Opera Omnia Luigi Einaudi
Fondazione Luigi Einaudi ETS

Lo sciopero dei fonditori

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 30/01/1901

Lo sciopero dei fonditori

«La Stampa», 30 gennaio[1] e 13 febbraio 1901

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 318-324

 

 

I

 

Ci viene comunicata la seguente deliberazione della giunta municipale del comune di Torino, in data 29 gennaio:

 

 

Il sindaco Casana comunica alla giunta la seguente lettera:

La commissione dell’unione fonditori, presa visione delle pubblicazioni avvenute stamane sui giornali cittadini, colla coscienza tranquilla di aver sempre agito di pieno accordo con tutta la massa degli scioperanti continuamente interpellata in assemblee plenarie, anche a mezzo di votazioni con scheda segreta, per dimostrare ancora una volta il sentimento di equità e serenità da cui è animata, fa le seguenti proposte:

 

 

  • La costituzione di un collegio di arbitri, composto di due membri nominati dai principali, di due nominati dagli operai e presieduta dall’onorevole signor sindaco.
  • Che questo collegio di arbitri interpelli direttamente tutti gli operai riuniti in assemblea generale sulle loro richieste; interpelli parimente i principali sulle loro concessioni, e infine decida in merito.

 

 

La commissione, una volta accettata questa proposta, rinuncerà al proprio mandato, e chiede che l’assemblea generale degli operai, presieduta dal collegio degli arbitri, sia tenuta in un locale concesso dal municipio, o in altro locale che il collegio arbitrale sceglierà.

 

 

La commissione dell’unione fonditori:

Costantino Ferrero – Bertolino

Giuseppe – Raineri Pietro – Maggia

Giovanni – Birolo Leone.

 

 

Il riferente è lieto che la questione si avvicini ad uno scioglimento, colla possibilità di mettere in diretto rapporto, attraverso l’intermediazione del sindaco, i proprietari di stabilimento cogli operai. Ma allo scopo di rendere anche più completo questo contatto, che condurrà certo – data la buona volontà delle due parti – ad uno scioglimento di reciproca soddisfazione, il riferente ritiene che si dovrebbe adottare la linea di condotta di trattare la questione tra ciascun proprietario di stabilimento e ciascuna rappresentanza di rispettivi operai dello stabilimento stesso. Così si eviterà la difficile procedura di una votazione dei due delegati rappresentanti di tutti gli operai fonditori; i quali delegati non avrebbero certo, coi singoli proprietari e col sindaco, quell’autorità immediata ed efficace che avranno invece gli operai di ciascun stabilimento nel discutere le modalità che direttamente li riguardano nelle questioni insorte.

 

 

La giunta approva la proposta del sindaco da comunicarsi agli istanti, all’autorità prefettizia ed agli interessati mediante pubblicazioni sui giornali.

 

 

Siamo lieti che la questione dei fonditori si sia avvicinata, colla proposta degli operai al sindaco della nostra città, ad un componimento che ci auguriamo prossimo e duraturo.

 

 

Ma non possiamo nascondere che la deliberazione del sindaco e della giunta di non accettare un collegio di arbitri composto di due rappresentanti degli operai e di due rappresentanti degli industriali non ci sembra opportuna, né atta ad affrettare la soluzione della dolorosa vertenza.

 

 

Afferma, in verità, il sindaco che si dovrà superare una difficile procedura per eleggere i delegati degli operai fonditori. Il timore ci sembra infondato: poche ore basterebbero per fare la convocazione e per conoscere i risultati della votazione, fatta magari sotto la sorveglianza di delegati del municipio. Ad ogni modo, la perdita di tempo sarà sempre minore che non quando ogni gruppo di operai appartenenti ai diversi stabilimenti compia una votazione speciale.

 

 

Afferma ancora il sindaco essere preferibili le trattative fra rappresentanze degli operai appartenenti ad ogni stabilimento ed il rispettivo proprietario alle trattative fra delegati degli operai e degli industriali riuniti insieme. E suffraga la sua affermazione dicendo che i delegati operai non avrebbero coi proprietari e col sindaco quell’autorità che hanno coloro i quali trattano questioni direttamente ad essi pertinenti.

 

 

Se il sindaco con ciò ha voluto accennare alla ferma intenzione dei proprietari di non trattare se non coi loro propri operai ed alla impossibilità di poter concludere qualcosa su una base diversa, potremmo dargli ragione di non aver voluto iniziare trattative destinate – per volontà di una parte – a non riuscire.

 

 

Ma in questo caso ci permettiamo di osservare che gli industriali hanno torto a non volere accettare di discutere con una rappresentanza collettiva dei loro operai, si chiami questa Unione fonditori, o, come più modestamente e opportunamente chiedono oggi gli operai, arbitri eletti dall’assemblea generale dei fonditori.

