Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Lo scandalo del dazio sulle farine

«Corriere della Sera», 20 dicembre 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 1001-1004

 

 

 

Hanno ragione i commenti inspirati dal palazzo delle finanze nel dire che quello fatto cessare dall’on. De Stefani era un abuso scandaloso infiltratosi chissà in qual modo nella nostra tariffa doganale. Quando lessi il comunicato, non volevo credere ai miei occhi. Ecco di che cosa si tratta: nell’anteguerra, quando era applicato sul frumento estero un dazio di lire 7,50 oro per quintale, sulle farine estere si applicava un dazio di lire-oro 11,50. La cosa era logica, perché, se esiste un dazio sul frumento, deve esistere altresì un dazio sulle farine. Altrimenti tutti importerebbero farine senza pagare un centesimo. Il problema da risolvere consiste soltanto nello stabilire un giusto rapporto tra l’uno e l’altro dazio. All’incirca, supponendo che per ottenere un quintale di farina sia necessario 1,30 quintali di frumento, ad un dazio di 7,50 sul frumento dovrebbe corrispondere un dazio di 10 lire al più sulle farine. Ricordo di avere, tant’anni fa, condotto su questo giornale una campagna per ridurre appunto il dazio sulle farine da 11,50 a 10 lire, abolendo quella che a me pareva già una scandalosa protezione a favore dei mulini. Se infatti bastano 10 lire per compensare i mulini del dazio di 7,50 pagato sul frumento, tutto il di più, oltre le 10 lire, stabilito contro le farine estere è un favore reso ai mulini. Feci il solito buco nell’acqua; ma non avrei immaginato mai più gli orrori a cui De Stefani ha oggi posto fine. L’orrore consiste in ciò che, mentre il dazio sul frumento rimaneva sospeso, ossia il frumento estero entrava senza pagare dazio, le farine estere pagavano tutte le 11,50 lire – oro di dazio: uguali da 45 a 48 lire-carta per quintale. In lingua povera, ciò vuol dire che i grandi mulini importavano dall’estero il frumento senza pagare dazio, lo sfarinavano e poi, essendo sicuri che le farine estere non potevano servire da calmiere perché, per entrare nel regno, avrebbero dovuto pagare da 45 a 48 lire-carta, aumentavano di altrettanto il prezzo delle farine proprie. Non sempre saranno riusciti ad aumentare il prezzo proprio di altrettanto; ma un bel mucchio di milioni devono averlo fatto ad ogni modo. Direi di centinaia di milioni, se non avessi sempre lo spavento dell’esagerazione.

 

 

Come tuttociò sia potuto accadere, davvero non si capisce. Sarà una svista; ma è una svista imperdonabile. Ed ho l’impressione che tutta la tariffa doganale vigente sia un tessuto di sviste di questo genere. È doloroso e penoso dover scrivere affermazioni di questa natura; ed un semplice studioso deve essere peritante nell’azzardarle. Ma poiché il ministro delle finanze, appena scopertane una, vi ha posto energicamente riparo, prendo il coraggio a due mani e dico: la tariffa doganale vigente, dell’1 luglio 1921, è tutta da rivedere, dall’a alla z. La compilarono funzionari rispettabili, zelanti e integerrimi; ma, per la loro difettosa conoscenza dei particolari tecnici delle singole industrie, essi furono tratti in errore dagli interessati. Furono questi i quali di fatto, con i loro suggerimenti, compilarono la tariffa e perpetrarono trucchi simili a quello sventato dal ministro delle finanze. Dopo il giorno in cui mi occupai qui di un piccolo dazio su una specialità meccanica e annunciai la costituzione in Torino di un comitato per la libertà degli scambi, ricevetti molte lettere e memoriali di industriali e commercianti lesi dalle enormità della nuova tariffa doganale: macchine per cui il dazio è il doppio del prezzo, pezzi di ricambio resi inaccessibili, ogni sorta di impedimenti allo sviluppo sano della concorrenza, dell’agricoltura e delle stesse industrie. Nel prossimo fascicolo della rivista «La Riforma sociale» sarà pubblicata una trentina di questi appelli di gente pratica, il cui lavoro è reso impossibile dagli ingegnosi avvedimenti della tariffa doganale.

