Lo sciopero di Genova

Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/01/1901

Lo sciopero di Genova

«La Riforma Sociale», gennaio 1901
Le lotte del lavoro, Piero Gobetti, Torino, 1924, pp. 69-104

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 437-462

 

 

 

 

Ricordo brevemente i fatti. Il 18 dicembre 1900 il prefetto di Genova, comm. Garroni, trasmetteva al questore un decreto nel quale «veduto il proprio decreto dell’8 dicembre 1896 col quale la camera del lavoro di Genova era stata disciolta, con proibizione di ricostituirsi; ritenuto che, nonostante quel divieto, la medesima camera del lavoro fu ricostituita; vedute le lettere colle quali il signor questore di Genova riferisce che la nuova camera del lavoro, al pari dell’antica, fa opera contraria all’ordine pubblico e cerca di sovvertire istigando anche pubblicamente a delitti contro la libertà di lavoro, all’odio fra le diverse classi sociali ed alla disobbedienza delle leggi; veduto l’art. 3 della legge comunale e provinciale (che enumera i poteri del prefetto) e gli art. 246, 247, 251 e 434 del codice penale (che contemplano il caso di delitti contro l’ordine pubblico, e specialmente della istigazione a delinquere singolarmente considerata e della associazione a delinquere)», scioglieva la camera del lavoro di Genova con proibizione di ricostituirsi.

 

 

Con decreti simili venivano sciolte le sezioni della camera del lavoro di Sampierdarena e di Sestri Ponente, dove si scioglieva eziandio il circolo ricreativo ed istruttivo.

 

 

Ecco come a me, che ero andato a fare un’inchiesta sullo sciopero per incarico della «Stampa» di Torino, il comm. Garroni spiegava le ragioni dello scioglimento:

 

 

Questa già nel 1896 era stata disciolta dal prefetto di allora, Silvagni, perché compieva atti contrari alle leggi vigenti, e perturbava l’ordine pubblico.

 

 

In quest’anno, giovandosi della condiscenza governativa, parecchi componenti l’antica camera si sono ricostituiti da sé in camera del lavoro. Da sé, poiché non consta che vi sia stata una delegazione formale da parte degli operai. Anzi quasi tutti i membri del comitato esecutivo sono estranei al vero elemento operaio genovese. Tutti poi sono socialisti.

 

 

La nuova camera aveva tutti i caratteri dell’antica già disciolta, per cui dovere del prefetto attuale era di mantenere fermo il decreto del suo predecessore Silvagni.

 

 

Si aggiunga che, anziché avere scopi di intervento e di tutela delle ragioni dei lavoratori, quando se ne presentasse la necessità, la camera del lavoro ha costituito nel suo seno delle leghe di miglioramento per ognuna delle varie professioni, eccitando nei membri delle leghe dei desideri eccessivi. Quando poi gli operai, in tal modo sobillati, presentarono delle domande di revisione di tariffe od aumento di salari, la camera del lavoro ha avuto l’aria di intervenire come paciera fra capitale e lavoro a dirimere un conflitto che essa aveva suscitato. Le leghe di miglioramento a poco a poco si mutarono così in leghe di resistenza e di prepotenza. Chi non era socio difficilmente poteva trovar lavoro, a causa delle intimidazioni della lega.

 

 

La camera del lavoro veniva in tal modo a compiere una azione contraria alle leggi dello stato, annichilendo l’opera della camera di commercio e dei collegi dei probi – viri, e facendo affiggere pubblici avvisi con cui invitava gli operai a far capo, non più alle autorità, ma esclusivamente ad essa. Le riunioni aventi carattere pubblico e discorsi violenti erano frequenti e costituivano un continuo eccitamento all’odio fra le classi sociali, e sovratutto fra capitale e lavoro. Ogni giorno una questione nuova veniva sollevata per dare agio ai dirigenti della camera di intervenire.

 

 

Per tutte queste ragioni la camera del lavoro fu disciolta, lasciando sussistere però le leghe di miglioramento.

 

 

Ad un redattore del «Corriere della Sera», dopo aver detto su per giù le cose dette anche a me, il Garroni a scagionarsi dall’accusa di avere atteso tanto tempo a sciogliere la camera del lavoro, la quale era da parecchi mesi notoriamente ed ufficialmente ricostituita, rispose:

 

 

Le ragioni che mi fecero attendere – rispose il mio interlocutore – sono complesse. Il ritardo proverebbe tuttavia che non la sciolsi che quando fui ben convinto che era proprio l’antica camera del lavoro con tutte le sue tendenze sovversive che riviveva nell’attuale; che erano le antiche leghe di resistenza, gli antichi mezzi di eccitamento alla lotta di classe che rifiorivano sotto il nome più mite di leghe di miglioramento.

 

 

Ma – ribattei io – oltreché il ritardo si nota che il decreto di scioglimento fu emanato il giorno stesso in cui la camera prendeva le sue vacanze.

 

 

Posso assicurarla sulla mia parola d’onore – rispose l’interpellato – che questa fu una coincidenza casuale. Quando io diedi le disposizioni, non si sapeva se la camera avrebbe durato ancora uno o più giorni.

 

 

Contemporaneamente si operavano perquisizioni nei locali della camera del lavoro di Genova e delle sue sezioni e si sequestravano registri appartenenti alle leghe di miglioramento ascritte alla camera.

 

 

Subito dopo i segretari di questa, Leone Ricciotti e Buratti Alessandro, pubblicavano la seguente protesta:

 

 

Noi che abbiamo la coscienza di sempre avere bene operato in pro della classe lavoratrice genovese, nonché legalmente verso le leggi che ci governano, talché sin qui fummo assistiti dalla maggioranza dei cittadini, dalla camera di commercio e dalle autorità stesse di pubblica sicurezza che non rifiutarono di trattare con noi per vertenze operaie; sentiamo il dovere di ringraziare indistintamente tutti, ma rimettendo il mandato avuto da 43 associazioni genovesi e ratificato da oltre 23 leghe costituitesi presso la camera del lavoro, protestiamo contro il decreto prefettizio col quale si dichiara sciolta la locale camera del lavoro e le sue sezioni sparse per la Liguria.

 

 

Protestiamo non solo per il diritto giuridico tanto evidentemente violato, perché le leggi fondamentali dello stato permettono il diritto di associazione e la difesa del lavoro; ma anche perché con evidente mala fede nel decreto succitato si lascia credere avere noi contravvenuto alla legge e precisamente essere incorsi nelle sanzioni legali di cui agli art. 246 e 247 del codice penale.

 

 

Non è vero che noi si abbiano suscitati odii e scioperi; ma anzi possiamo provare d’essere stati elemento di pace e d’ordine.

 

 

Se non bastassero le molteplici testimonianze d’amicizia provata dei negozianti, capi – squadre, impresari coi quali abbiamo avuto rapporti per la definizione di vertenze insorte in questi ultimi tempi, abbiamo il fatto provato dai documenti sequestrati che membri della camera di commercio ed altre autorità cittadine, riconoscendo la necessità civile della camera del lavoro, ci ringraziavano per la nostra opera pacificatrice.

