L’Italia nazione creditrice?

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 16/01/1909

L’Italia nazione creditrice?

«Corriere della sera», 16 gennaio 1909

 

 

 

Una questione sorta da qualche anno, ma negli ultimi mesi cresciuta di importanza e di attualità, è quella degli impieghi di capitale italiano all’estero. Statisti autorevolissimi avvertirono il fatto insolito, trovandolo prematuro; uomini pratici lamentano che industrie e commerci in Italia fossero lasciati privi di quella corrente fecondatrice di capitali che preferisce gli impieghi di Stato, e non trovandoli più in paese al tasso antico del 4% va a cercarli altrove. Il problema è alto, degno del maggiore interesse ed ha molte faccie, morali, politiche ed economiche.

 

 

Che la tendenza ad impiegare capitali italiani all’estero esista è cosa indubitata. Era leggerissima e quasi inavvertita fino ad alcuni anni or sono; ma nel 1907 e nel 1908 gli acquisti di rendite spagnuole, tedesche e svizzere crebbero, finché le sottoscrizioni italiane al grande prestito russo di 1400 milioni emesso nel gennaio passato al 4.50% al corso di 89.1/4 attrassero non soltanto l’attenzione dei giornali finanziari italiani, ma furono commentate anche all’estero. Si può dire che in questa occasione l’Italia abbia fatto per la prima volta, sia pure in veste privata, la sua comparsa sul mercato internazionale come paese creditore. È un bel progresso in verità dai giorni in cui finanzieri europei ci mettevano senz’altro fra le nazioni debitrici ed a finanze avariate! Ora il nostro credito è fortissimo e possiamo permetterci il lusso di prestar danaro altrui.

 

 

Arrestare questa tendenza non sarebbe possibile. Il Governo può rifiutare il suo consenso a lasciar quotare nelle borse italiane i titoli di debito dei paesi stranieri; e non pochi ritengono che agisca ragionevolmente mettendo questo veto, per non far sorgere gelosie e complicazioni internazionali e per non dare quasi una garanzia morale di fronte ai capitalisti italiani non abbastanza esperti nella scelta oculata dei titoli stranieri da acquistare. Ma non può impedire che si acquistino in banca i titoli desiderati e non può vietare le transazioni sulla base dei listini delle borse estere i quali sono pubblicati ogni giorno dai giornali nostrani.

 

 

Poiché la tendenza esiste e poiché non è possibile né conveniente vengano presi provvedimenti governativi a frenarla od incoraggiarla, quali ne sono gli effetti? Io credo che, tutto sommato, siano esagerati i timori di quelli che di siffatto esodo di capitali si impensieriscono e che alla lunga gli effetti abbiano ad essere benefici. Dal punto di vista politico, essere creditore è sempre un vantaggio grande. Se l’Italia ha una posizione ufficialmente riconosciuta nella amministrazione della Cassa del Debito pubblico egiziano e del Debito pubblico ottomano e se quindi poteva e può ancora far sentire la sua voce in consessi la cui importanza non è venuta meno in tutto neppure oggidì, deve ringraziare di ciò quei capitalisti, specie meridionali e romani, che acquistarono un giorno titoli di debito egiziano o turco. Il rinnovato impero ottomano ha più che mai bisogno di grossi capitali per attuare il suo programma di libertà e di progresso; e certo saranno ascoltate con deferenza le voci di quei paesi, i cui capitalisti avranno dimostrato coi fatti di aver voluto maggiore fiducia nel nuovo regime, nelle sue ferrovie e nei suoi porti. E quel che si dice dell’impero ottomano, si può ripetere con ugual ragione per tutti quegli altri paesi con cui noi ci troviamo in relazioni di commercio o di affari.

 

 

Fu lodata a suo tempo l’iniziativa di quelle banche italiane che impiantarono succursali in Tripolitania o nelle Americhe, come pure si è dimostrata utile l’esistenza a Genova di qualche filiale di potente banca italo-argentina. Inglesi e tedeschi si sono affermati nel Sud America sovrattutto con le emigrazioni di capitali. Noi li abbiamo seguiti su questa via molto da lontano, contentandoci della supremazia nell’emigrazione umana. Acquisteremo forza ed i nostri immigranti si sentiranno innalzati nella estimazione pubblica quando i capitalisti italiani avranno acquistato qualche lotto di rendita di quei paesi (ve ne sono delle buone, che hanno avuto di recente un successo incontrastato a Londra) o qualche obbligazione ferroviaria. L’industria svizzera ha saputo sfruttare finanziariamente la sua neutralità politica: poiché essa vende in Francia, dove l’interesse è basso, le sue obbligazioni ferroviarie governative, che rendono il 3,1/2% e compra titoli di debito pubblico tedeschi od austro-ungheresi che fruttano dal 4 al 4,1/2%. La Svizzera non ha paura di essere debitrice della Francia e creditrice dei paesi della Triplice; poiché è noto come i creditori veglino con amorosa cura a salvaguardare la prosperità dei loro debitori (l’esempio più insigne è l’affetto durevole della Francia verso la Russia) e non guasta ad un piccolo paese essere talvolta creditore di uno grosso.

