L’Italia e i trattati di commercio – VIII
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 01/02/1903

L’Italia e i trattati di commercio – VIII

«Critica Sociale», 1 febbraio 1903, pp. 41-44

 

 

 

(Continuazione)

 

 

II

Il dazio sul grano

 

Come abbiamo detto trattando del vino e degli agrumi tutto il nostro sistema di coltura del suolo e tutto il nostro sistema doganale in materia di agricoltura si aggirano su un unico pernio, il dazio sul grano. Abolite questo e tutto il falso echafaudage faticosamente e dolorosamente rizzato sulle spalle dei consumatori e dei lavoratori precipita, e l’economia agraria riprende il suo corso normale, che coincide con gli interessi della collettività.

 

 

È dunque il dazio sul grano il gran nemico, che è andato prendendo sempre nuove forze sull’ignavia dei più i quali non misurarono le conseguenze dirette e indirette, che esso doveva portare alla economia nazionale.

 

 

Prima di entrare a considerarlo nei suoi rapporti speciali con l’Italia, è forse opportuno aver riguardo ai principi generali con cui i sostenitori di questo dazio ne giustificano la presenza. Principi generali, poiché ora tutti gli agrari di Francia, di Germania e d’Austria lo portano sugli scudi e combattono accanitamente per esso, forse perché sentono che, vinta questa battaglia, logicamente e socialmente mostruosa, non vi è più barriera a cui forza umana possa arrestarli nella concezione del loro sogno vano e pericoloso: che ogni nazione basti a sé stessa, direttamente, uccidendo lo scambio, per le sue sussistenze.

 

 

Né è solo l’interesse economico di classe a spingere gli agrari alla riscossa. Per chi, anche avversando il materialismo storico, guardi bene addentro a questa nuovissima lotta, che non è che agli inizi, appare a luce meridiana che per forza di cose dietro agli agrari stanno tutti gli amici di un ritorno a una vita politica feudale, tutti coloro che sentono come sullo sviluppo industriale si impernii il risveglio della causa della libertà e dell’avanzamento delle classi operaie, e come sul rifiorimento di una proprietà fondiaria non industrializzata, ma vecchio sistema, riposi la più salda ancora pel mantenimento dello status quo.

 

 

Questo movimento di reazione, ignoto naturalmente agli stessi propugnatori, si rivela in tutta la sua maestosa imponenza appunto nella nazione industrialmente più evoluta del Continente, nella Germania, dove il partito agrario è diretto dai feudatari militari della Prussia. E ciò mentre in Inghilterra, nella liberalissima Inghilterra, l’imperialismo e il militarismo si accompagnano appunto al risorgere delle preoccupazioni per l’agricoltura inglese deceduta e divenuta tale, solo perché essa non produce tanto frumento da mantenere i suoi figli in caso di guerra, senza dipendere dallo straniero!

 

 

Tanta concordanza di indizi non deve sfuggire a quanti serbano calda nel cuore la fiamma della libertà economica e politica e, siccome fortunatamente si è ancora in tempo per discutere, esaminiamo ad uno ad uno i motivi di convenienza e di giustizia su cui poggiamo in Europa i sostenitori del dazio sui cereali, per mantenere una agricoltura, che non si regge più. E poi, ne faremo le applicazioni all’Italia nostra.

 

 

Le ragioni degli agrari. – 1. Il dazio sul grano aiuta a mantenere una certa fissità nel prezzo, perché mercé sua si stabilisce un certo prezzo medio all’interno, indipendente dalle oscillazioni di valore dei grani esteri.

 

 

Invece è proprio il contrario che deve ritenersi esatto. Questo perché, come dimostrano le statistiche, le oscillazioni nei prezzi diminuiscono di intensità e sono meno avvertite quanto più è esteso il campo di scambi. Quindi, ad esempio, se una nazione è un mercato aperto, uno scarso raccolto in tutto il mondo non porta che un’oscillazione poco sensibile nei prezzi dei grani; questa invece cresce di intensità quanto più alta è la barriera fra mercato nazionale e mercato mondiale. Inversamente, se si tratta di un ribasso di prezzi, questo ribasso si acuisce nei paesi dove esiste un dazio d’entrata, e si acuisce in proporzione all’altezza del dazio, in causa degli impedimenti che esso frappone al libero commerciare dei prodotti (vedine la lucida dimostrazione nell’aureo libretto del prof. Dietzel: Kornzoll und Social reform, Berlino, 1901).