 

 

Dieci sono le vertenze avvenute in questi ultimi tempi e tutte e dieci mercé l’intervento della camera del lavoro ed il buon volere della camera di commercio e dei padroni, tutte furono definite pacificamente e colla soddisfazione generale.

 

 

Domandiamo giudice tutta la cittadinanza dell’operato teutonico del nostro prefetto, che non rispetta lo statuto dello stato né i diritti dei cittadini, e vogliamo credere che tutte le persone e la stampa che sin qui ci hanno coadiuvati nel lavoro umano assunto dalla camera del lavoro, si assoceranno alla nostra protesta, perché calpestati i diritti civili dei cittadini, compresse le coscienze e messa in non cale la forza – lavoro per effetto della prepotenza, si dovrebbero rimpiangere le lotte patriottiche dei nostri avi ed augurarci di ritornare sotto i croati, che almeno avevano la franchezza di bastonare in modo uguale tutta Italia e non solo una regione come è il caso della Liguria.

 

 

I due delegati partivano il 18 per Roma per presentarsi al presidente del consiglio dei ministri.

 

 

Ed il 20 mattina scoppiava lo sciopero generale nel porto. In principio erano seimila gli scioperanti, ossia tutti i facchini e scaricatori del porto, per protesta contro lo scioglimento della camera del lavoro, malgrado che gli aderenti alle leghe fossero soltanto 4.000.

 

 

Fu una bella dimostrazione di solidarietà; ma occorre avvertire che a determinare lo sciopero dei 2.000 operai non ascritti alle leghe concorsero altri motivi.

 

 

Infatti è interesse dei negozianti o di scaricar tutto o di non scaricar nulla.

 

 

Le navi quando giungono in porto denunciano il numero dei giorni entro cui deve effettuarsi lo scarico. Se lo scarico dura di più, allora la nave va incontro alle stallie, ossia paga un diritto supplementare, detto di controstallia, che per i piroscafi moderni può calcolarsi a duemila lire al giorno. Se per uno sciopero parziale alcune navi lavorano ed altre no, quelle che non lavorano devono pagare le controstallie; ed è quindi interesse dei negozianti di non lavorare affatto, perché quando la inazione è generale, si presume sia dovuta a forza maggiore e non si pagano le controstallie, mentre se la inazione è parziale, il regolamento la reputa dovuta a causa dei negozianti e fa pagare il maggior diritto.

 

 

Perciò tutti scioperano; gli ascritti alle leghe per protesta politica contro l’atto del prefetto, ed i non ascritti perché così portano le necessità degli ordinamenti portuali. A poco a poco lo sciopero si estese agli stabilimenti metallurgici ed ai cantieri navali di Genova,

Sampierdarena, Sestri Ponente, Cornigliano, ecc., cosicché si calcola che nel momento massimo della astensione del lavoro, gli scioperanti fossero in numero di 18 a 20 mila.

 

 

Di fronte al grandioso ed inaspettato movimento cominciarono a manifestarsi i primi sintomi di concessioni da parte del prefetto. L’on. Pietro Chiesa, deputato operaio – socialista di Sampierdarena, telegrafava al Saracco chiedendo un arbitrato.

 

 

L’on. Saracco rispondeva di non potere sottoporre ad arbitrato un atto di governo ed invitava il Chiesa a far capo al prefetto per proposte di altra natura.

 

 

Nel pomeriggio del 20 vi fu infatti un colloquio tra il comm. Garroni e l’on. Chiesa accompagnato dal signor Ballestrero, nel quale il prefetto non si mostrò alieno dal discendere a concessioni.

 

 

Ecco quali erano gli intendimenti del prefetto, secondo quanto questi mi espose in un colloquio avuto la mattina del 21, prima che gli scioperanti si radunassero per deliberare sulle proposte prefettizie:

 

 

Non è detto che collo scioglimento della camera del lavoro gli operai rimangano privi del mezzo di far valere le loro ragioni di fronte ai capitalisti.

 

 

Esiste una legge dei probi – viri, destinata a dirimere i conflitti tra capitale e lavoro. È vero che ora la legge non si applica ai lavoratori dei porti. Ma è sempre possibile, sia con una interpretazione autentica del governo, sia per accordo delle parti, costituire dei collegi di probi – viri in cui siano rappresentate le due classi degli imprenditori e degli operai.

 

 

Nulla vieta inoltre che i probi – viri eletti dalla classe operaia si possano costituire separatamente in camera del lavoro o segretariato del popolo – il nome non importa – per trattare le questioni operaie.

 

 

Allora questa camera del lavoro sarà una vera emanazione della classe operaia, e non sarà composta solo di otto persone scelte da se stesse. Contro questa rappresentanza legale degli operai, eletta da tutti gli interessati con le necessarie garanzie, nessun decreto di scioglimento interverrà mai, almeno finché il tribunale dei probi – viri e la parte operaia si mantengano entro i limiti indicati dalle leggi.

 

 

Era una via aperta alla conciliazione. Ma gli operai non ne vollero sapere, e pretesero invece una completa capitolazione.

 

 

Nella adunanza tenuta alle ore 10 del 21, in un locale sui terrazzi di via Milano, due correnti si manifestarono fra i delegati delle leghe.

 

 

Tutti gli operai ed i capi del movimento – fra cui alcuni operai – erano d’accordo nel ritenere che lo scioglimento della camera del lavoro è stato un arbitrio inqualificabile del prefetto, il quale, appena fu sicuro, per la chiusura della camera dei deputati, che non si sarebbero potute fare interpellanze al riguardo, con un colpo di testa sciolse la camera del lavoro, perquisì locali, asportò registri, ecc.

 

 

Lo scopo vero dello scioglimento si fu di mettere gli operai nella impossibilità di avere un organo proprio di difesa. Quando le leghe saranno disciolte, chi potrà far osservare le tariffe concordate? Alla prima occasione gli imprenditori le violeranno e vorranno pagare alquanto meno dello stabilito; e gli operai non avranno alcun mezzo di reagire.

 

 

Ma se tutti erano d’accordo sulla necessità dello sciopero, divergevano le opinioni intorno al contegno da tenersi di fronte alle nuove proposte prefettizie.

 

 

Una parte, più intransigente, fra cui si notavano molti operai, l’on. Chiesa, l’avv. Pio Schinetti, direttore del “Giornale del Popolo”, reputava che delle parole del prefetto non si dovesse fare il menomo conto, che esse fossero unicamente una manovra fatta per indurre gli operai a cedere ed a ritornare al lavoro, salvo poi disciogliere anche le leghe ed annientare ogni organizzazione operaia.

 

 

Altri, fra cui l’on. Chiesa, guardavano sovratutto all’aspetto pratico della questione. Il fatto si era che il prefetto, sotto una nuova forma, e con elezioni fatte in modo speciale, a norma della legge dei probi – viri, permetteva la ricostituzione della camera del lavoro. Perché sofisticare sulla forma quando si aveva ottenuto la sostanza?

 

 

«Non era forse vero che lo scopo degli operai, nel costituire la camera del lavoro, era quello di tutelare i nostri diritti?

 

 

«Non si era forse già dimostrato, scioperando in massa, che i lavoratori del porto di Genova sanno resistere alle illegalità governative?

