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La Stampa

L’Italia economica giudicata dal punto di vista inglese

«La Stampa», 1 aprile 1897

 

 

 

Gli italiani sono tratti spesso ad esagerare la propria inferiorità di fronte alle altre nazioni; benché orgogliosi di un inesistente primato letterario ed artistico credono veramente di essere l’ultimo paese d’Europa in fatto d’industrie e di commerci.

 

 

La lunga depressione economica che l’Italia ha attraversato dopo la crisi edilizia e la denuncia del trattato di commercio colla Francia giova a rafforzare tale opinione. è interessante perciò vedere se alla pessimista opinione che l’Italia economica ha di se stessa corrisponda il concetto in cui essa è tenuta all’estero. Un recente rapporto consolare, scritto da persona addetta all’Ambasciata inglese a Roma, ci presenta un quadro preciso della importanza delle industrie e dei commerci italiani nelle grandi correnti mondiali. L’intonazione del rapporto è ottimista e non scevra da un fondato timore che le industrie italiane possano un giorno riuscire a concorrere vittoriosamente colle industrie inglesi sul mercato internazionale.

 

 

Il commercio esterno italiano ha saputo rimediare oramai intieramente al grave colpo onde era stato colpito dalla rottura del trattato colla Francia. Negli ultimi anni le esportazioni italiane superarono quelle dei più begli anni anteriori al 1887.

 

 

La seta, ad esempio, supera nel 1895 del 25 per cento in quantità, e del 12 per cento in valore le esportazioni del 1886. L’apertura di nuovi mercati ha fatto sì che non solo non diminuisse, ma crescesse la esportazione del vino. Lo stesso si dica di tutti i principali prodotti agricoli italiani, canapa, olio, uova, aranci e limoni. La rottura del trattato colla Francia non è stata senza buoni frutti; ci ha insegnato a far senza della intermediazione altrui. Una esportazione la quale non ha ancora grande importanza, ma che è fonte di speranze per l’Italia e di minaccie gravissime per l’Inghilterra, è quella dei tessuti di cotone; i cotonieri italiani sono riesciti ad esportare le loro merci in quantità abbastanza notevoli nel Levante e nell’America Meridionale. Né meno confortanti sono le condizioni della corrente commerciale che riversa in Italia i prodotti esteri.

 

 

Crescono le importazioni delle materie greggie usate nelle manifatture. Noi andiamo emancipandoci a poco a poco dall’estero nelle industrie; invece di comprare i tessuti, le macchine, ecc., importiamo il cotone, il ferro per fabbricare le merci di casa, con guadagno nostro e con incremento della prosperità nazionale. Diminuiscono al contrario le importazioni di articoli manufatti pel rinvigorirsi della industria nazionale, che basta al consumo interno. L’esperienza dell’ultimo decennio sfata le predizioni di coloro che sostenevano non potere mai l’Italia diventare una grande nazione industriale; la stessa Inghilterra, per bocca di uno dei suoi consoli, è obbligata a riconoscere che noi possiamo ridiventare quello che fummo una volta: industriali abili e potenti.

 

 

Un solo punto nero trova il console inglese nelle nostre importazioni: la condizione stazionaria del petrolio, caffè, zucchero e simili articoli di gran consumo. La colpa ne va tutta al sistema finanziario dello Stato moderno italiano, che vieta alle masse di consumare derrate di necessità oramai principalissima, con dazi aventi un puro e semplice scopo fiscale; perché non si può parlare di protezionismo a favore di industrie che non esistono in Italia.

 

 

In cattive condizioni è la nostra industria mercantile, malgrado gli enormi sussidi di cui il Governo la colma. La ragione principale della decadenza della marina italiana si ha, secondo il console inglese, nei sussidi stessi; la maggior parte ne è pagata ad una sola Società, la quale, grazie ai costanti favori governativi, ha ottenuto quasi il monopolio della navigazione italiana e adopera la sua potente influenza per schiacciare tutti i possibili rivali.

 

 

Forse nessuna nazione al mondo può vantare come l’Italia una fitta rete di istituzioni bancarie cooperative, le quali hanno per principale scopo di procurare credito alle classi popolari ed a quelle persone intraprendenti che possono aver bisogno di capitali. In nessuna nazione, secondo il console inglese, si trova così accentuata come in Italia la tendenza a fondare prospere Banche popolari, Casse di risparmio, Casse rurali di prestiti, dove gli utili non vanno a beneficio di pochi azionisti, ma sono distribuiti in oggetti di pubblica utilità ed a scopi giovevoli alla Società intiera. L’Italia deve essere orgogliosa di un tributo pagato da una nazione così cauta nelle sue espressioni ammirative, come l’Inghilterra, alle sue istituzioni economiche.

 

 

Non solo l’Inghilterra riconosce il nostro indiscusso primato in materia di credito popolare; anche in Francia, quando il Museo Sociale di Parigi volle studiare la questione, mandò una delegazione a visitare i fiorenti Istituti dell’Alta Italia, come le manifestazioni più perfette della cooperazione di credito. In complesso la nostra situazione commerciale ed industriale è diventata abbastanza florida, per riconoscimento di coloro che sono considerati come i grandi trafficanti del mondo intiero.

 

 

E tanto più genuina si deve considerare l’impressione prodotta sull’animo del console inglese dalle nostre industrie novelle, in quanto egli continuamente manifesta il timore che i fabbricanti italiani riescano a battere gli inglesi.

 

 

Ciò in parte è già avvenuto: i tessuti di cotone grossolani si possono già produrre a così buon mercato come in Inghilterra, malgrado che il carbone debba essere importato con gran spesa dai porti inglesi stessi, malgrado che il saggio del denaro sia alto, le tasse siano eccessive, malgrado che si debbano importar le macchine, non esista una organizzazione commerciale, la quale dispensi l’industriale dal tenere inerti forti capitali sotto forma di merci in magazzino, nonostante finalmente che il fabbricante italiano debba impiantare laboratori appositi per le riparazioni.

 

 

In alcuni mercati già i cotonieri italiani riescono ad escludere le altre nazioni; ed i fabbricanti di macchine, di navi da guerra, i lanifici lottano spesso vittoriosamente sul mercato internazionale.

 

 

Che cosa accadrà, sembra chiedersi melanconicamente il console inglese, quando gli italiani saranno riusciti ad impadronirsi efficacemente della enorme e gratuita forza motrice elettrica nascosta nelle vallate alpine? I timori manifestati dall’Inghilterra sono la prova più bella dei progressi effettuati dall’Italia nell’ultimo decennio attraverso ad una lunga e dolorosa crisi e sotto il greve pondo di un sistema tributario oppressivo ed antiquato; e sono un incitamento agli industriali ed agli agricoltori, a proseguire nella operosità e nel lavoro, che soli possono condurre ad altre vittorie.

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