 

 

L’on. De Stefani ascolti queste voci e ne provochi delle altre. È suo interesse diretto impedire la concorrenza sleale di altri tassatori al suo dicastero. Se i consumatori italiani sono tassati, per miliardi – e forse bisognerebbe passare la decina di miliardi, se il calcolo potesse istituirsi – con imposte private a favore dei mugnai; dei siderurgici, dei tessitori, dei viticultori, ecc. ecc., che cosa resta allo stato da tassare? Nessuno invoca l’abolizione dei dazi; ma le stranezze della vigente tariffa doganale passano ogni segno. Ogni tanto si sente parlare di fortune di milioni create in un batter d’occhio grazie ad un piccolo giro della vite daziaria. Non viviamo in tempi larghi, in cui le imposte private siano tollerabili. I contribuenti hanno abbastanza da fare a pagare le imposte dovute allo stato.

 

 

Mi consenta perciò, tra parentesi, l’on. De Stefani, di aggiungere un’altra ragione a quelle già enumerate contro il suo proposito di dare pubblicità agli accertamenti fiscali. La traggo da una lettera ricevuta or ora:

 

 

Vuoi sapere dove sia andato a finire il famoso segreto della denuncia patrimoniale tanto affermato e promesso quando ci si invitava a fare la denuncia? Recatomi qua a P. per far osservare che la tassa di famiglia impostami era esorbitante, il capo-ufficio relativo mi disse per prima cosa: «Dalla sua denuncia di patrimonio risulta che ella ha terreni così e così, rendita così e così, ecc.», come se avesse sott’occhi la mia denuncia. Aggiunse poi altri ipotetici redditi basati sul concetto che se avevo denunciato 100 dovevo avere almeno 200!

 

 

De Stefani ha già inviato giusti e solenni ammonimenti ai comuni; ma finché dura l’attuale legislazione, per cui i comuni si credono autorizzati a tassare con l’imposta di famiglia anche i redditi situati in altri comuni lontanissimi, lo stato deve difendersi contro le usurpazioni comunali sul suo campo di imposizione. Ha promesso il segreto ai contribuenti e, in base a tale promessa, ha ottenuto denunce quali sarebbe stato follia sperare. Non solo deve rispettare la promessa, ma ha interesse a farlo per difendersi contro le lunghe mani tassatrici dei comuni.

 

 

Prima di finire debbo un altro accenno di lode al ministro per quanto leggo in un suo recente comunicato sul catasto e sulla tassazione dei redditi industriali dei proprietari. Come i lettori hanno già veduto in alcuni articoli passati e come illustrerò meglio ancora, la via scelta dall’on. De Stefani per tassare i redditi agrari la sola feconda, ed è la più rapida e meno costosa. Si può discutere sui particolari, i quali del resto si aggiusteranno cammin facendo. Ad esempio, non è certa la opportunità di cominciare a tassare il reddito agrario dei proprietari, ossia quello che essi ritraggono come coltivatori, fin dall’1 gennaio 1923 coi metodi dell’imposta di ricchezza mobile. Ciò implica l’adozione, come metodo transitorio, di un sistema individuale, arbitrario di trattative tra agenti e contribuenti; metodo in pratica più lungo e costoso ed irritante e parziale di quello definitivo. Non sarebbe più semplice sancire l’inizio all’1 gennaio 1923 e cominciare l’applicazione a mano a mano che l’aggiornamento del catasto sia compiuto, distribuendo gli arretrati in sesti o dodicesimi insieme con le rate dell’anno? Ancor più rapidamente nelle province a nuovo catasto, perché non si potrebbe cominciare subito, moltiplicando per quattro gli imponibili? Questi teoricamente si riferiscono al 1874-85; in realtà fotografano la situazione di fatto di epoche molto più vicine, dopo le quali i mutamenti avvenuti non sono grandi. Dei mutamenti si terrà conto in occasione della revisione decretata, rispettando sempre le migliorie dell’ultimo trentennio, forse ridotto ad un decennio. Questa è una delle migliori caratteristiche del catasto ed occorre rispettarla; come pure fa d’uopo che le norme di applicazione del nuovo tributo lo sottraggano assolutamente al diritto di sovraimposizione dei comuni, delle province e di ogni altro ente. Anche di questi, perché ormai siamo ridotti a tale che, se lo stato non lo vieta, le camere di commercio, e non si sa quali altri enti, pretenderebbero di tassare i redditi agrari; e forse avrebbero ragione in linea di diritto vigente. Ma le aliquote salirebbero alle stelle e lo stato vedrebbe dagli assalti altrui isterilita la sua base imponibile.

 

 

Tutti questi sono particolari sui quali c’è tempo a provvedere. L’importante è che il ministro abbia resistito, e valorosamente, alle fantasiose proposte di assidere i tributi fondiari ed agrari su basi diverse da quelle dimostrate opportune dalla scienza e dall’esperienza di secoli.

 

 

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