 

 

«Un’altra volta il prefetto si piglierà ben guardia dal molestarci, perché saprà che noi siamo fermamente decisi a resistere.

 

 

«Si aggiunga – notavano i fautori della moderazione – che continuando nello sciopero perderemo quello che ancora ci resta; le leghe saranno disciolte e perderemo il frutto di tanti mesi di lavoro.

 

 

«L’opinione pubblica, che ora ci è favorevole, si volterà contro gli operai perché i danni del commercio arenato, danni che ammontano a milioni di lire al giorno, si faranno vivamente sentire non solo in Genova, ma in tutta l’alta Italia.

 

 

«E non c’è mai stato nessun sciopero d’importanza generale il quale abbia avuto un esito propizio quando l’opinione pubblica vi era avversa».

 

 

Prevalsero i più risoluti a resistere ed a volere la integrale restituzione dei registri e la ricostituzione della camera del lavoro.

 

 

I fatti diedero loro ragione perché a poco a poco prefetto e governo cedettero su ogni punto, dando completa vittoria agli scioperanti.

 

 

La commissione nominata dagli scioperanti a mezzogiorno del 21, si recò dal prefetto, e dopo una lunghissima conferenza, durante la quale il prefetto insisté nel dichiarare che non poteva recedere dal provvedimento decretato contro la camera del lavoro, la commissione convenne in questo ordine di idee: «il prefetto essere disposto a restituire i registri e le carte delle leghe di miglioramento costituite dai lavoranti del porto, a permettere un’adunanza plenaria del ceto operaio, in un locale concesso dal municipio, per procedere all’elezione di una rappresentanza che in qualche modo provveda a sostituire la disciolta camera del lavoro».

 

 

Per salvare le apparenze, il prefetto insisté nel volere che la nuova rappresentanza operaia si intitolasse non camera, ma comitato del lavoro, e fosse composta da persone diverse dai membri della commissione esecutiva della disciolta camera del lavoro. Inoltre si intendeva restituire i registri delle sole leghe di miglioramento, che non erano state disciolte e non quelli della camera del lavoro già consegnati all’autorità giudiziaria.

 

 

Alle 17 dello stesso giorno 21, ebbe luogo l’adunanza degli scioperanti per decidere in merito alle nuove proposte.

 

 

Decine di migliaia di operai ordinatamente e tranquillamente aspettavano sugli ampi terrazzi di via Milano le decisioni dei delegati delle leghe. Come al solito i pareri erano alquanto divisi. Malgrado che l’on. Chiesa e l’avv. Pellegrini propendessero ad accettare le proposte del prefetto ed a riprendere il lavoro il giorno dopo, sabato 22, la maggioranza vi si mostrò risolutamente avversa.

 

 

Prima si volle procedere all’elezione dei 18 membri della rappresentanza degli operai, per dimostrare che lo sciopero non cessava prima della completa vittoria.

 

 

Sabato 22, si fecero nell’ex – oratorio di S. Filippo, concesso dal municipio, le elezioni; e si fecero su una lista la quale comprendeva tutti quelli che il prefetto intendeva che fossero esclusi dal comitato.

 

 

E ciò non avvenne a caso. Alle ore 9 le commissioni delle leghe di miglioramento, riunitesi per discutere sulla compilazione della lista, avevano votato ad unanimità il seguente ordine del giorno:

 

 

Le commissioni delle leghe riunite per protestare contro l’imposizione del prefetto, riaffermano la più completa fiducia nell’amministrazione della camera del lavoro disciolta, sottoponendola al suffragio dei lavoratori organizzati.

 

 

Ed il prefetto, a cui tale deliberazione fu comunicata, finì per acconciarvisi.

 

 

Frattanto a Roma l’on. Saracco proseguiva nella via delle dedizioni, promettendo agli operai Buratti e Leoni la restituzione di tutti i registri sequestrati, la ricostituzione, collo stesso nome, della camera del lavoro, e l’invio a Genova del conte Gioia ad appianare le ultime difficoltà.

 

 

Domenica 23, al mattino, si conobbero i risultati delle elezioni. Con voti variabili da 9.174 a 9.162, ossia con assoluta unanimità, erano stati riconfermati tutti gli antichi consiglieri della camera del lavoro, con l’aggiunta di altri nove.

 

 

Ed alle 13,30, nel maggior teatro di Genova, il Carlo Felice, concesso dal municipio, in seguito a consenso del prefetto, con una solennità straordinaria, con un concorso immenso di operai, e con discorsi entusiasti degli on. Mazza, De Andreis, Agnini, Chiesa, dell’avv. Pellegrini, del tipografo Calda, veniva proclamata la ricostituzione della nuova camera del lavoro. La vittoria degli scioperanti era completa.

 

 

L’indomani, lunedì 24, il lavoro veniva ripreso nel porto e negli stabilimenti della riviera.

 

 

La narrazione cronologica che ho fatto delle vicende dello sciopero di Genova dimostra una cosa: che né prefetto, né governo, avevano alcuna chiara idea della resistenza che lo scioglimento della camera del lavoro avrebbe incontrato nel ceto operaio genovese.

 

 

Spaventati dai danni della sospensione del lavoro nel massimo porto d’Italia, sorpresi dalla tenacia di volere dei lavoratori genovesi, premuti dalle classi commerciali ed industriali che poco si interessavano della questione politica e molto soffrivano dall’incaglio al carico ed allo scarico delle merci, prefetto e governo si accorsero di avere, almeno, commesso un errore di tattica; e cominciarono a cedere un po’, offrendo una rappresentanza sotto forma di collegi dei probi – viri. Poi, siccome gli operai tenevano duro, offersero un comitato del lavoro composto diversamente dalla camera di prima e la restituzione dei registri; e finalmente si acconciarono a lasciare rieleggere e proclamar solennemente la camera antica ed a restituire tutti i registri.

 

 

E così si è dimostrato una volta di più che in Italia il governo procede a casaccio, senza pensare alle conseguenze dei propri atti, e commette errori di tattica, che poi è costretto a scontare duramente, rimangiandosi con disinvoltura le disposizioni che poco prima erano parse necessarie ed utili.

 

 

Ma nel caso di Genova, l’errore non fu solo di tattica, e lo sbaglio non si limitò a calcolare male la capacità di resistenza delle masse lavoratrici genovesi.

 

 

L’errore fu invece di principio e derivò dalla ignoranza che esiste nelle classi governative e dirigenti del nostro paese intorno alla legittimità ed alla necessità delle associazioni libere operaie.

 

 

Se ad un uomo di stato inglese si andasse a dire che conviene sciogliere le Trades-Unions, perché sono formate da soli operai per scopi di resistenza e per premere sul mercato del lavoro nel senso di aumentare i salari, diminuire le ore di lavoro, ecc. ecc.; e se gli si dicesse che occorre alle Trades-Unions sostituire dei tribunali di probi – viri incaricati, con norme fissate da apposite leggi e regolamenti, di regolare le questioni nate e future del lavoro, è molto probabile che quell’uomo di stato inglese riguarderebbe il suo interlocutore come un uomo mezzo tra l’antiliberale ed il socialista di stato.