 

 

Numerosi esempi suffragano questa dimostrazione.

 

 

Del resto tale verità è tanto sentita dagli agrari d’Italia, che lo scorso anno l’on. Maggiorino Ferraris presentava un disegno di legge per un dazio sui cereali a scala mobile, tale da assicurare agli agricoltori dell’interno il prezzo rimuneratore di L. 25 al quintale. Tale progetto per cui, naturalmente, quando, per una generale carestia, il prezzo del grano nel mondo aumentava, si abbassava proporzionalmente il dazio d’entrata alla dogana italiana, raccolse anche l’approvazione dell’on. Colajanni, nel suo dotto libro Per la economia nazionale e pel dazio sul grano (Roma, 1901).

 

 

Ora, è facile sfatare anche questo rimedio. Per opera di un uomo non privo d’ingegno, Leone Walras, seguito dal nostro illustre Pareto, la scienza economica fu ricondotta a un principio di equilibrio, per cui, prezzo e quantità, sono funzioni vincolate in un ampio di cui fanno parte tutte le merci e tutti i prezzi. Se questo è vero, risulta che la pretesa di tener fermo il prezzo di una merce è una pretesa da fanciulli. Tenete fermo il prezzo? Varierà la quantità! – Ma il consumo del grano è una quantità poco elastica, risponderanno gli agrari italiani. Peggio, replichiamo: tanto più dolorosamente si ristabilirà l’equilibrio per le classi meno abbienti e pei venditori di tutte le altre merci sul mercato. E di questo risentimento danno altresì i produttori di grano pei quali le L. 25 del loro prodotto, a ogni equilibrio nuovo di prezzi, rappresenteranno una potenza d’acquisto sempre variabile. E allora riprenderanno i lagni!

 

 

2. I fautori del dazio sostengono: proteggendo il grano, si protegge l’agricoltura nazionale; questa ad aver sempre più bisogno di braccia; quindi, quanto più alto è il prezzo del grano, tanto più elevati sono i salari degli operai.

 

 

È strano che siffatta proporzione si sostenga ancora dopo che, sin dalla metà dello scorso secolo, Ricardo e Stuart Mill hanno dimostrato proprio il contrario: e cioè che, caeteris paribus, con una diminuzione nei prezzi dei grani, le rendite scemano, i salari crescono e, inversamente, con un aumento nei prezzi salgono le rendite e si abbassano i salari. Una corrispondenza univoca fra rendite e salari si avrebbe solo se, a un mutamento nei prezzi del grano, corrispondesse immediatamente un mutamento nella popolazione. Quindi la proporzione degli agrari si muta nella seguente: col salire della produttività si abbassa la rendita, sale il salario. Questo, del resto, è il fenomeno che si verifica in tutta l’Europa occidentale: decrescono le rendite, migliorano i salari. E siccome, col crescere della produttività, diminuiscono anche i prezzi così si ha la proposizione: quanto più basso è il prezzo del grano, tanto più alto è il salario.

 

 

3. Si sostiene che il dazio permette il miglioramento della coltura nazionale.

 

 

Invece, quanto più è alto il dazio, tanto più difficile riesce al grano estero di superare la muraglia doganale e quindi all’interno si scende alla coltura di terre di qualità sempre peggiori, ossia tanto più costosi diventano i mezzi per innalzare il reddito netto. E ciò dimostra ancora meglio che il garantire a ogni costo il reddito porta con sé un abbassamento nella potenza produttiva: questo è vero oggi per le rendite dei proprietari, lo sarebbe domani per i salari se si tentasse di garantire un minimo di essi ai lavoratori.

 

 

Ma siccome il decrescere della produttività in un paese progressivo non può andare all’infinito, ne consegue che col tempo, malgrado tutta la protezione, il prezzo del grano ribassa. Questo si è verificato in Francia, questo è avvenuto in Germania. Come ricorda il Dietzel, nel periodo 1887/1900, in cui il dazio sul grano è stato a 3,50 e a 5 marchi, si sono avuti prezzi medi più bassi che nel periodo 1879/87, in cui quel prodotto pagava un solo marco alla dogana. Ciò in parte anche perché il dazio non è, e non può essere, che un solo elemento del prezzo del grano: esso non ha nessuna influenza sulle variazioni di tutti gli altri.

