Lo sciopero pei dollari
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 23/11/1921

Lo sciopero pei dollari

«Corriere della Sera», 23 novembre 1921

 

 

 

Sotto la maschera

 

L’enunciazione di certe verità ha il potere di far perdere le staffe all’ Avanti! Che si faccia luce dietro le quinte è cosa che i socialisti non possono assolutamente tollerare. Così il nostro articolo di ieri l’altro li ha toccati sul vivo e li ha fatti esasperare. Anche il segretario della Camera del Lavoro Bensi, interviene nella discussione a proposito del nostro accenno ai deliberati di Verona, ed infine l’ass. Ausonio, in una intervista concessa al Secolo, rimette in campo il motivo sul discredito del Comune, di cui le nostre critiche sarebbero causa.

Tutto questo tumulto di repliche e di difese non muta di una linea la situazione e non attenua la gravità del tentativo di intimidazione verso le autorità e verso la cittadinanza che i socialisti stanno preparando per intorbidare le acque e liberarsi della responsabilità del loro governo amministrativo.

 

 

Ritirata strategica

 

Continueremo dunque, piaccia o no all’Avanti!; ad opporre fatti e cose alle chiacchiere ed alle ingiurie. La cittadinanza giudicherà. E rileveremo, anzitutto, che l’agitazione, che si vuole inscenare sul rifiuto del Prefetto di concedere l’abbreviazione dei termini per la discussione del prestito americano non è che una manovra destinata a mascherare il fatto che l’amministrazione non può più andare avanti in conseguenza degli errori commessi e della situazione in cui essa stessa si è cacciata. Si cerca una via d’uscita qualsiasi.

Con la constatata impossibilità di riscuotere i ruoli speciali della sovrimposta fondiaria e quindi di ottenere dall’esattore l’anticipo richiesto, l’amministrazione socialista si trova con la cassa vuota e non è più in grado né di dare acconti ai numerosi creditori, né di pagare salari e stipendi ai dipendenti comunali.

Questo è il fatto: quanto al rifiuto di concedere l’abbreviazione dei termini, è bene che il pubblico sappia che si tratta di cosa minima e priva di qualsiasi sostanziale importanza. La legge accorda al Prefetto la facoltà di concedere che i venti giorni di intervallo, che devono intercorrere tra la prima e la seconda deliberazione del Consiglio Comunale, vengano ridotti quando ricorrano condizioni speciali d’urgenza che non si ravvisano certo nel caso particolare del prestito americano. Anzi, l’importanza dell’affare è tale che richiede la massima ponderatezza di deliberazione; e se la Giunta Filippetti avesse una anche minima considerazione per la sua maggioranza e non fosse abituata a considerarla come un gruppo di automi comandati a dire di sì o di no, secondo la convenienza ed il desiderio della Giunta, non avrebbe nemmeno avanzato la temeraria domanda. In ogni modo, il rifiuto significa semplicemente il rinvio della discussione di una decina di giorni e niente altro. L’amministrazione Filippetti ha raccolto una eredità gravosa e difficile, ma ciò non attenua la sua responsabilità, perchè essa, nonché provvedere energicamente ai rimedi urgenti e necessari, ha sprecato il tempo e gli aiuti che le furono concessi ed ha contribuito coi suoi errori a rendere più difficile il problema della sistemazione finanziaria comunale.

Prima ancora che il bilancio preventivo del 1921 fosse posto in discussione, i giornali liberali e la minoranza fecero quanto stava in loro per richiamare l’attenzione del pubblico e dell’Amministrazione sul fatto che, nonostante l’enorme aumento del dazio consumo e delle altre tasse, il Comune non era in grado di sostenere i pesi di cui lo si era caricato. Avvertirono socialmente l’onere eccessivo della spesa per il personale, dovuto a provvedimenti di cui l’Amministrazione precedente non aveva valutato le conseguenze, insistendo sulla necessità di provvedimenti energici e pronti, di economie tali da ricondurre ad una proporzione tollerabile lo squilibrio tra le rendite e le spese. Le stesse critiche, con una insistenza che l’amore per la città nostra rendeva doverosa, vennero ripetute per la discussione del bilancio, quando divenne agevole dimostrare, per l’eloquenza delle cifre, che il Comune, ove non si fosse mutato strada, sarebbe stato portato al dissesto ed al fallimento.