 

 

Antiliberale perché ormai non c’è più nessuno che contesti la legittimità e la utilità delle leghe di resistenza degli operai, da essi create e amministrate, senza la tutela del governo e colle norme liberamente scelte dai soci. Non c’è più nessuno che possa contrastare agli operai il diritto di concertarsi per chiedere aumenti di salari e magari anche di ottenere, se ci riescono, dagli imprenditori la promessa di non impiegare se non operai affiliati alle leghe.

 

 

Socialista di stato, perché il voler regolare tutte le questioni del lavoro relative a contratti già conchiusi e a modificazioni dei contratti esistenti da un tribunale pubblico come quello dei probi-viri, può essere pensato solo da chi ritenga che, non le libere contrattazioni fra operai od imprenditori o fra le leghe degli uni e quelle degli altri, ma lo stato per mezzo degli organi da lui creati e dipendenti, possa stabilire quanto gli operai debbono ricevere di mercede, quante ore debbono lavorare, ecc. Il che è contraddittorio alla libertà del lavoro ed è informato ai canoni del socialismo di stato.

 

 

Si riconosceva a Genova la necessità dell’associazione fra gli operai del porto; ma non si volevano le associazioni autonome o, come le autorità dicono, extra-lege, ossia non contemplate dalle leggi e dai regolamenti vigenti. Si intendeva invece indurre gli operai ad associarsi secondo le norme stabilite dalle leggi dei probi – viri, sperando con tal mezzo di impedire che la associazione fosse un’arma di lotta fra capitale e lavoro, trasformandola in un mezzo di pacificazione sociale.

 

 

Che l’associazione in genere sia necessaria nel porto di Genova è evidente.

 

 

I lavoratori del porto di Genova hanno infatti da molto tempo avuto la tendenza a raggrupparsi in corporazioni per la tutela dei loro interessi e per la determinazione dei salari e delle altre condizioni del lavoro. In verità sarebbe difficile fare altrimenti. Dove gli imprenditori sono pochi, e gli operai si contano a migliaia, e tutti sono, suppergiù, egualmente forti ed atti a compiere il rude lavoro di facchinaggio che è loro imposto, è naturale che gli operai si riuniscano in società per non portarsi via il pane l’un l’altro, per regolare, una volta per sempre, l’ammontare del salario e la durata del lavoro.

 

 

Ancora. Siccome il lavoro del porto non è continuo, ma muta di giorno in giorno per intensità ed ampiezza, così è necessario che sul porto esista un’armata di lavoratori capace di far fronte ai lavori dei giorni di furia massima nello scarico e nel carico: e siccome nei giorni di lavoro medio o inferiore alla media non tutti possono essere occupati, così è d’uopo che gli operai si accordino per alternarsi al lavoro in modo che nessuno corra il rischio di restare disoccupato, quando il lavoro è scarso. Altrimenti alcuni si dedicherebbero ad altre professioni, e nei giorni di lavoro massimo mancherebbe la mano d’opera.

 

 

Se non si fanno questi turni di lavoro, si forma necessariamente una gerarchia di operai, di cui gli uni sono sempre occupati, e mentre gli altri costituiscono la riserva che viene chiamata al lavoro solo nei momenti di maggiore urgenza.

 

 

L’esistenza di un siffatto residuo di lavoratori avventizi è un problema sociale gravissimo, che si presenta in tutti i grandi porti e che diede origine al gigantesco sciopero dei facchini del porto di Londra nel 1889.

 

 

Siccome i lavoratori avventizi conducono una vita precaria, e siccome d’altra parte il loro lavoro è necessario, così è naturale che si cerchi di regolare la occupazione in modo che a tutti ne spetti una parte.

 

 

La necessità di provvedere a queste speciali contingenze del lavoro del porto di Genova, era talmente sentita che una compagnia, intitolata col nome della Compagnia dei caravana, esiste ancor oggi, la quale data dal principio del secolo XIV. Uno statuto dell’11 giugno 1340, nel suo primo articolo, in un linguaggio mezzo tra il genovese e l’italiano, dice: «Questi son li statuti e le ordination facte per tuti li lavoraor de banchi e de lo ponte de lo peago e de lo ponte de la calcina e in tuti li altri logi facta e ordenà per lo prior, ecc., ecc.». Il priore incassava tutti i guadagni dei soci della compagnia; provvedeva alla cura dei malati e dei feriti. Per un curioso privilegio i soci dovevano essere bergamaschi, e perciò i mariti mandavano le mogli a partorire a Bergamo, perché i figli potessero far parte della compagnia dei caravana.

 

 

Colle tendenze proprie di quei tempi a regolare le questioni del lavoro per via di privilegi esclusivi concessi a corporazioni obbligatorie, decreti del 1431, 1434, 1454, 1457 e 1459, danno ai soli caravana il diritto di sbarcare le merci estere soggette a diritti doganali, e di fare arrestare tutti i lavoranti che fossero trovati portatori di merci spettanti alla compagnia; e di rilasciarli solo dopo aver pagato una multa di lire cinque all’ufficio di mercanzie e rimborsato ai caravana le spese fatte per l’arresto.

 

 

Le dispute con facchini liberi che lavoravano di frodo per un salario minore erano continue. Ma le autorità genovesi proteggevano i caravana perché, come dice la motivazione di un decreto, «essi vissero sempre fedelmente, non commisero mai frodi, e nella compagnia non possono essere ammessi che individui di sperimentata fede, idoneità e fedeltà», e finalmente perché «la compagnia garantisce ogni danno che per avventura potesse arrecarsi dai nuovi soci».

 

 

Del privilegio loro concesso i caravana erano tratti, come sempre si verifica negli organismi privilegiati, ad abusare, cosicché alla fine del secolo scorso il diritto di socio della compagnia passò in commercio e fu venduto, comperato, ereditato, dato in ipoteca ed in dote. La maggior parte dei soci vendeva il proprio diritto a veri facchini contro un affitto annuo.

 

 

La bufera rivoluzionaria e la conquista napoleonica passarono su Genova senza distruggere i caravana. La restaurazione li rispettò; solo con regie patenti del 10 novembre 1823 Carlo Felice dichiarò sciolti da ogni preteso diritto di proprietà i posti dei caravana, i quali per conseguenza ridiventarono veri e propri facchini.

 

 

Nel 1857 Camillo Cavour, abolendo le corporazioni di arti e mestieri, fece una eccezione per i caravana, i quali, non più bergamaschi, ma scelti fra gli italiani in genere, si mantennero fino ad ora, e vivono di una vita fiorente.

 

 

Essi non sono più gli esclusivi facchini del porto di Genova, perché il loro privilegio è limitato allo scarico, al peso ed al trasporto delle merci provenienti dall’estero nel recinto del porto franco e della dogana, ossia nei luoghi dove si compiono operazioni daziarie su cui ha autorità ed ingerenza il governo. Nominalmente sono 300; ma ora sono solo 220.