 

 

4. Dicono i sostenitori del dazio, che, nella peggiore ipotesi, il dazio non fa che trasferire una certa somma di danaro dalle mani di consumatori oziosi a quelle di proprietari lavoratori.

 

 

Invece, a parte tutte le considerazioni morali e giuridiche, dal punto di vista economico, il dazio non costituisce solamente uno spostamento, ma bensì una vera e propria distruzione di ricchezza. Ecco l’esempio tipico che ne dà il Brentano (Das Freihandelsargument, Berlino, 1901): La Russia fino ad ora ha importato in Germania della segale per un valore annuale di 60/70 milioni di marchi. Ora, la Germania non pagava la Russia in oro, ma bensì importando in quel vasto Impero per altrettanto valore in porcellane, acciai, stoffe, ecc. Inoltre, con la segala la Russia pagava una parte degli interessi del prestito avanzatole dalla Germania, perché continuasse a comperare cannoni e locomotive tedesche. Naturalmente col cessare del commercio della segala, si troncherà tutto questo duplice movimento commerciale di importazione e di esportazione, e invece avremo un movimento unico da parte della Germania: quello di rivolgere quella somma di capitale e lavoro che prima impiegava alla produzione in condizioni favorevoli di quei 60 o 70 milioni di prodotti alla lavorazione costosa di terre poco rimuneratrici. Il che costituisce una perdita secca per la nazione: e questa viene ancor più aggravata dal fatto, che quelle famiglie, le quali ora spenderanno, per il nuovo dazio, 20 marchi di più, ad esempio, per il consumo del pane, toglieranno la stessa somma alla richiesta di altri oggetti di consumo. Quindi danno doppio e di gran lunga superiore al vantaggio degli agricoltori.

 

 

5. E finalmente veniamo all’ultimo punto. Dicono gli agricoltori che il dazio sul grano deve servire a proteggerli dalla concorrenza dei paesi di oltre mare.

 

Ora noi osserviamo che, se un dazio dovesse servire a questo scopo, dovrebbe esser spinto ad altezze incalcolabili, grottesche per gli stessi cerealicultori. Lo studio è stato fatto per la Germania dallo stesso prof. Brentano. Il costo della coltura dei cereali è costituito: dagli interessi del valore della terra, dai salari e dalle imposte. Ora, lo scarto fra il valore dei terreni tedeschi e quello dei terreni concorrenti russi e americani è immenso, insanabile con qualsiasi dazio ragionevole. La terra in Russia vale oggidì da 28 a 240 marchi l’ettaro, nell’America del Nord da 72 marchi del Dakota a 384 nell’Illinois; nell’Argentina un buon terreno, posto nelle vicinanze di una ferrovia, costa 60 marchi all’ettaro. Ora, la stessa estensione di terreno in Germania valeva in media 560 marchi nel 1886, marchi 648 nel 1896, marchi 776 nel 1898, marchi 774 nel 1898, marchi 824 nel 1899; in Baviera il prezzo medio dell’ettaro è di 900 marchi! Con poca differenza, lo stesso ragionamento può farsi per l’Italia. Ora, date questi enormi dislivelli, come può l’agricoltura europea pretendere di rendere remunerativa la coltura dei cereali, tanto più quando si consideri che i 7/8 del suolo dell’Argentina giacciono inoperosi?