La Giunta, alla quale queste critiche avrebbero dovuto agevolare il penoso e difficile compito, invece di giovarsene lanciò contro gli avversari l’accusa di faziosità, disse le critiche originate da spirito di parte e dirette a creare discredito al Comune e difficoltà all’Amministrazione socialista, e gingillandosi in polemiche vane e nel perseguimento di miraggi assurdi, lasciò trascorrere senza far nulla mesi preziosi.

Oggi, con l’acqua alla gola, accentua la politica già iniziata, di gettare sul Governo, sull’autorità tutoria, sull’opposizione, la responsabilità di uno stato di cose che è invece conseguenza inevitabile dei suoi errori e della sua incapacità.

 

 

Fatti che non si possono smentire

 

La verità è che mai amministrazione comunale venne aiutata e sostenuta quanto lo fu l’Amministrazione Filippetti. Il Comune doveva restituire venti milioni non pagati al Consorzio Granario ed il Governo concede che li paghi a rate e con tutta comodità. Il Comune non è nelle condizioni volute dalla legge perchè la Cassa Depositi e Prestiti accordi mutui; il Prefetto interviene presso il Governo ed ottiene un mutuo di 25 milioni per pagare i debiti più preoccupanti e la promessa che anche il mutuo di 159 milioni sarà accordato sol che si attuino talune economie di assoluta necessità; – mancano fondi per il pagamento dogali stipendi e l’esattore – che è una banca ed ha dei doveri verso i depositanti e gli azionisti – ha qualche perplessità ed esitazione di fronte alla richiesta di anticipo ed il Prefetto interviene presso l’esattore ed ottiene che questi accordi i fondi anche prima dell’adempimento di tutte le formalità di prammatica. Certo che il Prefetto vuole il rispetto della legge e non approva, non può approvare deliberazioni che sono un insulto ed una sfida al sentimento di tutta la cittadinanza, come q-uella dell’assunzione di due disertori, o la concessione di nuovi favori a categorie di salariati già pagati in misura eccessiva o che si usi del pubblico danaro per finalità che nulla hanno a che vedere con quella che la legge è l’unica salvaguardia all’interesse della città.

Se l’autorità tutoria ed il Governo molto hanno concesso e tollerato, la borghesia ed i suoi istituti hanno fatto anche di più. Scadevano, col 31 ottobre, cambiali per parecchi milioni, già rinnovate più volte e per le quali si era espressamente pattuito che ad ulteriori rinnovamenti non si sarebbe addivenuti senza un parziale pagamento: pur tuttavia le banche hanno concesso una nuova proroga al 31 gennaio senza pretendere un soldo. L’esattore, da mesi, anticipa fondi in base all’art. 174 della legge comunale e provinciale, il quale articolo dà anche la facoltà all’esattore di mettere sostanzialmente sotto controllo tutte le operazioni di cassa del Comune: ma la Banca Popolare non si è mai avvalsa di questa facoltà, che avrebbe posto l’amministrazione in una condizione umiliante di tutela. La salvezza del Comune esige che si attuino, senza indugio, riduzioni nel personale enelle paghe, provvedimenti penosi e poco simpatici el’opposizione costituzionale e la stampa liberale prendono la iniziativa di suggerire, di insistere per i provvedimenti stessi, affrontando la impopolarità che ne consegue.

Ed i fornitori? QualeAmministrazione borghese avrebbe trovato tanta pazienza, tanta longanimità, tanta arrendevolezza? Creditori per decine di milioni, posposti alle Cooperative che godonoun trattamento di preferenza e di privilegio, attendono e tacciono. Non uno si è rivolto all’autorità tutoria per far valere i propri diritti e far constatare Ufficialmente la insolvenza del Comune.

L’Amministrazione Filippetti ha dunque avuto da tutte le parti – autorità ed avversari – più di quanto poteva pretendere, ha avuto cioè credito, tempo, incitazioni e appoggi e se per timore di quella impopolarità che pur i suoi avversari affrontavano serenamente, si è lasciata arrivare l’acqua alla gola, sua ed esclusivamente sua è la colpa. Ed è odioso il tentativo odierno di fare appello alla massa operaia presentandole le cose in modo diverso dal vero.

 

 

Questa classe, se la credulità partigiana non le fa velo, non può dimenticare i fatti esposti e che sono noti ed arcinoti; e non può né deve dimenticare che Filippetti, che ha sempre presentato se stessa come la tutrice della classe operaia, ha assai male provveduto a questa tutela.