 

 

La società è retta da un console nominato ogni anno dall’intendente di finanza; di 4 capi – squadra aggiunti (cassiere, economo, cantiniere, direttore dei lavori) e da un certo numero di capi-squadra speciali nominati dal direttore delle dogane. I conti sono tenuti da 3 impiegati della camera di commercio; la quale fissa le tariffe secondo cui la compagnia deve farsi pagare dai negozianti. I capi – squadra registrano il lavoro compiuto dai facchini su un libretto rimesso ogni sera all’ufficio di contabilità.

 

 

I fondi incassati dalla compagnia, che è il solo imprenditore dello scarico, il quale si trovi in rapporto e sia responsabile di fronte al pubblico, vengono impiegati: 1) a pagare ai negozianti i danni o le mancanze nelle merci per i trasporti alla compagnia affidati. La responsabilità solidaria della compagnia dura dal momento che le merci vengono accettate per il trasporto fino a quando escono dalla dogana o dal porto franco; 2) a pagare alle vedove dei facchini morti prima di 5 anni di servizio lire 300 una volta tanto; lire 10 mensili se morti con 5-10 anni di servizio; e lire 20 mensili se morti dopo 10 anni di servizio; 3) a pagare ai soci inabili al lavoro per vecchiaia dopo 30 anni di servizio, una pensione uguale ai due terzi della paga mensile normale e così pure ai soci divenuti inabili al lavoro per ferite riportate in servizio. A quelli che abbandonano per inabilità il lavoro prima di trent’anni viene pagata una pensione uguale alla metà della paga; 4) a salariare, quando il lavoro affluisce in copia, operai avventizi, che sono pagati con 4 lire al giorno e 2,50 per mezza giornata, più un’indennità giornaliera di lire 1,20 in caso di ferite. Fra gli avventizi che da più lungo tempo lavorano per conto della compagnia, si scelgono, in caso di vacanze, i nuovi caravana; 5) ciò che rimane, detratte ancora le spese di amministrazione, viene distribuito ai caravana. Il salario medio mensile non risulta mai inferiore alle 120 lire.

 

 

La organizzazione riesce a garantire contro gli infortuni della vita un piccolo nucleo di operai scelti e privilegiati, che costituiscono la vera aristocrazia del porto.

 

 

I caravana si son potuti mantenere perché compiono un lavoro speciale – portofranco e dogana – e sono quasi considerati come impiegati pubblici.

 

 

Tutti gli altri facchini e lavoratori liberi del porto – più di 6.000 – guardano a questi 220 caravana del portofranco con invidia. Soggetti, come sono, a tutte le alee del commercio marittimo, sempre col rischio di rimanere disoccupati, i facchini liberi hanno sempre istintivamente sognato di costituire una corporazione che distribuisse fra tutti equamente il lavoro, desse un’indennità in caso di infortunio, li tutelasse contro gli abusi, provvedesse alle vedove ed agli orfani. Il divieto posto dalla legge 29 maggio 1864 alla costituzione legale delle corporazioni d’arti e mestieri, non ha fatto altro che acuire il desiderio di fondarle sopra una base libera, ma estesa a tutti i lavoratori.

 

 

Le società di mutuo soccorso, numerosissime, sono una manifestazione di tale tendenza. Così pure i bagon, curiose società, in cui gli operai si dividevano in turni, ed ogni turno attendeva al lavoro quando la sorte lo designava.

 

 

La lancetta di una sfera, arrestandosi in un certo punto, designava il rappresentante di quella squadra la quale prima aveva diritto di lavorare, e così di seguito le altre a misura che sorgeva il bisogno di operai.

 

 

Il desiderio di avere nelle associazioni uno schermo contro le avversità della vita era tanto più vivo, in quanto la concorrenza fra gli operai veniva fomentata dai cosidetti confidenti intermediari fra la mano d’opera e i commercianti, i quali, avendo bisogno di caricare o scaricare una nave, non vogliano trattare con 100 o 200 operai individualmente, ma con uno solo che si impegni a nome di tutti gli altri.

 

 

Di questi confidenti io ho sentito raccontare cose molto diverse.

 

 

Vi ha chi afferma che i confidenti sono esosi sfruttatori della mano d’opera. Ricevono 5 dai commercianti e pagano la metà o poco più agli operai. Il guadagno medio di parecchi confidenti non sarebbe inferiore ad 80 o 100 lire al giorno. Vi sono alcuni fra essi, antichi facchini, i quali si sono arricchiti a milioni e posseggono castelli sulla riviera ligure. Essi sono sempre pronti ad attizzare la discordia fra commercianti ed operai per farne loro pro. Anche ora non sono malcontenti che la camera del lavoro abbia spinto gli operai a far domande di aumento di salari, perché sperano di ricevere dai commercianti le paghe secondo le nuove cresciute tariffe, salvo a distribuirne solo una parte agli operai, intascando il resto.

 

 

Per meglio speculare, i confidenti da alcuni anni avrebbero chiamato dalle montagne una moltitudine di contadini ignoranti e rozzi ad accrescere le falangi dei facchini del porto.

 

 

Mettendo abilmente gli uni contro gli altri i confidenti sarebbero riusciti a diminuire i guadagni degli operai obbligandoli a lavorare al di sotto delle tariffe, per la tema di vedersi soppiantati da altri nel lavoro.

 

 

Altri afferma che i confidenti non percepiscono se non un guadagno, lauto bensì, ma meritato dalle loro fatiche manuali e dalla loro opera di intermediazione. Se si vogliono condannare i confidenti, quasi tutti uomini colossali, dalla muscolatura erculea, che sollevano pesi enormi come una piuma, bisognerebbe condannare tutti quelli che comprano e vendono e che dal facilitare gli scambi traggono un qualche guadagno.

 

 

È naturale che i confidenti, per diminuire il costo del facchinaggio, facciano venire dalle montagne liguri contadini, i quali lavorano a più buon mercato degli altri facchini aventi pretese troppo alte. I confidenti non sono in tutto ciò se non strumenti per mezzo di cui si esplica la legge della offerta e della domanda.

 

 

Qualunque giudizio si voglia arrecare intorno a codesti confidenti, è certamente spiegabilissimo che gli operai del porto da lungo tempo desiderassero di creare un proprio organo per la difesa dei loro interessi.

 

 

Non già che le giornate di lavoro siano mal pagate. Sei o sette lire al giorno sono una paga comune. Il guaio è che la paga è saltuaria, oscillante, soggetta ad intermittenze ed incertezze, le quali molto contribuiscono a deprimere le sorti dei lavoratori e ad abituarli a costumi di oziosità e di spreco deplorevoli.

 

 

Come ho già spiegato, le condizioni in cui si svolge il lavoro al porto, colle grandi affluenze e colle momentanee deficienze di merci da caricare e scaricare, fa sì che non tutti gli operai siano sicuri di trovare lavoro sempre. Lasciando da parte la ristretta aristocrazia dei caravana del portofranco, gli operai lavoranti nel porto di Genova hanno diversissime probabilità di occupazione. Vengono prima i confidenti o capi squadra, i quali sono sicuri sempre di avere lavoro; poi un nucleo di operai scelti che lavorano pure di continuo, ed infine una popolazione operaia più o meno ondeggiante, la quale viene assorbita o respinta dal mercato del lavoro a seconda delle necessità del momento.

