Lo sciopero del porto di Genova

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 21/12/1900

Lo sciopero del porto di Genova

«La Stampa», 21[1], 22[2], 23[3], 24[4] dicembre 1900 e 25[5] gennaio 1901

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 290-309

 

 

I

 

Lo sciopero dei lavoratori del porto di Genova, scoppiato improvvisamente ieri in seguito allo scioglimento della camera del lavoro, ha destato una impressione profonda, la quale non si restringe a Genova, ma si ripercuote in tutta l’alta Italia. Noi non sappiamo con precisione quali siano i motivi che hanno indotto il prefetto Garroni a sciogliere la camera del lavoro. Il decreto afferma che la camera faceva opera contraria all’ordine pubblico, istigando anche pubblicamente a delitti contro la libertà del lavoro, all’odio fra le diverse classi sociali ed alla disobbedienza della legge.

 

 

I giornali di Genova non ci danno informazioni siffatte da poterci formare un giudizio sulla giustizia e sulla opportunità del provvedimento prefettizio. Sicché a noi non resta se non aspettare il momento in cui un giudizio sereno ed imparziale possa pronunciarsi; pronti, se tale sarà il nostro dovere, a biasimare il prefetto quando lo scioglimento apparisse ingiustificato, od a lodarlo se la tutela dell’ordine imperiosamente avesse

richiesto la deliberata chiusura.

 

 

Ad ogni modo, qualunque sentenza si voglia dare sul decreto del prefetto, nessuno che serenamente osservi le cose potrà persuadersi che fosse necessario, per un siffatto motivo, pronunciare la generale sospensione del lavoro nel porto di Genova.

 

 

Alcuni mesi or sono uno sciopero consimile scoppiava a Marsiglia; e per lunghi giorni le colonne dei giornali recarono informazioni delle sue conseguenze dannose per la vita economica ed industriale della Francia. Marsiglia non è il solo porto francese; eppure l’opinione pubblica si commosse fortemente; tristi presagi si fecero per l’avvenire del commercio marittimo; e si guardò con sospetto ed ansia all’incremento del traffico nei porti stranieri, e sovratutto nel porto di Genova, a danno di Marsiglia.

 

 

Tutti rammentano l’indignazione con cui dai nostri vicini si accolse la parola del deputato Morgari, andato ad eccitare alla lotta i lavoratori italiani. Egli apparve – e certo non lo era – come un messo dei commercianti liguri vogliosi di attirare a sé il traffico marsigliese; e come perturbatore dell’ordine pubblico il deputato socialista di Torino fu espulso da un ministero in cui pure moderatore delle questioni del lavoro

era il socialista Millerand.

 

 

A scagionarsi dalla stolida accusa di essere venduto ai capitalisti genovesi, l’on. Morgari scrisse una lettera al Petit Provençal, nella quale si dichiarava dolente di non avere potuto far scoppiare lo sciopero anche fra i lavoratori del porto di Genova, a causa della assoluta proibizione delle società operaie di resistenza. Egli sapeva – affermando questo – di dire cosa non corrispondente a verità, poiché a Genova esisteva una camera del lavoro forte di 33 leghe e 44 associazioni. Ma il mal vezzo di parlar male all’estero del governo patrio è troppo radicato perché si perda un’occasione sola di dedicarsi a tal genere di esercitazioni retoriche.

 

 

Oggi il voto dell’on. Morgari si è compiuto: 8000 operai, eccitati, come da una scintilla elettrica, dal bisogno di protestare contro il decreto prefettizio, non hanno pensato che lo sciopero non era l’unico mezzo di far udire le loro ragioni; che il rimedio era peggiore del male; e che ad altre armi sarebbe stato doveroso ricorrere in questa lotta prima che ad una la quale è atta a ferire non solo chi la impugna, ma insieme la società

intera.

 

 

Noi non abbiamo bisogno di dire il danno del prolungarsi dello sciopero attuale. Il porto di Genova è l’anima della vita italiana; è un meccanismo perfezionato e delicatissimo, il cui movimento dà vita e ricchezza a regioni ed a moltitudini, ed il cui arresto significa miseria diffusa nelle città popolose e fino nelle più remote campagne dove batte un telaio o dove è giunta la eco del commercio moderno.

 

 

Tutta questa vita è possibile e tutta questa ricchezza si svolge sol perché il porto di Genova è un superbo meccanismo atto a sfidare la concorrenza dei porti esteri, sol perché le organizzazioni del lavoro, del carico e dello scarico, le tariffe di trasporto da Genova ai porti d’oltremare ed alle città dell’Italia e dell’Europa sono combinate per modo da concedere ai trafficanti qualche lieve guadagno di pochi centesimi. Ma sospendasi il lavoro per un po’ di tempo, e le navi estere, od almeno quelle navi che possono spostarsi, andranno a caricare ed a scaricare nei porti esteri; e questi a gara si decideranno a concedere quelle facilitazioni che valgono a trattenerle per ora e ad attirarle in futuro. Nella gara internazionale dei traffici un momento perduto può essere la causa di grave danno. Mentre i porti concorrenti per l’accresciuto momentaneo traffico riescono a diminuir le tariffe ed a rendere l’incremento, da temporaneo, permanente; il porto di Genova si trova costretto ad aumentare le tariffe perché le spese generali più non si possono diffondere sul numero antico di atti di scarico e di carico; e l’aumento è un nuovo stimolo alle navi a recarsi altrove.