 

 

Ed ora veniamo all’Italia. Nel nostro paese si ripeterono tutti i sofismi generali indicati a sostegno di un aumento continuo del dazio sui cereali. Si portò per altro un nuovo argomento speciale, ad hominem. Si disse cioè che il movimento in favore di una riforma doganale protezionista, che poi finì con la tariffa generale del 1887, fu opera esclusiva del Settentrione, e che gli interessi dell’agricoltura ne uscirono sacrificati: quindi il dazio sul grano rappresenta come una specie di compenso di una ingiustizia. Ora, premettiamo che è strana questa mania dei cerealicultori di confondere gli interessi loro con quelli di tutta l’agricoltura italiana: invece abbiamo visto, trattando del vino, degli agrumi e degli ortaggi, che gli interessi di tutti i proprietari di terre non coltivate e cereali sono precisamente opposti a quelli dei cerealicoltori stessi. E cioè: 1. perché essi non temono la concorrenza straniera, ma anzi hanno tutto l’interesse di esportare; 2. perché, se all’interno diminuisce il prezzo dei cereali, aumenterebbero i consumi degli altri generi e specialmente del vino e della frutta.

 

 

Ma, inoltre, quella ragione che si continua a ripetere in Italia, che nella tariffa del 1887 gli interessi dell’agricoltura vennero sacrificati, è precisamente e completamente contraria alla verità. Ed è bene che lo si rilevi, perché oramai, a furia di sentirselo dire, anche coloro che parteciparono alla formazione di quella tariffa hanno finito per restarne convinti. Ebbene, se consultiamo i volumi della Commissione reale per l’inchiesta doganale del 1886, vediamo da una parte l’on. Ellena, relatore per il ramo industrie che esortava alla protezione di varie industrie nascenti e di altre poco evolute, ritenendo che una difesa momentanea potesse aiutarne lo sviluppo. Ma dall’altra, la relazione Lampertico e Miraglia suona decisamente avversa a qualsiasi protezione all’agricoltura italiana e specialmente all’agricoltura dei cereali.

 

 

Ebbene, il Parlamento, mentre accoglieva le conclusioni dell’on. Ellena per le industrie, respingeva completamente quelle del Lampertico e decretava all’agricoltura una protezione, che insieme a quella francese e tedesca era la più elevata d’Europa.

 

 

Ecco come si sacrificarono gli interessi dell’agricoltura.

 

 

Ed ora, abbattuti i sofismi della protezione del grano e dette le ragioni teoriche per cui il dazio sul grano appare insostenibile, ragioni teoriche che valgono ugualmente per tutti i paesi, ma che hanno maggior peso l’Italia, dove la parte più povera della popolazione geme ed avvizzisce sotto un peso eccezionale d’imposte indirette, vediamo nei fatti se almeno i proprietari dei terreni coltivati a grano hanno saputo giustificare con le buone opere grano hanno saputo giustificare con le buone opere l’oro così ingiustamente e crudelmente acquistato. Intanto nessuna protezione li ha mai soddisfatti. Il dazio sul grano che non esisteva sotto Cavour, che era stato portato poi a L. 1,30, venne innalzato a L. 3 al quintale nel 1887, a L. 5 del 1888, a L. 7 nel 1889, a L. 7,50 (in oro) nel 1898. E adesso i cerealicultori sono ben lungi dichiararsi soddisfatti. Di questo dazio altissimo, una delle precipue cause delle inique stragi del 1898 e del 1902, costoro intanto non hanno saputo valersi nella estensione della coltura: l’area seminata a grano non è aumentata; si semina solo quanto è necessario all’avvicendamento agricolo e alla rotazione dei prodotti: oltre non si va.

 

 

Se ne son valsi almeno per migliorare e intensificare la coltura? Ci rispondono queste cifre: in Italia il rendimento medio di grano per ettaro è di circa 10 ettolitri, mentre esso ammonta a 17 in Francia, 18 in Germania, 25 in Inghilterra, 27 nel Belgio e nell’Olanda.

 

 

Quindi si deve dedurre che il solo effetto del dazio sul grano è stato quello di far pagare fra le 24 e le 26 lire al quintale quanto si poteva avere 17 o 20.