 

 

Questi ultimi naturalmente anelano ad avere un lavoro, se non continuo, almeno avente una certa regolarità negli intervalli di riposo e di occupazione.

 

 

Per soddisfare a questi bisogni della classe operaia, sorsero le leghe di miglioramento affigliate alla camera del lavoro.

 

 

Le leghe costituite nel porto ed affigliate alla camera del lavoro sono otto: 1) lega tra i facchini del carbone con 600 soci; 2) tra gli scaricatori di carbone con 700 soci; 3) tra i coffinanti, ossia caricatori di carbone, con 500 soci; 4) tra i facchini in grano, con 400 soci; 5) tra i lavoranti in cereali, con 300 soci; 6) tra i giornalieri, caricatori e scaricatori di bordo con 1.400 soci; 7) tra i giornalieri chiattaiuoli, con 200 soci; 8) tra i pesatori di carbone, con 100 soci.

 

 

In tutto 4.000 soci su 6.000 operai, i quali unendosi in lega e pagando una tassa di iscrizione da L. 2,50 a L. 15 ed una tassa mensile da L. 1 a 2,50, a seconda delle varie leghe, si proponevano di costituire una associazione intesa a regolare le condizioni del lavoro nel porto.

 

 

Le leghe si proponevano: 1) di ottenere la fissazione di una tariffa obbligatoria per i lavori, dimodoché ai negozianti non fosse lecito di pagare meno di un dato salario agli operai; lasciando, s’intende, libertà ai negozianti di scegliere gli operai a cui si volesse pagare il minimo fissato nella tariffa; 2) di organizzare gli operai in squadre e distribuire il lavoro fra le squadre e gli operai componenti di esse; 3) di disciplinare la massa lavoratrice inducendola tutta ad iscriversi nelle leghe e ad osservare, sotto pena di multa, i regolamenti sociali; 4) di far riconoscere la necessità dell’intervento della camera del lavoro (a cui tutti i soci delle leghe devono essere iscritti mediante il pagamento di una tassa di iscrizione di centesimi 25 e di un contributo mensile di centesimi 5) nei gravi conflitti tra capitale e lavoro.

 

 

Per dare un’idea del modo con cui l’azione della lega si estrinsecava in pratica per il raggiungimento di tali scopi, trascrivo qui sotto la Nuova tariffa per i giornalieri stivatori e chiattajoli del porto di Genova, la quale andò in vigore il 5 novembre 1900.

 

 

I sottoscritti in rappresentanza dei signori capi squadra ed impresarii dello scarico e del carico delle merci del nostro porto; della «lega di miglioramento» fra gli scaricatori di mercanzie pure del porto di Genova e della locale camera del lavoro, intervenuta quale intermediaria nella vertenza nelle persone dei signori Pietro Chiesa, deputato al parlamento nazionale e Alessandro Buratti, primo segretario di detta istituzione per delegazione avuta dagli interessati, dopo di avere esaminate, discusse e vagliate le proposte e controproposte passate oralmente e verbalmente fra le parti contraenti, circa le condizioni di lavoro e di tariffa per le funzioni di scarico suddette, si sono concordati come segue:

 

 

  • Tutti i soci della lega, senza esclusione di sorta, saranno chiamati come per il passato a compiere il lavoro di scarico e di carico delle merci.

 

  • La durata della giornata sarà quella in vigore per la camera di commercio.

 

  • La giornata intera sarà corrisposta con L. it. 6 (sei), la mezza giornata con L. it. 4 (quattro).

 

  • Le ore notturne e quelle strordinarie saranno pagate in ragione di L. it. 1 all’ora. Il lavoro notturno da diritto a mezz’ora di riposo anch’essa retribuita.

 

  • Nei giorni festivi il lavoro terminerà alle ore 16.

 

  • Quegli operai che hanno compiuto un’intera notte di lavoro devono essere sostituiti con del personale fresco.

 

  • I punti da richiesta, le condizioni anormali di lavoro, e qualsiasi controversia, che dovesse eventualmente insorgere, saranno determinati e risolti da una speciale commissione di cui al comma susseguente.

 

  • Detta commissione sarà composta da sei membri e cioè: tre in rappresentanza pei signori impresari capi squadra, e tre per la lega miglioramento, la quale funzionerà per il buon andamento degli interessi comuni, e dell’armonia del presente contratto, curando altresì che le squadre attualmente esistenti non vengano aumentate o rinforzate a detrimento degli operai inscritti nella Lega, chiamandoli a preferenza degli altri.

 

 

Tutto quanto è sopra esposto è rilasciato in doppio originale. Uno dei signori impresari capi squadra, l’altro per la lega, ed andrà in vigore col giorno 5 novembre 1900.

 

In fede:

 

Per gl’impresari capi squadra e stivadori: Alessandro Podestà – Drago Andrea – Gaetano Vicini – Giuseppe Risso – Bianchi Emanuele – Spallarossa Virgilio.

 

Per la lega miglioramento: Toracca Luigi.

 

Per la camera del lavoro: Onorevole Pietro Chiesa – Alessandro Buratti.

Genova, 2 novembre 1900.

 

Ufficio di P.S. del Porto di Genova. Visto si dà atto che copia conforme della presente scrittura venne depositata nell’Archivio di questo ufficio al num. 3.449, cat. XIV.

 

Genova, 3 novembre 1900.

 

L’ispettore: Comm. MALNATE.

 

 

Il visto dell’ispettore di P.S. del porto è un indizio dello spirito di legalità da cui sono animati gli operai, desiderosi di vedere controfirmati i patti liberamente convenuti con gli imprenditori da una autorità di governo, quasi che il visto ne garantisse la osservanza.

 

 

Ora il prefetto di Genova, sciogliendo la camera del lavoro, coll’intenzione di sciogliere in seguito le leghe di miglioramento, ha voluto impedire che le leghe raggiungessero fini vietati dalle leggi?

 

 

Un breve esame degli scopi delle leghe e delle stipulazioni contenute nelle tariffe concordate dalle leghe cogli imprenditori basta a dimostrare come in esse non vi sia nessuna violazione della libertà del lavoro. Questa infatti comprende anche la libertà di associazione fra operai per vendere la loro merce al più alto prezzo possibile, come pure la libertà degli imprenditori di concertarsi per raggiungere lo scopo opposto.

 

 

È vero che negli statuti delle leghe vi sono disposizioni le quali: 1) impongono agli operai, che ne vogliono diventar soci, una specie di esame per riconoscerne la capacità ed idoneità; 2) vorrebbero obbligare gli imprenditori ad escludere dal lavoro gli operai non iscritti e non accettati nelle leghe; e 3) infliggono multe agli operai associati i quali accettino patti di lavoro non conformi alle prescrizioni delle singole leghe.

 

 

Queste condizioni restringono, è vero, la capacità degli operai singoli a vendere la propria forza di lavoro nei modi e secondo le condizioni individualmente consentite; ma è una restrizione alla quale gli operai hanno liberamente consentito, od almeno hanno consentito sotto la pressione di una costrizione puramente morale, del sentimento della solidarietà operaia e della riprovazione – magari estesa sino al boicottaggio – da parte degli altri operai.