 

 

Grave è perciò la responsabilità di coloro i quali nel delicatissimo meccanismo di scambio fra l’Italia ed il resto del mondo introducono ostacoli materiali o morali, i quali siano cagione che il meccanismo non funzioni. Ciò che importa sovratutto è la vittoria; e per vincere occorre che tutti siano, come i soldati di un esercito, insieme solidali ed inspirati da un unico intento: tutti, dallo stato che è proprietario del porto, agli imprenditori che del porto si giovano per compiere lor traffici, agli operai che ne traggono alimento.

 

 

Il governo deve mantenersi al disopra dei partiti, non cedere né ai desideri degli imprenditori né ai clamori degli operai i quali chiedano interventi illegali a favore di una parte. Imprenditori ed operai devono essere animati da quello spirito di tolleranza e di equanimità che appiana gli attriti e risolve le questioni.

 

 

II

 

Genova, 21

 

 

In Genova l’oggetto generale dei discorsi è lo sciopero, il quale va diventando sempre più generale. Oramai sono più di dodicimila gli scioperanti nella sola Genova, tra lavoratori del porto ed operai delle officine; ed a questi si aggiungono altri cinque o seimila scioperanti a San Pier d’Arena ed a Sestri.

 

 

Siccome la causa dello sciopero è lo scioglimento della camera del lavoro, avvenuto per decreto prefettizio, così ho creduto dovere recarmi innanzitutto dal prefetto per conoscere i motivi che lo avevano indotto a tale provvedimento. Ecco, secondo quanto mi disse, con molta cortesia, stamane il comm. Garroni, quali ragioni hanno spinta l’autorità politica a sciogliere la camera del lavoro.

 

 

Questa già nel 1896 era stata disciolta dal prefetto d’allora, Silvagni, perché compieva atti contrari alle leggi vigenti, e perturbava l’ordine pubblico. In quest’anno, giovandosi della condiscendenza governativa, parecchi componenti l’antico sodalizio si sono ricostituiti da sé in camera del lavoro. Da sé, poiché non consta che vi sia stata una delegazione formale da parte degli operai. Anzi quasi tutti i membri del comitato esecutivo sono estranei al vero elemento operaio genovese. Tutti sono socialisti.

 

 

La nuova camera aveva tutti i caratteri dell’antica già disciolta, per cui dovere del prefetto attuale era di mantenere fermo il decreto del suo predecessore Silvagni.

 

 

Si aggiunga che, anziché avere scopi di intervento e di tutela delle ragioni dei lavoratori, quando se ne presentasse la necessità, la camera del lavoro ha costituito nel suo seno delle leghe di miglioramento per ognuna delle varie professioni, eccitando desiderii eccessivi nei membri delle leghe. Quando poi gli operai, presentarono domande di revisione di tariffe od aumento di salari, la camera del lavoro ha avuto l’aria di intervenire come paciera fra capitale e lavoro a dirimere un conflitto che essa aveva suscitato. Le leghe di miglioramento a poco a poco si mutarono così in leghe di resistenza e di prepotenza. Chi non era socio difficilmente poteva trovar lavoro, a causa delle intimidazioni della lega.

 

 

La camera del lavoro veniva in tal modo a compiere un’azione contraria alle leggi dello stato, annullando l’opera della camera di commercio e dei collegi dei probi viri, e facendo affiggere pubblici avvisi con cui invitava gli operai a far capo, non più alle autorità, ma esclusivamente ad essa. Le riunioni aventi carattere pubblico e discorsi violenti erano frequenti e costituivano un continuo eccitamento all’odio fra le classi sociali, e sovratutto fra capitale e lavoro. Ogni giorno una questione nuova veniva sollevata per dar agio ai dirigenti della camera di intervenire.

 

 

Perciò la camera del lavoro fu disciolta, lasciando sussistere però le leghe di miglioramento. Non perciò gli operai rimangono privi del mezzo di far valere le loro ragioni di fronte agli imprenditori.

 

 

Il comm. Garroni mi espose un suo disegno, che egli ha eziandio manifestato ieri all’onorevole Pietro Chiesa, il quale era andato da lui per sentire le ragioni dello scioglimento.

 

 

Esiste una legge dei probi viri, destinata a dirimere i conflitti tra capitale e lavoro. È vero che ora la legge non si applica ai lavoratori dei porti. Ma è sempre possibile, sia con una interpretazione autentica, sia per accordo delle parti, costituire collegi dei probi viri in cui siano rappresentate le due classi degli imprenditori e degli operai.

 

 

Nulla vieta inoltre che i probi viri eletti dalla classe operaia si possano costituire separatamente in camera del lavoro o segretariato del popolo – il nome non importa – per trattare le questioni operaie. La nuova camera del lavoro sarà una vera emanazione della classe operaia, e non sarà composta solo di otto persone scelte da se stesse.