Per conservare ai dipendenti comunali – salariati ed operai specialmente – delle paghe che sono assai superiori a quelle della industria libera e per favorire le sue piccole clientele politiche ha quasi raddoppiato il dazio consumo – ha aumentato favolosamente la sovrimposta fondiaria, che è in ultima analisi pagata dagli inquilini – sta preparando un nuovo aumento della tariffa tramviaria – pur riducendo l’attività comunale nel campo della beneficenza e dell’assistenza ed aggravando il dissesto del bilancio, con l’inevitabile conseguenza di paralizzare tutta l’attività comunale e di lasciare incancrenire la disorganizzazione di tutti i servizi.

 

 

Il Comune può fare poco per la disoccupazione, ma un’Amministrazione veramente desiderosa di provvedere ai disoccupati, si sarebbe affrettata a tagliare nel bosco dei privilegi di cui godono i dipendenti comunali, per ottenere dal Governo i 159 milioni promessi, più che sufficienti per mettere il Comune in grado di dare mano subito a tale massa di lavori da occupare la sua attività per molti mesi e che, in confronto al prestito americano, hanno il vantaggio di arrivare subito, di costare poco e di non essere causa di nuovo e più grave dissesto per l’avvenire.

Il guaio è che la demagogia che impera a Palazzo Marino si cura del benessere della classe operaia per quel tanto che può servire ai suoi discorsi roboanti ed alle sue speculazioni politiche. Ma il gioco dura oramai da troppo tempo e noi vogliamo sperare che anche l’ingenuità dei lavoratori abbia un limite.

Reticenze e incoerenze

 

Il segretario della Camera del Lavoro di Milano, Bensi, dirama ai giornali un lungo comunicato col quale avrebbe intenzione di rispondere ai nostro articolo sullo sciopero dei dollari.

 

 

In sostanza il Bensi vuole smentire che vi sia contraddizione fra i deliberati del convegno di Verona e reazione per lo sciopero generale che si sta svolgendo a Milano, e chiarisce che nel convegno di Verona non fu escluso lo sciopero generale come arma di lotta sindacale epolitica. Lo sappiamo anche noi: gli organizzatori socialisti non sono abituati a prendere su questioni come quella dello sciopero generale atteggiamenti precisi, impegnativi e definitivi. È un fatto però che si ètenuto apposta a Verona un convegno per discutere in contraddittorio con i comunisti tutto un problema fondamentale di principi e di metodi connessi con lo sciopero generale, e che gli organizzatori hanno tuonato contro i comunisti e li hanno sconfitti. Dopo di che, arrivati a Milano, si sono precisamente dati ai metodi comunisti, avviando la predicazione di uno sciopero generale senza motivo, senza senso, senza via d’uscita, sciopero non sentito minimamente dal proletariato e contrastante anzi con i suoi interessi, tanto che i promotori hanno bisogno di prender tempo per creare la necessaria montatura a base di inganni e di equivoci. Se questo non contrasta col convegno di Verona, tanto valeva che a Verona trionfassero i comunisti.

 

 

Dice anche il Bensi che la crisi economica italiana non è risolvibile con le disponibilità nazionali, e che quindi è giustificato il ricorso ai dollari americani, È la stessa tesi che sostiene l’assessore Ausonio in una intervista pubblicata dal Secolo. Ci scusino il Bensi e Ausonio, ma per additare le vie dell’avvenire alla finanza ed alla economia della Nazione noi oseremmo domandare competenze un po’ più solide della loro. L’umile realtà d’oggi è che quello che manca in Italia non è precisamente il denaro circolante; e se il Municipio di Milano fosse stato amministrato appena decentemente avrebbe trovato credito se la stessa giunta socialista avesse avanzato proposte per risanare almeno in parte il Bilancio e come queste proposte siano state messe, almeno per ora, a dormire, dal chiarire la pietosa storia della preparazione del prestito, dal far intendere che i dollari americani servirebbero per lavori di là da venire e non ancora ben concretali, mentre vi sono altri lavori concretati, approvati e per i quali furono stanziati i fondi e che tutt’ora non si compiono. Piccolezze, evidentemente, sulle quali è meglio non insistere, perché ci sarebbe pericolo che il proletariato aprisse gli occhi.

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