 

 

Oramai è un fatto accertato e riconosciuto là dove le industrie sono floride e dove gli scioperi sono meno numerosi, le questioni del lavoro si discutono e si risolvono male fra operai ed imprenditori singoli, e che il miglior modo di comporle è di affidarne la soluzione a rappresentanze collettive degli uni e degli altri. Così si fa, oltrecché fuori, anche, per esempio, in Italia negli stabilimenti tipografici, dove nessun industriale tratta coi suoi operai direttamente, ma discute le tariffe e le modalità del lavoro con la associazione dei tipografi.

 

 

Noi non sappiamo perché gli industriali fonditori non debbano trovarsi contenti di un metodo di cui gli industriali tipografi sono soddisfatti, e ci auguriamo che il sindaco di Torino colga l’occasione propizia, che gli è stata offerta colla attuale proposta di arbitrato, per dimostrare la attitudine delle rappresentanze collettive degli industriali e degli operai a risolvere le questioni del lavoro.

 

 

II

 

I fonditori non hanno accettato il lodo della commissione arbitrale, presieduta dal nostro sindaco[2] ed hanno deliberato di continuare nello sciopero ove soccorrano sufficienti aiuti pecuniari da parte della classe lavoratrice torinese.

 

 

I motivi con i quali gli operai hanno suffragato la deliberazione contraria al lodo sono sostanzialmente due:

 

 

  • Gli arbitri operai hanno violato il mandato imperativo ricevuto di ottenere il riconoscimento dell’unione fonditori e la riammissione incondizionata di tutti gli scioperanti nelle rispettive officine.

 

 

A questo proposito devesi osservare anzitutto che la natura parzialmente imperativa del mandato degli arbitri operai avrebbe dovuto essere resa nota prima al sindaco ed agli arbitri industriali, perché questi potessero non pigliare parte a conferenze che di arbitrali non avrebbero avuto nulla all’infuori del nome. A noi pare che il sindaco e gli arbitri industriali non avrebbero voluto far parte di un collegio il cui lodo si sapeva già fin dall’inizio non sarebbe stato accettato dagli operai se non accoglieva incondizionatamente due domande da questi imposte con mandato imperativo ai propri arbitri. La opinione pubblica imparziale avrebbe dato ragione al sindaco, perché non si comprende un arbitrato nel quale ogni punto controverso non possa essere discusso e risoluto dal voto della maggioranza del collegio arbitrale.

 

 

Venendo alla sostanza della cosa, a noi pare che il lodo avrebbe dovuto essere accettato incondizionatamente dagli operai, anche se fosse stato loro più sfavorevole di quanto non siasi verificato.

 

 

Gli operai non sembrano aver compreso che in un arbitrato ambe le parti accettano preventivamente il lodo, qualunque esso sia. È vero che non vi è nessuna forza legale che possa costringere i recalcitranti al rispetto di un lodo; ma tanto maggiore diventa allora il dovere morale dell’accettazione.

 

 

La società moderna riposa in grandissima parte sul rispetto degli accordi liberamente convenuti; e se non si può fare molta colpa agli operai di non conoscere le basi giuridiche che permettono lo sviluppo della odierna vita industriale moderna, si deve muovere grave rimprovero a quegli educatori socialisti i quali hanno a poco a poco infiltrate nella mente dei lavoratori idee opposte alle norme della convenienza contrattuale.

 

 

Noi abbiamo invero udito nell’adunanza operaia esporre concetti e pronunciare frasi come quelle di «schiacciare la testa ai padroni» e di «volere sovratutto e ad ogni costo una vittoria morale, le quali dimostrano esistere nella coscienza degli operai quasi l’idea che dinanzi ad essi ed a certe loro «rivendicazioni» si debba cedere senz’altro e che gli industriali recalcitranti siano da considerare non come persone che hanno convinzioni diverse da quelle ritenute giuste dagli operai, ma come esseri non umani, cani arrabbiati che bisogna schiacciare. È il modo con cui hanno sempre ragionato tutti i giacobini delle età trascorse e presenti.

 

 

  • Ma è modo che presto o tardi conduce alla rovina dei suoi profeti.

 

 

L’altro giorno infatti si sono viste le masse lavoratrici torinesi accusare gli arbitri operai di essersi venduti ai padroni, non risparmiando ai Daghetto ed ai Cirio le contumelie e le invettive più acerbe. La marea giacobina è già salita in alto. Gli operai non solo si rivoltano contro gli «intellettuali», accusandoli di volersi giovare del partito per soddisfare ad ambizioni elettorali, ma si rivoltano benanco contro operai, onestissimi ed insospettabili, usciti dalla loro medesima classe, lavoratori del braccio come gli altri, emanazione genuina e reale degli interessi proletari.