 

 

Contro la rappresentanza legale degli operai, eletta da tutti gli interessati con le necessarie garanzie, nessun decreto di scioglimento interverrà mai, almeno finché il tribunale dei probi viri e la parte operaia si mantengano entro i limiti indicati dalle leggi. Questi gli intendimenti del prefetto, esposti all’on. Chiesa e su cui stamane, alle ore 10, doveva deliberare l’assemblea degli scioperanti.

 

 

Mi recai ai terrazzi di via Milano, dove era assiepata una folla immensa, ed in compagnia di alcuni giornalisti potei assistere alla discussione che nella sala di una società operaia tenevano i delegati delle leghe di miglioramento e numerosi membri della disciolta camera del lavoro.

 

 

Presiedeva l’on. Chiesa, un bel tipo di operaio intelligente e dotato di praticità e buon senso. Due correnti predominavano nell’assemblea; ed importa fermarcisi su, perché possono aiutare a spiegare l’origine e la persistenza dello sciopero.

 

 

Tutti gli operai ed i capi del movimento – fra cui alcuni non operai – sono d’accordo nel ritenere che lo scioglimento della camera del lavoro è stato un arbitrio inqualificabile del prefetto il quale, appena fu sicuro, per la chiusura della camera dei deputati, che non si sarebbero potute fare interpellanze al riguardo, con un colpo di testa sciolse la camera del lavoro, perquisì locali, asportò registri, ecc.

 

 

Nulla giustificava, affermasi, l’atto prefettizio. La camera del lavoro e le leghe di miglioramento si erano sempre adoperate a sedare i conflitti tra capitale e lavoro; e solo ai buoni uffici della commissione esecutiva è dovuto se alcuni scioperi gravissimi non scoppiarono nei mesi scorsi fra gli scaricatori di carbone e di grano, e se si poterono di buon accordo fra imprenditori ed operai ripristinare, alquanto modificate, le tariffe del

1892, che erano cadute parzialmente in disuso.

 

 

Lo scopo vero dello scioglimento si fu di mettere gli operai nella impossibilità di avere un organo proprio di difesa. Quando le leghe saranno disciolte, chi potrà far osservare le tariffe concordate? Alla prima occasione gli imprenditori le violeranno e vorranno pagare alquanto meno dello stabilito; e gli operai non avranno alcun mezzo di reagire. Perciò scioperarono tutti. Non è questa una questione economica; è questione di dignità civile e di solidarietà.

 

 

Quanto alla solidarietà, devo rilevare una circostanza. Gli operai ascritti alle varie leghe del porto sono 4000, eppure gli scioperanti nel solo porto ammontano a 6000; il che vuol dire che si astennero dal lavoro operai non iscritti alle leghe. Ciò avvenne non già per solidarietà, ma perché è interesse dei negozianti o di scaricar tutto o di non scaricar nulla.

 

 

Le navi quando giungono in porto denunciano il numero dei giorni entro cui deve effettuarsi lo scarico. Se lo scarico dura di più, allora la nave va incontro alle stallie, ossia paga un diritto supplementare, detto di controstallia, che per i piroscafi moderni può calcolarsi a duemila lire al giorno. Se per uno sciopero parziale alcune navi lavorano ed altre no, quelle che non lavorano devono pagare le controstallie; ed è quindi interesse dei negozianti di non lavorare affatto, perché quando la inazione è generale si presume sia dovuta a forza maggiore e non si pagano le controstallie, mentre se la inazione è parziale, il regolamento la reputa dovuta all’opera dei negozianti e fa pagare il maggior diritto.

 

 

Perciò tutti scioperarono; gli ascritti alle leghe per protesta politica contro l’atto del prefetto, ed i non ascritti perché così portano le necessità degli ordinamenti portuali. Di fronte alle nuove proposte prefettizie, conviene continuare nello sciopero?

 

 

Una parte, più intransigente, reputava che delle parole del prefetto non si dovesse fare il menomo conto, che esse fossero unicamente una manovra fatta per indurre gli operai a cedere ed a ritornare al lavoro, salvo poi disciogliere anche le leghe ed annientare ogni organizzazione operaia.

 

 

Altri, fra cui l’on. Chiesa, guardavano sovratutto all’aspetto pratico della questione. Il fatto si era che il prefetto, sotto una nuova forma, e con elezioni fatte in modo speciale, a norma della legge dei probi viri, permetteva la ricostituzione della camera del lavoro. «Perché sofisticare sulla forma quando si era ottenuto la sostanza? Non era forse vero che lo scopo degli operai, nel costituire la camera del lavoro, era quello di tutelare i nostri diritti? Non si era forse già dimostrato, scioperando in massa, che i lavoratori del porto di Genova sanno resistere alle illegalità governative? Un’altra volta il prefetto si piglierà ben guardia dal molestarci perché saprà che noi siamo fermamente decisi a resistere».