 

 

Difatti, come risulta dalle pubblicazioni della Direzione Generale della statistica, il costo di produzione del frumento in Italia, compresa la rendita, sarebbe il seguente:

 

 

 

IMPORTAZIONE

 

Lorda

dedotta

Importazione semente

Totale della produzione e della importazione

1885 – 86

41.243.000

2.820.279

804.944

3.625.273

1886 – 87

42.218.000

2.896.329

977.943

3.874.272

1887 – 88

44.484.000

3.079.077

953.077

4.026.154

1888 – 89

38.800.000

2.629.725

628.372

3.258.097

1889 – 90

38.391.000

2.597.823

895.854

3.493.677

1890 – 91

46.320.000

3.125.285

493.763

3.709.048

1891 – 92

49.852.000

3.483.306

419.011

3.902.317

1892 – 93

40.767.000

2.772.201

953.210

3.725.411

1893 – 94

47.654.000

3.290.572

631.444

3.922.016

1894 – 95

42.850.000

2.914.189

513.387

3.427.576

1895 – 96

41.499.000

2.806.895

850.954

3.657.849

1896 – 97

51.180.000

3.562.109

429.565

3.991.674

1897 – 98

30.630.000

1.959.210

941.840

2.901.050

1898 – 99

48.400.000

3.345.264

421.071

3.766.335

1899 – 900

48.600.000

3.360.864

540.425

3.901.289

1901 – 901

45.000.000

3.321.064

990.612

4.311.676

 

 

Questo quadro ci insegna molte cose:

 

 

1. Che, malgrado la protezione, la produzione non è per nulla aumentata in Italia.

 

 

2. Che, mentre il consumo individuale italiano finiva attraverso a intervalli più o meno lunghi di tempo, per condursi ad una media di 123 chilogrammi all’anno, dopo il 1897/98 rimase così indebolito, che in quattro esercizi, compreso quello 1900/901 eccezionalmente propizio, non si è conseguita che una media di 117 chilogrammi. Questo concordemente alla diminuzione della ricchezza privata, risentitasi in quegli anni, e all’aumento generale dei prezzi del grano. Al qual proposito giova rilevare ciò che ebbe a notare la Direzione Generale delle Gabelle, che cioè, mentre l’Italia e la Francia hanno un dazio quasi identico, il mercato di Milano presenta su quello di Parigi una forte eccedenza di prezzo; la qual cosa denota che, mentre nella vicina Repubblica, a causa della concorrenza interna e della corrente d’importazione relativamente scarsa rispetto alla produzione indigena, non si riesce a sfruttare che parte della protezione daziaria, in Italia non solo si sfrutta interamente il dazio, ma si riesce a tenere, mercé la speculazione, i prezzi ancora più alti di quanto il dazio stesso comporti. E questa speculazione, come si comprende, è resa possibile unicamente dalla esistenza del dazio.

 

 

3. Si potrebbe, con la precedente tabella, calcolare quanto ogni anno i consumatori italiani regalano ai signori latifondisti cerealicultori. Facciamo questo calcolo per il solo anno 1900/901. Durante quell’anno, lo scarto, fra i prezzi medi del grano all’estero e all’interno, causato dal dazio, fu di 8 lire al quintale: il consumo salì a quint. 43.113.350. La maggiorazione di prezzo pagata all’interno fu dunque di L. 344.906.800, da cui, dedotte L. 74.296.000 pagate all’erario per le tonnellate 990.612 importate dall’estero, resta una somma di L. 270.710.800, che rappresenta quanto in un solo anno i consumatori italiani hanno regalato ai cerealicultori, per l’unico piacere di nutrirsi col frumento nazionale!

 

 

Concludendo il dazio sul grano:

 

 

  1. è inutile, perché non raggiunse il suo scopo;

 

  1. è immensamente gravoso, e, come tutte le imposte indirette, è progressivo in senso inverso;

 

  1. costituisce per la nazione che lo applica una perdita, al vantaggio che ne ritraggono i proprietari;

 

  1. aiuta solo i latifondisti e i proprietari dei terreni migliori e non i piccoli proprietari;

 

  1. è pericoloso per le finanze dello Stato, perché un bilancio che si fonda sul dazio dei grani, così oscillante nei suoi redditi, si appoggia sulla rena mobile;

 

  1. è contrario a tutti gli interessi delle classi agricole e industriali italiane.

 

 

Le conclusioni che si possono trarre da questi teoremi, dimostrabili con chiarezza geometrica, sono evidenti: ma, rinforzandosi esse con altre più generali, derivanti da quanto abbiano sin qui detto in materia di dazi e di politica doganale, formeranno l’oggetto di un nostro altro e ultimo articolo.

 

 

ATTILIO CABIATI e LUIGI EINAUDI.

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