 

 

Sono così passato alle considerazioni economiche. Se alla Svizzera torna conveniente essere debitrice al 3,1/2% e creditrice al 4,1/2%, non si vede la ragione di negare siffatta convenienza per l’Italia. Non voglio con ciò andare sino a sostenere la convenienza di vendere la rendita italiana all’estero per comprare rendite forestiere. La rendita nostra è troppo ben classata in paese perché vi sia utilità di cambiarne i possessori. Ma parmi non valga la pena di seguitare a fare rientrare in paese quella piccola quantità di rendita italiana che ancora si trova – benissimo collocata – all’estero. Chi può garantirci che in avvenire, per qualche impreveduta circostanza, noi non si sia costretti ad emettere un prestito sul mercato internazionale? Pur augurando che il momento sia lontanissimo, dobbiamo ammettere l’eventualità tra le cose possibili. Allora l’esistenza di un piccolo nucleo di rendita italiana all’estero avrà giovato a conservare la notizia dei nostri titoli ed a rendere tangibili le prove della nostra puntualità e correttezza: sicché il prestito nuovo sarà più facilmente accolto. Giova più all’Italia che i suoi capitalisti, anziché seguitare a riacquistare rendita italiana, impieghino i loro capitali in titoli stranieri buoni e fruttiferi di un discreto interesse. Se ne risentirà in sulle prime il cambio, nel momento in cui i capitali vengono esportati; ma non sembra probabile ch’esso abbia a salire più di qualche frazione per cento, con un danno non rilevante. Ma ci costituiremo creditori di una corrente annuale continua di interessi, la quale gioverà negli anni venturi a scemare il cambio a nostro favore. Noi non possiamo seguitare ad esportare emigranti in perpetuo ed è augurabile che l’aumento della ricchezza paesana abbia a diminuire quest’esodo, che in certe regioni ha passato il segno. La corrente degli interessi dei capitali impiegati all’estero varrà in parte a compensare la scemata corrente delle rimesse degli emigranti ed a ristabilire l’equilibrio nelle bilance del commercio internazionale.

 

 

Né basta. Se l’Italia saprà distribuire sapientemente i suoi impieghi, ripartendoli con giudizio su parecchi paesi, essa potrà ottenere benefici rilevanti. Non è probabile che una crisi scoppi in tutti quei paesi nello stesso tempo. Nell’anno or decorso, mentre ribassarono violentemente i titoli nord-americani, quelli argentini e transvaaliani (auriferi) vedevano migliorare le loro quotazioni; sicché l’Inghilterra poteva compensare le perdite degli uni coi guadagni degli altri. Gli impieghi all’estero sono per i paesi ricchi una specie di assicurazione contro i rischi delle crisi.

 

 

Accadrà in futuro che in Italia le industrie abbiano modo di offrire impiego remunerativo e sicuro ad un capitale maggiore della quota normale del nuovo risparmio? Od accadrà che lo Stato debba fare un grosso prestito pubblico interno per costruzioni ferroviarie, per grandi opere pubbliche od anche, ne sia pur lontano il giorno, per una guerra? Bisognerebbe disinvestire all’uopo i capitali impiegati all’estero, con perdite non piccole, vendere titoli in momenti non propizi. Invece, ove l’Italia possegga una riserva di titoli stranieri, potrà venderne una parte, quella composta dei titoli di paesi in quel momento non tocchi da crisi o da guerre. Noi avremo provveduto ai bisogni della nostra economia nazionale senza perturbare menomamente questa. Avremo al più perturbato l’economia dei paesi debitori; ma non è questo affar nostro e la perturbazione, del resto, sarà piccola, ove si vendano titoli in quel momento bene apprezzati.

 

 

In conclusione, sembra a me che la tendenza dei capitalisti italiani a comprare rendite estere non sia da biasimarsi. E poiché essa potrà dare buoni frutti in avvenire e non può venire soppressa, io credo che il problema essenziale da studiarsi sia quello della buona scelta dei titoli da comprarsi in quantità non esagerate. Non è questo un problema da Parlamento o da giornali politici. Banche e Borse debbono proporselo e risolverlo, negli infiniti casi particolari della pratica, con animo intento a fare nel tempo stesso il vantaggio individuale ed il bene del paese.

 

 

Torna su