 

 

A noi non pare perciò che tali disposizioni contengano per se stesse nulla che offenda la legge e che giustifichi l’intervento repressivo del potere politico. Si può discutere se codeste restrizioni siano dannose o giovevoli, dal punto di vista economico, allo sviluppo del traffico nel porto di Genova; ma il governo non ha la minima competenza ad intervenire per giudicare se gli operai facciano bene o male a sé ed alla società, quando stringono un accordo fra di loro e deliberano di volerlo osservare.

 

 

Se tutti gli operai lavoranti in una data azienda si mettono d’accordo a non accettare meno di un dato salario; o, se anche essendovi operai liberi estranei alle leghe, gli imprenditori consentono a impiegare soltanto gli operai associati, non si commette alcuna violazione di legge. Gli operai sono padronissimi di non voler lavorare se non a certe condizioni; gli imprenditori sono liberi di sceglier i loro lavoranti dove vogliono.

 

 

Queste mi paiono verità evidenti per se stesse e conformi ai principi della nostra legge positiva ed ai postulati della scienza economica.

 

 

La violazione della legge ed in ispecie degli articoli 154 e 165 del codice penale si ha solo quando, con minacce o intimidazioni, con risse od altre vie di fatto materiali o morali, si attenti alla libertà del lavoro, impedendo agli operai “liberi” di lavorare, od agli imprenditori di scegliere i lavoranti dove meglio loro aggrada.

 

 

Se si fossero potuti accertare fatti di questo genere, senza alcun dubbio l’autorità politica avrebbe avuto ragione e dovere di intervenire a reprimerli e di sciogliere le associazioni colpevoli di incitamento a commettere reati, denunciandole ai tribunali.

 

 

Invece nessun fatto di tal genere fu mai constatato; ed anzi le autorità di polizia e politiche di Genova sapevano, prima dello scioglimento della camera del lavoro, che questi mezzi violenti e delittuosi di offesa alla libertà del lavoro non furono mai finora messi in azione dalle leghe.

 

 

Anche durante lo sciopero attuale le autorità di polizia poterono constatare che gli scioperanti non avevano posto alcun ostacolo alla libertà del lavoro. Quegli operai che nel primo giorno vollero lavorare, poterono liberamente caricare e scaricare navi, senza timore di minacce e di intimidazioni.

 

 

L’unica legge in base alla quale si potesse pronunciare lo scioglimento di associazioni le quali si propongano con accordi, sia pure volontari e liberi, di monopolizzare il mercato del lavoro, era la legge del 29 maggio 1864, abolitiva delle corporazioni di arti e mestieri.

 

 

Ma, a parte che si tratta di una legge antica, disadatta alle moderne necessità economiche, e che da lunghi anni si permette ad associazioni vietate in teoria da quella legge di sussistere e di fiorire liberamente, sta il fatto che il prefetto non ha nemmeno creduto opportuno di citarla nel suo decreto.

 

 

Ha citato invece degli articoli del codice penale, in base ai quali egli sapeva che non si sarebbe potuto ottenere nessuna condanna dai tribunali, perché gli operai organizzati erano mondi dei reati che in quegli articoli vengono citati.

 

 

Lo scioglimento dunque non si può giustificare con motivi di ordine giuridico. Le giustificazioni, se pur se ne possono trovare, si devono trovare soltanto in motivi di ordine pubblico o nel desiderio di sostituire alla camera disciolta un organismo migliore di tutela e di pacificazione sociale.

 

 

Quanto ai motivi di ordine pubblico, è lecito chiedersi: perché, se quei motivi apparvero esistenti ieri, per la camera disciolta, si credono scomparsi oggi con la camera nuova, composta quasi dei medesimi elementi? O forse si crede che il governo sia ora più capace di tutelare l’ordine contro una istituzione sovversiva ricostituita, di quanto non fosse prima di rimangiarsi ad una ad una tutte le disposizioni prese contro i sovversivi disciolti?

 

 

Il fatto che le leghe siano state costituite da socialisti e da sovversivi proverebbe tutto al più che questi erano stati più attivi e più abili degli altri partiti, ed avevano saputo prima e soli trarre profitto dalla condizione dei lavoratori del porto di Genova. Ora, siccome non è lecito fare il processo alle intenzioni, lo scioglimento sarebbe stato legittimo solo quando, dietro l’impulso del partito socialista, l’opera della camera del lavoro e delle leghe di miglioramento si fosse estrinsecata in modo contrario alle leggi.

 

 

Il che abbiamo visto non essere accaduto.

 

 

Quanto all’intenzione delle autorità politiche di sostituire alla organizzazione abolita una migliore magistratura del porto, costituita, come mi spiegò il commendatore Garroni, sulla base dei tribunali dei probi – viri, molte sono le questioni che si possono presentare.

 

 

Dal punto di vista giuridico, il desiderio di fare qualcosa di meglio di quanto non abbiano fatto altri, non è sufficiente motivo per distruggere quello che gli altri fecero; anche se il desideroso del meglio sia il governo e gli altri siano persone ritenute sovversive.

 

 

Dal punto di vista della opportunità pratica e politica, a me pare evidente come non collo sciogliere la camera, fondata dagli operai, si poteva sperare di indurre questi ad accostarsi ad un nuovo organismo creato da chi aveva distrutto quello che essi si erano da sé costituito. Occorreva fondare prima i tribunali dei probi – viri; far toccare con mano i vantaggi che operai e imprenditori potevano trarne. A poco a poco gli operai genovesi, che sono gente pratica su cui le teorie fanno poca presa, si sarebbero abituati a guardare con fiducia ai nuovi tribunali ed avrebbero lasciato in asso le associazioni socialiste, quando si fossero accorti della inutilità di farne parte.

 

 

Se si credeva davvero di essere capaci di far meglio dei socialisti, organizzatori della camera del lavoro, non vi era alcun altro mezzo di dimostrare questa maggior capacità se non mettendosi a fare concorrenza ai socialisti con un nuovo istituto. La vittoria – consistente nell’aver saputo attirare a sé la clientela operaia – sarebbe stato l’unico mezzo di dimostrare la propria attitudine a fare il bene dei lavoratori.

 

 

Invece, sciogliendo la camera esistente prima che qualcosa si fosse creato per sostituirla, si è quasi fatto credere che il governo volesse impedire ogni organizzazione dei lavoratori per fare il vantaggio dei capitalisti. E ciò non poteva non fornire un’ottima arma in mano ai capi socialisti per indurre gli operai ad opporsi fieramente al decreto prefettizio; tanto più che l’esperienza del passato dimostrava la scarsissima attitudine o buona voglia delle classi dirigenti e governanti di Genova ad occuparsi con efficacia dei bisogni della classe operaia.

 

 

Né il comune, né la camera di commercio e neppure gli altri enti politici o commerciali si accorsero mai che qualche cosa bisognava pur fare per organizzare tutta questa massa caotica di operai e per impedire che un bel giorno il malcontento desse origine a dissidii ed a sospensioni del lavoro, perniciose per la vita di un porto come quello di Genova, di importanza non solo nazionale, ma internazionale.