 

 

«Si aggiunga» notavano i fautori della moderazione «che continuando nello sciopero perderemo quello che ancora ci resta; le leghe saranno disciolte e perderemo il frutto di tanti mesi di lavoro. L’opinione pubblica, che ora ci è favorevole, si rivolterà contro gli operai perché i danni del commercio arenato, danni che ammontano a milioni di lire al giorno, si faranno vivamente sentire non solo in Genova, ma in tutta l’alta Italia. E non c’e mai stato nessun sciopero d’importanza generale il quale abbia avuto un esito propizio quando l’opinione pubblica vi era avversa».

 

 

Le decisioni degli scioperanti vi sono già state telegrafate: una commissione di nove si abboccherà oggi col prefetto, col sindaco e col presidente della camera di commercio; e finché non si sia venuti ad un accordo sulla base della ricostituzione della camera del lavoro, sotto una forma od un’altra, e sulla restituzione dei registri, fu deliberato di continuare lo sciopero.

 

 

III

 

Genova, 22 dicembre

Si dice che gli italiani abbiano il vizio di cominciare tutti i loro libri col descrivere le origini del mondo. Siccome però di questo vizio italiano sono abbastanza immuni i giornalisti, così spero che mi si vorrà perdonare se in questa mia lettera sullo sciopero attuale prendo le mosse da un’epoca un po’ remota.

 

 

I lavoratori del porto di Genova hanno infatti dal medioevo avuto la tendenza a raggrupparsi in corporazioni per la tutela dei loro interessi e per la determinazione dei salari e delle altre condizioni del lavoro. In verità sarebbe difficile fare altrimenti. Dove gli imprenditori sono pochi, e gli operai si contano a migliaia, e tutti sono, suppergiù, egualmente forti ed atti a compiere il rude lavoro di facchinaggio che è loro imposto, è naturale che gli operai si riuniscano in società per non portarsi via il pane l’un l’altro, per regolare l’ammontare del salario e la durata del lavoro.

 

 

Ancora. Siccome il lavoro del porto non è continuo, ma muta di giorno in giorno per intensità ed ampiezza, così è necessario che sul porto esista un’armata di lavoratori capace di far fronte ai lavori dei giorni di massima nello scarico e nel carico; e siccome nei giorni di lavoro medio od inferiore alla media non tutti possono essere occupati, così è d’uopo che gli operai si accordino per alternarsi al lavoro in modo che nessuno corra il rischio di morir di fame, quando il lavoro è scarso. Altrimenti alcuni si dedicherebbero ad altre professioni, e nei giorni di lavoro massimo mancherebbe la mano d’opera.

 

 

La necessità di provvedere a queste speciali contingenze del lavoro del porto di Genova – contingenze esistenti del pari in tutti i grandi porti e che dettero origine, anni or sono, al gigantesco sciopero dei facchini del porto di Londra – era talmente sentita che una compagnia, intitolata con lo strano nome di Compagnia dei caravana, esiste ancor oggi, la quale data dal principio del secolo XIV. Uno statuto dell’11 giugno 1340, nel suo primo articolo, in un linguaggio mezzo tra il genovese e l’italiano, dice: «Questi son li statuti e le ordination facte per tuti li lavoraor de banchi e de lo ponte de lo peago e de lo ponte della calcina e in tuti li altri logi facta e ordenà per lo prior, ecc. ecc.». Il priore incassava tutti i guadagni dei soci della compagnia; provvedeva alla cura dei malati e feriti. Per un curioso privilegio i soci dovevano essere bergamaschi e perciò i mariti mandavano le mogli a partorire a Bergamo, perché i figli potessero far parte della compagnia dei caravana. La quale aveva il privilegio esclusivo del carico e dello scarico nel porto di Genova, onde nascevano continue controversie coi facchini liberi ed abusivi da parte dei soci, che alla fine del secolo scorso erano giunti persino a vendere i loro posti.

 

 

Protetti dalle autorità genovesi, perché la compagnia accoglieva solo uomini di specchiata condotta morale e garantiva ogni danno che per avventura potesse essere arrecato dai soci; risparmiati dalle leggi abolitive di Napoleone e di Cavour, e dal legislatore italiano del 1864 che aboliva tutte le corporazioni operaie, i caravana, non più bergamaschi, ma italiani in genere, si mantennero fino ad ora, e vivono di vita fiorente.

 

 

Essi non sono più gli unici ed esclusivi facchini del porto di Genova, perché il loro privilegio è limitato allo scarico, al peso ed al trasporto delle merci provenienti dall’estero nel recinto del porto franco e della dogana, ossia nei luoghi dove si compiono operazioni daziarie su cui ha autorità ed ingerenza lo stato.

 

 

Sono circa 220 con a capo un console nominato dall’intendente di finanza e parecchi capi squadra. Versano tutti i guadagni in un fondo comune, il quale basta a pagare le spese d’amministrazione, a distribuire una pensione ai caravana resi inabili al servizio per vecchiaia o per ferite, ed a dare ancora un salario medio mensile non inferiore a 120 lire.