 

 

Nel rivolgere accuse così immeritate, gli operai dimenticarono che i loro arbitri si trovavano dinanzi ad arbitri industriali, i quali erano padronissimi di partire, a ragione od a torto, da un punto di vista diverso da quello operaio; ed in siffatte condizioni avevano il dovere, come bene disse il Daghetto, di resistere e di discutere fino al punto – ma non più in là – di quanto fosse possibile.

 

 

Un arbitro che cede quando è persuaso che non è possibile avere altre concessioni, è degno di lode, anche dal punto di vista degli interessi dei suoi rappresentati, perché ha evitato mali peggiori e danni.

 

 

Tutto ciò gli operai hanno avuto il torto di non capire; o, meglio, hanno avuto torto i loro educatori ad educarli in modo che non potessero comprendere verità così elementari.

 

 

Una parola agli industriali.

 

 

Noi c’inchiniamo – senza la minima restrizione – al verdetto arbitrale, che ha respinto la domanda operaia intorno al riconoscimento dell’unione fonditori.

 

 

Gli ultimi avvenimenti e la non accettazione del lodo ci inducono a ripetere il nostro convincimento che gli industriali abbiano in tal modo operato contro i reali interessi dell’industria ed ai doveri delle classi dirigenti.

 

 

Chi abbia studiato la storia industriale ed operaia dei paesi più progrediti, sa che sugli inizi erano frequentissimi gli esempi di rifiuto di lodo da parte degli operai e di accuse acerbe di «comprati, ecc.» agli arbitri operai, colpevoli di essersi persuasi dell’assoluta inevitabilità di fare concessioni eccessive agli occhi dei loro compagni.

 

 

Oggi queste accuse più non si fanno ed i rifiuti di lodo sembrerebbero vergognosi ad un operaio inglese, in gran parte perché si è introdotta l’abitudine di trattare le questioni del lavoro tra unioni degli operai ed unioni degli imprenditori.

 

 

A Torino gli operai fonditori possono facilmente accusare di tradimento lavoratori di altro mestiere; ma non così facile sarebbe stato il muovere la stessa accusa se arbitri operai fossero stati Ferrero e gli altri quattro capi dell’unione fonditori.

 

 

Forse gli arbitri operai si sarebbero ritirati, e non avremmo avuto il grave danno morale di un lodo respinto.

 

 

Ma più probabilmente – se non in questa, in altre successive occasioni – avrebbero imparato. Avrebbero imparato, come impararono i loro colleghi anglo-sassoni, che certe domande non si possono fare quando le condizioni dell’industria sono sfavorevoli; che è materialmente impossibile, ad esempio, dopo due mesi di sciopero, riaccettare subito tutti gli operai.

 

 

Si obbietterà che il paragone non calza, perché gli operai inglesi sono molto più educati dei nostri.

 

 

Ma noi crediamo nostro dovere di osservare, secondo le norme del buon senso, che l’educazione è frutto dell’esperienza; e che, se si tolgono i mezzi agli operai di conoscere le condizioni dell’industria, ed un po’ anche di indagare sui fatti quanto faticosa sia la via del guadagno per gli imprenditori, gli operai non si caveranno mai dalla testa che i principali siano «infami capitalisti sfruttatori, degni di essere schiacciati».

 

 

Se questo si desidera, si lascino pure gli operai in balia dell’educazione socialista, e si otterranno fra non molto i bei risultati della vicina Francia, dove i padroni sono alla mercé di politicanti rivoluzionari mandati alla camera ed al governo dagli operai.

 

 

Ma se questo non si vuole, si segua l’esperienza dei paesi veramente conservatori, dove gli industriali non hanno temuto di discutere a paro a paro cogli operai coalizzati, ed elevandoli a dignità di contraenti collettivamente riconosciuti, li hanno trasformati per modo che adesso i lavoratori socialisti del continente vituperano i compagni inglesi coll’abborrito e pure tanto agognato nome di «capitalisti».

 

 



[1] Con il titolo Lo sciopero dei fonditori. La mediazione del sindaco [ndr]

[2] Il lodo della commissione arbitrale composta di tre rappresentanti degli operai (Cirio, Daghetto e Gotta), da tre rappresentanti degli industriali (Moreno, Visconti e Fiorio) e presieduta dal sindaco di Torino senatore Casana, partiva dalla premessa che la partecipazione degli operai e dei proprietari alle sedute nelle quali venivano presentate hic inde le opportune domande e risposte costituiva per ambo le parti «un indiscutibile vincolo morale ad attenersi al responso del collegio arbitrale», e ad unanimità concludeva nella accettazione parziale di alcune delle domande operaie e nel consiglio agli industriali di preferire nei punti controversi soluzioni siffatte da condurre alla concordia con gli operai.

Torna su