleti specializzati, i cui frutti si esportano a centinaia di vagoni. Appezzamenti interi del Napoletano sono coltivati a frutta d’ogni genere, mentre le provincie di Avellino e Benevento sono apprezzate specialmente pei castagneti. Nella regione meridionali adriatica vengono prima le Puglie, con mandorli, carrubo e agrumi: specialmente i primi da un decennio a questa parte vanno prendendo un incremento considerevole. L’Abruzzo ha discreta produzione di pesche mandorle, susine e castagne.

 

 

Tutte poi queste regioni esportano largamente uva da tavole, dal moscatello della Sicilia alla catalana di Napoli; la sola provincia di Bari si calcola che ne esporti per 50 mila quintali all’anno.

 

 

Nel resto d’Italia la produzione fruttifera è considerevole, ma assorbita quasi per intero dall’ampio consumo locale. Così avviene per il Lazio, la Toscana e la Marche. La Liguria invece esporta discretamente e così pure il Piemonte. La Lombardia è la minore produttrice e non ha neppure tanta frutta che basti al consumo locale.

 

 

Passando agli ortaggi, questi pure sono coltivati preminentemente nel Mezzogiorno, Sicilia e Calabria esportano discretamente patate primaticcie, mentre il cavolo fiore è estesamente allevato in tutto il bacino del golfo di Napoli e di Salerno, che ne esportano a centinaia di vagoni. Non meno importanti sano i piselli, i carciofi e i fagiolini verdi, essi pure oggetti di cospicua esportazione.

 

 

L’Italia centrale e superiore hanno importanti zone di coltivazione di ortaggi attorno ai loro centri principali e tali zone si vanno di anno in anno estendendo.

 

 

Da queste sommarie notizie appare evidente che l’Italia esporta questi prodotti nelle condizioni più favorevoli: e nemmeno essa ha molto da temere di dazi eccessivi contro di essi, poiché si tratta di prodotti che essa coltiva avendo per rivale la sola Spagna, insufficiente a coprire la domanda europea.

 

 

Incominciando dalle frutta e verdure, l’incremento costante delle esportazioni ci è dato dalla tavola seguente:

 

 

 

Valori in migliaia di lire

Anni

Importazione

Esportazioni

1891

5160

68.671

1892

5840

70.379

1893

3623

89.664

1894

4684

80.389

1895

6376

78.061

1896

4332

89.390

1897

5267

74.570

1898

5235

90.599

1899

5756

105.683

1900

7109

90.884

media 1891-95

5137

77.428

1896-900

5553

90.195

 

 

I trattati del 1892 accordarono all’Italia considerevoli miglioramenti di tariffa sulle voci principali.

 

 

AUSTRIA/UNGHERIA

   

Tariffa generale

fiorini

Tariffa convenzionale

fiorini

Carrube

3 al quintale

2,00 al quintale

Fichi freschi

3  “

1,00  “

Fichi secchi

12  “

1,00  “

Mandorle secche, con o senza scorza

15  “

5,00  “

Mandorle fresche, colloro pericarpio

6  “

1,50  “

Uva fresca da tavola

10  “

2,00  “

GERMANIA

Tariffa generale marchi

Tariffa convenzionale marchi

Carrube

1 al quintale

esenti

Fichi freschi

24  “

8 al quintale

Fichi secchi

esenti

10   “

Mandorle secche, con o senza scorza

esenti

esenti

Mandorle fresche, colloro pericarpio

4   “

Uva fresca da tavola

15 al quintale

4   “

SVIZZERA

Tariffa generale marchi

Tariffa convenzionale marchi

Carrube

esenti

esenti

Frutta secche

15 al quintale

3,00 al quintale

Mandorle

15  “

3,00  “

Uva fresca da tavola

5  “

2,50  “

 

 

Come si vede, dalle statistiche del movimento commerciale, due fatti sono notevoli: il costante aumento nelle esportazioni, e lo spostamento avvenuto negli ultimi anni nelle sue direzioni.

 

 

Quanto agli agrumi, il mercato dell’America settentrionale, che era per noi il primo, assorbendo da solo quasi la metà delle nostre esportazioni, si sta ora chiudendo per noi causa la tariffa Dingley del 1897, che ebbe anche per gli agrumi un carattere quasi proibitivo. Occorre a questo proposito tener presente che in questo anno si è manifestato in quella Repubblica una forte corrente, che va imponendosi, contraria a questo protezionismo assoluto, e favorevole alla politica dei trattati. Come disse il Mac Kinley nell’ultimo suo discorso economico, non sono delle teorie che occorrono all’America del Nord, sono dei mercati.