 

 

Tutti gli altri facchini e lavoratori liberi del porto – più di 6000 – guardano a questi 220 caravana del porto franco con invidia. Soggetti, come sono, a tutte le alee del commercio marittimo, sempre col rischio di rimanere disoccupati, i facchini liberi hanno sempre istintivamente sognato di costituire una corporazione che distribuisse fra tutti equamente il lavoro, desse un’indennità in caso di infortunio, li tutelasse contro gli sfruttamenti, provvedesse alle vedove ed agli orfani. Il divieto posto dalla legge del 29 maggio 1864 alla costituzione legale delle corporazioni d’arti e mestieri non ha fatto altro che acuire il desiderio di fondarle sovra una base libera, ma estesa a tutti i lavoratori.

 

 

Le società di mutuo soccorso, numerosissime, sono una manifestazione della tendenza. Così pure i bagon, curiose società, in cui gli operai si dividevano in turni, ed ogni turno attendeva al lavoro quando la sorte lo designava.

 

 

Tanto più il desiderio di avere nelle associazioni uno schermo contro le avversità della vita cresceva, in quanto la concorrenza fra gli operai veniva fomentata dai cosidetti confidenti o capi-squadra, i quali fungono da intermediarii fra la mano d’opera e i commercianti, che, avendo bisogno di caricare o scaricare una nave non vogliono trattare con 100 o 200 operai individualmente, ma con un solo che negozi a nome di tutti gli altri. Dei confidenti io ho sentito raccontare cose molto diverse. Gli uni affermano che i confidenti percepiscono un guadagno, lauto bensì, ma ben meritato dalle loro fatiche manuali e dalla loro opera di intermediazione.

 

 

Se si vogliono condannare i confidenti, quasi tutti uomini colossali, dalla muscolatura erculea, che sollevano pesi enormi come una piuma, bisognerebbe condannare tutti quelli che comprano e vendono e che dal facilitare gli scambi traggono un qualche guadagno. Altri invece afferma che i confidenti sono esosi sfruttatori della mano d’opera. Ricevono cinque dai commercianti e pagano la metà o poco più agli operai. La giornata media di parecchi confidenti non sarebbe inferiore ad 80 o 100 lire al giorno. Vi sono alcuni fra essi, antichi camalli, i quali si sono arricchiti a milioni e posseggono castelli sulla riviera ligure. Essi sono sempre pronti ad attizzare la discordia fra commercianti ed operai per farne loro pro. Anche ora non sono malcontenti che la camera del lavoro abbia spinto gli operai a far domande di aumento di salari, perché sperano di ricevere bensì dai commercianti le paghe secondo le nuove cresciute tariffe, salvo a distribuirne solo una parte agli operai, intascando il resto.

 

 

Per meglio speculare, i confidenti da alcuni anni avrebbero chiamato dalle montagne una moltitudine di contadini ignoranti e rozzi ad accrescere le falangi dei facchini del porto. Mettendo abilmente gli uni contro gli altri, i confidenti sarebbero riusciti a diminuire i guadagni degli operai, obbligandoli a lavorare al disotto delle tariffe per la tema di vedersi soppiantati da altri nel lavoro.

 

 

Qualunque giudizio si voglia arrecare intorno a codesti confidenti, è certo che gli operai del porto, da lungo tempo desideravano di trovare un organo per la difesa dei loro interessi.

 

 

Non già che le giornate di lavoro siano mal pagate; 6 o 7 lire al giorno sono una paga comune. Il guaio si è che la paga è saltuaria, oscillante, soggetta ad intermittenze e ad incertezze le quali molto contribuiscono a deprimere le sorti dei lavoratori e ad abituarli a costumi di oziosità e di spreco deplorevoli.

 

 

Di questi bisogni della classe operaia del porto di Genova pochissimi – è doveroso confessarlo – si diedero pensiero. Né il comune, né la camera di commercio e neppure gli altri enti politici o commerciali si accorsero mai che qualche cosa bisognava pur fare per organizzare gli operai e per impedire che un bel giorno il malcontento desse origine a dissidii ed a sospensioni del lavoro, perniciose per la vita di un porto come quello di Genova, di importanza non solo nazionale, ma internazionale.

 

 

Il solo che si sia occupato – fra le classi dirigenti – a dirimere le questioni del lavoro ed a mantenere la pace in mezzo agli operai del porto è un funzionario di pubblica sicurezza, Nicola Malnate, a cui la meritata commenda non ha mai tolto il desiderio di vivere ogni giorno da vent’anni la vita tumultuosa del porto, sempre intento a far da paciere fra capitale e lavoro.

 

 

In questa sua opera il Malnate nessun aiuto ottenne mai. Non dal governo, occupato in altre cose; non dalla camera di commercio, i cui mentori, in troppe faccende affaccendati, si occupano delle questioni del lavoro e del porto solo per accusarsi a vicenda di ottener favori nei trasporti a scapito dei rivali; non dai commercianti e dagli industriali, i cui rapporti con gli operai non sono ancora improntati a molta cordialità ed umanità. Non è spento ancora il ricordo di quel vecchio operaio che, dopo trent’anni di servizio ininterrotto in uno dei più grandi cantieri genovesi, fu buttato sul lastrico con 15 lire di buona uscita – il salario di una settimana di lavoro -; sì che il vecchio, ridotto alla disperazione, finì per annegarsi nelle acque del porto.

 

 

Che meraviglia, se di fronte a questa assoluta assenza e noncuranza delle classi dirigenti, i lavoratori del porto di Genova abbiano prestato ascolto alle predicazioni degli apostoli del socialismo? Che meraviglia se i socialisti, organizzando le leghe di miglioramento, abbiano attirato a sé gli operai, disertati da tutti, e si siano impadroniti per modo dell’animo loro da farli agire come un sol uomo nel senso che i capi del movimento desiderano?

 

 

IV

 

Genova, 23 dicembre

 

 

Ora la disciolta camera del lavoro è ricostituita e le leghe di miglioramento ritornano a funzionare. Il governo, che avea voluto far atto di autorità collo scioglimento, ha dovuto piegare dinanzi alla formidabile protesta degli scioperanti.

 

 

Ed allora perché sciogliere prima per ricostituire poi? Forse perché la camera del lavoro era quasi esclusivamente dominata da socialisti? Vi ho già dimostrato, in una precedente lettera, che le associazioni fra gli operai del porto rappresentano una vera necessità economica, se si vuole avere un’organizzazione del lavoro efficace e pronta. Il fatto che le leghe siano state costituite da socialisti prova tutto al più che questi erano stati più attivi e più abili degli altri partiti ed avevano saputo prima e soli trarre profitto dalla condizione dei lavoratori del porto di Genova. Ora, siccome non è lecito fare il processo alle intenzioni, lo scioglimento sarebbe stato legittimo solo quando, dietro l’impulso del partito, socialista, l’opera della camera del lavoro e delle leghe di miglioramento si fosse estrinsecata in modo contrario alle leggi.

 

 

A questo proposito ho esaminato gli statuti delle leghe ed ho interrogato persone che ne conoscono il funzionamento pratico e, per la loro posizione sociale, sono in grado di dare un giudizio imparziale.

 

 

Ecco i risultati ai quali sono giunto, risultati che ho motivo fondatissimo di ritenere fossero pienamente noti alle autorità politiche nel momento in cui fu deciso lo scioglimento della camera del lavoro.

 

 

Le leghe costituite nel porto ed affiliate alla camera del lavoro sono otto: 1) lega tra i facchini del carbone (600 soci); 2) tra gli scaricatori di carbone con 700 soci; 3) tra i coffinanti, ossia caricatori di carbone, con 500 soci; 4) tra i facchini in grano, con 400 soci; 5) tra i lavoratori in cereali, con 300 soci; 6) tra i giornalieri, caricatori e scaricatori di bordo, con 1400 soci; 7) tra i giornalieri chiattaiuoli, con 200 soci; 8) tra i pesatori di carbone, con 100 soci.

 

 

In tutto 3600 soci su 6000 operai, i quali, unendosi in lega e pagando una tassa d’iscrizione da lire 2,50 a lire 15 ed una tassa mensile da lire 1 a lire 2,50, si proponevano di costituire un’associazione intesa a regolare le condizioni del lavoro nel porto.

 

 

Scopo finale della lega era di stringere insieme tutti i lavoratori, escludendo dal lavoro gli operai non iscritti o non accettati nella lega e infliggendo multe ai soci i quali accettassero patti di lavoro non conformi alle prescrizioni delle singole leghe.

 

 

Dire se questi scopi siano oppur no contrari alle leggi vigenti dipende dal sapere se essi si raggiungono colla persuasione e cogli accordi liberi coi principali, oppure con violenze ed intimidazioni.

 

 

Se tutti gli operai lavoranti in una data azienda si mettono d’accordo a non accettare meno di un dato salario; o, se anche essendovi operai liberi, estranei alle leghe gli imprenditori consentono a impiegare soltanto gli operai associati, non si commette alcuna violazione di legge. Gli operai sono padronissimi di non voler lavorare se non a certe condizioni; gli imprenditori sono liberi di scegliere i loro lavoranti dove vogliono.

 

 

La violazione della legge e in ispecie degli articoli 154 e 165 del Codice penale si ha solo quando con minacce o intimidazioni, materiali o morali, si attenti alla libertà del lavoro, impedendo agli operai «liberi» di lavorare od agli imprenditori di scegliere i lavoranti dove meglio loro aggrada.

 

 

Ora a me consta che le autorità di polizia e politiche di Genova sapevano che questi mezzi delittuosi non furono mai finora messi in azione dalle leghe. Il processo che si intenterà forse ai componenti della disciolta camera del lavoro dimostrerà la verità di quanto ora affermo e che – ripeto – era cosa nota alle autorità.

 

 

Anche durante lo sciopero attuale le autorità di polizia poterono constatare che gli scioperanti non avevano posto alcun ostacolo alla libertà del lavoro. Quegli operai che nel primo giorno vollero lavorare, poterono liberamente caricare e scaricare navi, senza timore di minacce e senza intimidazioni.

 

 

L’unica legge perciò in base alla quale si potesse pronunciare lo scioglimento di società, le quali si propongano con accordi, sia pure volontari e liberi, di monopolizzare il mercato del lavoro, era la legge del 29 maggio 1864 abolitiva delle corporazioni di arti e mestieri.