 

 

In ogni modo, la diminuzione, di circa 500 mila quintali, è in gran parte compensata da maggiori esportazioni per altri paesi, che tendono sempre più a divenire potenti mercati di consumo dei nostri prodotti. È a capo l’Inghilterra, che importa ora per circa 400 mila quintali di agrumi; segue l’Austria, che, da 196 mila quintali nel 1886, passa a 534 mila nel 1900; poi la Germania con aumento continuo, da 47 mila quintali nel 1887, a 196 mila nel 1900. E notisi che, per taluni paesi, le nostre statistiche segnano cifre di esportazione di gran lunga minori di quelle segnate per l’importazione dell’Italia dalle dogane straniere. Ad esempio, nel 1897 la nostra dogana segna come esportati in Germania 156.611 quintali di agrumi, e la dogana tedesca ne nota come ricevuti dall’Italia 359 mila!

 

 

La Russia pure tende sempre più a divenire un buon mercato per le nostre frutta.

 

 

In alcuni paesi noi siamo quasi gli unici esportatori: così in Austria e, si può dire, in Germania. In altri invece, si fa sentire assai viva la concorrenza spagnuola. Essa ci supera di gran lunga in Inghilterra, specialmente per gli aranci. La media esportazione della Spagna ammonta ivi a 8 milioni di quintali. Così pure essa ci supera nel Belgio e in Svizzera. In Inghilterra dipende dal nostro commercio il pretendere il primato.

 

 

Anche per i legumi e ortaggi, sì freschi che preparati, la nostra esportazione è in continuo incremento. Siamo incontestati padroni del mercato austriaco; seguono poi la Germania e la Svizzera; sopratutto conviene tener gli occhi rivolti sull’Inghilterra, dove l’esportazione è salita, da quintali 356 nel 1886, a quintali 5090 nel 1892, per giungere con aumento non mai interrotto a quintali 49.108 nel 1900!

 

 

Il perfezionamento, ottenuto nella coltura degli ortaggi e nella preparazione, ci incoraggiano a sempre meglio sperare nell’avvenire.

 

 

Da quanto si è detto, appare che il nostro commercio di frutta, agrumi e erbaggi è in continuo incremento. Giova pertanto con gelosa cura aiutarlo facendo in modo che in futuro non crescano le difficoltà doganali, perché un inasprimento di tariffe favorirebbe a tutto nostro scapito la Spagna, il Portogallo, la Turchia e la Grecia. Fortunatamente, le due nazioni che inaspriscono i dazi su queste materie sono sinora solo la Germania e la Svizzera, le quali non sono certo le maggiori importatrici né di frutta secche, né di frutta, legumi e ortaggi preparati. La Germania invece appare fra le prime nella importazione di frutta fresche e di agrumi: ma non cediamo che con essa sarà malagevole l’intenderci, facendo concessioni specialmente sulle industrie metallurgiche, all’aiuto delle quali la Germania è particolarmente interessata in questo momento.

 

 

Una volta assicurati su questo punto vitale, sarà opportuno che i nostri produttori, in vista del continuo aumentato della esportazione e di quello non meno notevole del consumo dei mercati interni, continuino nella feconda opera intrapresa, specie in Sicilia e nell’Italia meridionale, di estendere la coltura di questi prodotti. E ciò può farsi solo a spese della cerealicoltura. E questo il sistema migliore per ridurre al silenzio i sostenitori del dazio sul grano, per spezzare i latifondi del Mezzogiorno favorendone la quotizzazione spontanea, e sopratutto per migliorare le sorti dei contadini. Difatti, da un calcolo diligentemente stabilito dal prof. Bordiga, reputato insegnante della Scuola superiore d’agricoltura, di Portici e avversario al dazio sul grano, risulta che, mentre la coltura estensiva granaria non esige l’opera che di 12 a 14 agricoltori adulti per ettaro, e quella continua a base di granturco e frumento ne vuole dai 25 ai 30, le colture erboree e ortensi ne vogliono le seguenti:

 

 

Vigneto frutteto intensivo del Napoletano

30-100

”  ”  alla pugliese

40-50

Oliveto coltivato intensificamente

60-70

Agrumi palermitano

200-240

Coltura ortense irrigata molto intensiva

200-250

 

 

Non riposerebbe forse su queste semplici cifre il problema di redenzione delle nostre plebi agricole del Mezzogiorno?

 

 

ATTILIO CABIATI e LUIGI EINAUDI

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