 

 

Ma a parte che si tratta di una legge antica, disadatta alle moderne necessità economiche, e che da lunghi anni si permette ad associazioni vietate in teoria da quella legge di sussistere e di fiorire liberamente, sta il fatto che il prefetto non ha nemmeno creduto opportuno di citarla nel suo decreto. Il che prova essere ormai universalmente riconosciuta la necessità di una organizzazione dei lavoratori del porto.

 

 

Dato che la camera del lavoro e le leghe non aveano commesso alcuna violazione delle leggi esistenti, è chiaro che lo scioglimento si può giustificare soltanto per motivi di ordine pubblico o per il desiderio di sostituire alla camera disciolta un organismo migliore di tutela e di pacificazione sociale.

 

 

Quanto ai motivi di ordine pubblico, è lecito chiedersi: perché, se quei motivi apparvero esistenti ieri, per la camera disciolta, si credono scomparsi oggi con la camera nuova, composta quasi dei medesimi elementi? O forse si crede che il governo sia ora più capace di tutelare l’ordine contro una istituzione sovversiva ricostituita di quanto non fosse prima di rimangiarsi ad una ad una tutte le disposizioni prese contro i sovversivi disciolti?

 

 

Quanto all’intenzione delle autorità politiche di sostituire alla organizzazione abolita una migliore magistratura del porto, costituita, come mi spiegò il comm. Garroni, sulla base dei tribunali dei probi viri, pare a me che il modo scelto per ottenere lo scopo non sia stato il più felice.

 

 

Non è collo sciogliere improvvisamente la camera fondata dagli operai, che si inducono questi ad accostarsi ad un nuovo organismo creato da chi ha distrutto quello che essi si erano da sé costituito. Occorreva fondare prima i tribunali dei probi-viri; far toccare con mano i vantaggi che operai e imprenditori potevano trarne. A poco a poco gli operai genovesi, che sono gente pratica su cui le teorie fanno poca presa, si sarebbero abituati a guardare con fiducia ai nuovi tribunali ed avrebbero lasciato in asso le associazioni socialiste, quando si fossero accorti della inutilità di farne parte.

 

 

Invece, sciogliendo la camera esistente prima che qualcosa si fosse creato per sostituirla, si è quasi fatto credere che il governo volesse impedire ogni organizzazione dei lavoratori, per fare il vantaggio dei datori di lavoro. Il che non poteva non fornire un’ottima arma in mano ai capi socialisti per indurre gli operai ad opporsi fieramente al decreto prefettizio.

 

 

Lo sciopero fu certamente un danno grave per l’industria, i commerci e gli operai medesimi. La perdita di un milione di lire al giorno è stata vivamente risentita dalla piazza di Genova. Coloro i quali hanno da tanti mesi riempito la testa degli operai genovesi di parole grosse, come: «solidarietà, sfruttamento dei capitalisti, ecc. ecc.», hanno certo una grave responsabilità, la quale sarebbe stata ancor maggiore se, ostinandosi il governo a non concedere nulla, le perdite economiche fossero cresciute al di là della già grossa somma presente.

 

 

Ma che dire dell’autorità politica, che a cuor leggero compie un atto senza sapere che questo avrebbe eccitato gli animi degli operai già infiammati dalla predicazione socialista e lo compie per giunta in un momento nel quale, per i traffici intensissimi, si poteva prevedere che i medesimi ceti commerciali di Genova avrebbero implorato ogni sorta di concessioni pur di poter riprendere il lavoro?

 

 

La conchiusione non è lieta. Uno sciopero come quello del porto di Genova è l’indizio di una condizione sociale in cui nessuno ha una coscienza precisa dei proprii doveri e dei proprii diritti. Da un lato la piazza che si impone al governo e distrugge il principio di autorità. Dall’altro il governo che si immagina di sciogliere le questioni del lavoro a colpi di decreto. E fra i due una grande istituzione nazionale – ché tale è il porto di Genova – la quale corre il pericolo di vedersi sopraffatta dalla concorrenza straniera. Qui è il pericolo maggiore. L’esperienza odierna ha dimostrato che il porto di Genova funziona per caso.

 

 

Quando ho visto un silenzio di morte regnare sulle calate dove il giorno prima fervevano lavori tumultuosi, una domanda mi si è presentata spontanea: ma che davvero non vi sia nessun mezzo di impedire conflitti, che possono mettere in forse la continuità della vita industriale e commerciale di mezza Italia, e farci perdere i vantaggi ottenuti faticosamente con una lotta diuturna nella concorrenza cogli altri porti?

 

 

Dato il modo come è ora organizzato il porto di Genova, le crisi sono inevitabili. Il porto è un caos, dove si incrociano e si confondono le autorità di polizia e di dogana, il governo politico, la camera di commercio, il comune, le ferrovie, i negozianti, gli armatori, gli operai colle loro leghe, i confidenti, ecc. ecc.

 

 

È un miracolo che gli attriti non siano più frequenti in questo intrecciarsi e sovrapporsi di competenze, di autorità e di interessi in lotta. Questa non è libera concorrenza, è confusione di burocrazie e di enti che si vogliono sopraffare a vicenda. Se il porto fosse un ente autonomo, libero ed agile nei suoi movimenti, tutti gli interessati saprebbero bene trovare il modo di farsi ascoltare e di mettersi d’accordo. Se, per esempio, nella futura magistratura del porto di Genova vi fossero alcuni rappresentanti delle leghe operaie, si potrebbe star sicuri che le questioni relative ai salari ed alle ore di lavoro sarebbero risolute.

 

 

In Inghilterra, quando, nel 1875, le leghe operaie erano maggiormente accusate di sopraffazioni e di delitti contro la libertà del lavoro, al governo non venne neanco in mente che il miglior rimedio fosse di scioglierle. Una legge concedette alle leghe la massima libertà di azione, obbligandole soltanto a non lavorare nel mistero, ma alla luce del sole. Adesso ogni tinta rivoluzionaria è scomparsa nelle unioni britanniche, divenute fin troppo borghesi per i socialisti del continente. Se anche da noi fosse riconosciuta la necessità delle associazioni operaie, e se ad esse fosse riconosciuta la parte che loro spetta nel determinare le condizioni del lavoro, i benefizi ben presto sarebbero evidenti.

 

 

Gli operai del porto di Genova non sono né poco intelligenti, né rozzi, come si vorrebbero far credere. «Qui nel porto – è un ispettore di pubblica sicurezza il quale così scrive – un barcaiuolo è così sottile matematico che dottamente intrattiene l’Accademia dei Lincei; un carbonaio, Giambattista Vigo, era così gentil poeta da meritarsi dalla civica amministrazione di Genova, alla morte, il tumulo che già era stato accordato a Felice Romani; un facchino, Niccolò Conti, detto Legna, è così profondo in dialettica ed eloquenza da oscurar la fama di celebri avvocati; e un console di Caravana, Gian Giacomo Casareto, detto Gerion, legato in amicizia con illustri statisti del risorgimento italiano per meriti patriottici, professa filosofia, dirigendo il facchinaggio di dogana, al pari di un antico sapiente dell’areopago di Grecia».

 

 

Date ad una classe operaia siffatta la possibilità di trattare liberamente, per mezzo delle proprie associazioni, cogli imprenditori e col governo, le questioni del lavoro, e dopo dieci anni non sentirete più parlare di sciopero, perché tutti avranno la coscienza del dovere di rimanere uniti contro la concorrenza estera, e non vedrete più tribuni socialisti alla testa degli operai, perché questi avranno imparato a curar da sé i proprii interessi e non avran più bisogno di tutori.

 

 

V

 

La risposta che il presidente del consiglio ha dato all’interpellanza Vitelleschi non può a meno [sic] di produrre una dolorosa impressione. L’on. Saracco non osò negare di avere errato nell’apprezzamento dei motivi che lo avevano indotto a decretare lo scioglimento della camera del lavoro di Genova; ma dell’errore gittò la colpa sulle autorità locali di polizia. Negò recisamente di aver ceduto dinanzi alle imposizioni della piazza e di aver fatto ricorso alla mediazione di elementi sovversivi; e volle far credere che la vittoria degli scioperanti fu dovuta soltanto al suo desiderio che nella città di Genova la calma ritornasse senza dover far uso della forza repressiva posta in sue mani. A noi sembra che il capo di un governo responsabile non debba poter fare in moda siffatto la cronistoria di una sciopero come quello di Genova. Non era forse dovere del governo l’indagare – magari andando di persona a studiare la situazione – se realmente furono compiuti gli atti delittuosi che servirono a motivare la scioglimento della camera del lavoro? E se quei fatti delittuosi erano avvenuti, non doveva forse l’onorevole Saracco reprimerli senza esitare e senza cedere dinanzi alle minacce di sciopero? Se invece quei fatti fossero risultati insussistenti, non era del pari obbligo dell’autorità di astenersi da ogni provvedimento che potesse ferire il senso di giustizia delle masse operaie genovesi e spingerle a dimostrazioni ed a proteste deleterie per il commercio del massimo porto italiano?

 

 

La risposta dell’onorevole Saracco dimostra la verità di quella che finora era soltanto una fondatissima ipotesi: non essere il prefetto di Genova il solo colpevole di non aver compreso l’importanza del decreto di scioglimento della camera del lavoro.

 

 

Il governo fu il maggiore responsabile in tutta questa dolorosa faccenda; e, come tutti gli incoscienti, accortosi del fallo commesso, precipitò di dedizione in dedizione, sino a compromettere il prestigio dell’autorità ed a lasciar credere alla piazza che basti protestare e pretendere per vincere.

 

 

Il che è molto grave.

 

 


[1] Con il titolo Un pericolo. [ndr].

[2] Con il titolo Il gravissimo sciopero di Genova, Sestri, San Pier d’Arena. [ndr]

[3] Con il titolo L’inchiesta della «Stampa» sullo sciopero di Genova. [ndr]

[4] Con il titolo Le responsabilità e i doveri dell’avvenire. [ndr]

[5] Con il titolo Governo incerto e debole. [ndr]

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