 

 

Il solo che si sia occupato – fra le classi dirigenti – a dirimere le questioni del lavoro ed a mantenere la pace in mezzo agli operai del porto, è un funzionario di pubblica sicurezza, Nicola Malnate, a cui la lunga carriera non ha tolto il desiderio di vivere ogni giorno da vent’anni la vita tumultuosa del porto, sempre intento a far da paciere fra capitale e lavoro.

 

 

In questa sua opera il Malnate nessun aiuto ottenne mai. Non dal governo, occupato in altre cose; non dalla camera di commercio, i cui membri, in troppe faccende affaccendati, si occupano delle questioni del lavoro e del porto solo per accusarsi a vicenda di ottener favori nei trasporti a scapito dei rivali; non dai commercianti e dagli industriali, i cui rapporti con gli operai non sono spesso improntati a molta cordialità ed umanità.

 

 

Non è spento ancora il ricordo di quel vecchio operaio che, dopo trent’anni di servizio ininterrotto in uno dei più grandi cantieri genovesi, fu buttato sul lastrico con 15 lire di buona uscita il salario di una settimana di lavoro; sì che il vecchio, ridotto alla disperazione, finì per annegarsi nelle acque del porto.

 

 

Che meraviglia, se di fronte a questa assoluta assenza e noncuranza delle classi dirigenti, i lavoratori del porto di Genova abbiano prestato ascolto alle predicazioni degli apostoli del socialismo?

 

 

Che meraviglia se i socialisti, organizzando delle leghe di miglioramento, abbiano attirato a sé gli operai, disertati da tutti, e si siano impadroniti per modo dell’animo loro da farli agire come un sol uomo nel senso che i capi del movimento desideravano?

 

 

Tanto maggiore fu quindi l’errore politico – anche fatta astrazione dalla ragione giuridica – del prefetto, il quale – sia pure coll’intenzione di fare il bene – scelse il mezzo peggiore che potesse condurre al fine desiderato: scioglimento di quella camera del lavoro che, sola, si era occupata, senza violare la legge, degli operai, e progetto di costituzione di un tribunale misto sotto l’egida di quel governo e con la partecipazione di quelle classi commerciali verso cui i lavoratori a giusta ragione erano diffidenti, perché nulla aveano mai fatto per essi.

 

 

Che dire di un’autorità politica, che colle migliori intenzioni, ma a cuor leggero, compie un atto illegale senza sapere che questo avrebbe eccitato gli animi degli operai, già infiammati dalla predicazione socialista, e lo compie per giunta in un momento nel quale, per i traffici intensi, si poteva prevedere che i medesimi ceti commerciali di Genova avrebbero implorato dal governo ogni sorta di concessioni pur di poter riprendere il lavoro?

 

 

E che dire di un governo che dà il suo consenso preventivo a questo atto prefettizio di scioglimento per sconfessare poi l’opera del prefetto?

 

 

La conclusione di queste mie indagini non è lieta. Uno sciopero come quello del porto di Genova è l’indizio di una condizione sociale, in cui nessuno ha una coscienza precisa dei propri doveri e dei propri diritti. Da un lato la piazza che si impone al governo e distrugge il principio di autorità. Dall’altro il governo che si immagina di sciogliere le questioni del lavoro a colpi di decreto. E fra i due una grande istituzione nazionale – che tale è il porto di Genova – la quale corre il pericolo di vedersi sopraffatta dalla concorrenza straniera.

 

 

Qui è il pericolo maggiore.

 

 

L’esperienza odierna ha dimostrato che il porto di Genova funziona per caso.

 

 

Quando ho visto un silenzio di morte regnare sulle calate, dove il giorno prima fervevano i lavori tumultuosi, una domanda mi si è presentata spontanea: davvero non vi è alcun mezzo di impedire conflitti così terribili, che possono mettere in forse la continuità della vita industriale e commerciale di mezza Italia, e farci perdere i vantaggi ottenuti faticosamente con una lotta diuturna nella concorrenza cogli altri porti?

 

 

Dato il modo come è ora organizzato il porto di Genova, queste crisi sono inevitabili. Il porto è un caos, dove si incrociano e si confondono le autorità di polizia e di dogana, il governo politico, la camera di commercio, il comune, le ferrovie, i negozianti, gli armatori, gli operai colle loro leghe, i confidenti, ecc., ecc.

 

 

È un miracolo che gli attriti non siano più frequenti in questo intrecciarsi e sovrapporsi di competenze, di autorità e di interessi in lotta. Questa non è libera concorrenza, ma è confusione di burocrazie e di enti che si vogliono sopraffare a vicenda.

 

 

Se il porto fosse un ente autonomo, libero ed agile nei suoi movimenti, tutti gli interessati saprebbero bene trovare il modo di farsi ascoltare e di mettersi d’accordo.

 

 

Se, per esempio, nella futura magistratura del porto di Genova vi fossero alcuni rappresentanti delle leghe operaie, si potrebbe star sicuri che le questioni relative ai salari ed alle ore di lavoro sarebbero con maggior facilità risolute.

 

 

In Inghilterra, quando, nel 1875, le leghe operaie erano maggiormente accusate di sopraffazioni e di atrocissimi delitti contro la libertà del lavoro, al governo non venne neanco in mente che il miglior rimedio fosse di scioglierle. Si fece invece una legge con la quale si concedeva alle leghe la massima libertà di azione, obbligandole soltanto a non lavorare nel mistero, ma alla luce del sole. Adesso ogni tinta rivoluzionaria è scomparsa nelle unioni britanniche, divenute fin troppo borghesi per i socialisti del continente.

 

 

Se anche da noi fosse riconosciuta la necessità delle associazioni operaie, e se ad esse fosse riconosciuta la parte che loro spetta nel determinare le condizioni del lavoro, i benefizi ben presto sarebbero evidenti.

 

 

In Italia vi sono ancora strani pregiudizi contro le unioni operaie. Gli industriali si rifiutano a trattare coi delegati delle unioni, col pretesto di voler essere padroni in casa loro, e non capiscono che data l’organizzazione in grande dell’industria moderna, non è più possibile discutere le questioni del lavoro individualmente, caso per caso, con ogni operaio. In realtà non c’è nessun imprenditore che adotti questo sistema patriarcale; tutti si rimettono ai capi squadra, ad intermediari, od a regolamenti generali emanati di propria autorità.

 

 

Colle unioni operaie si fa un passo più innanzi. Le condizioni del lavoro non vengono più fissate individualmente od imposte dagli imprenditori o dai loro rappresentanti. Esse vengono discusse dai delegati delle due parti contraenti. Questa discussione è utile agli imprenditori perché diminuisce il malcontento e le ragioni di sciopero, e scema i fastidi delle trattative individuali; ed è utile agli operai perché, mentre ognuno di essi sarebbe stato meno abile individualmente a stiracchiare a proprio favore i termini del contratto, i delegati delle masse operaie hanno maggior forza e godono maggior libertà di parola e di discussione. La circostanza che spesso i delegati degli operai o non lavorano nel mestiere medesimo o lavorano in una fabbrica diversa da quella nella quale avviene la contesa, è un effetto della necessità in cui si trovano gli operai di scegliere un rappresentante che non abbia nulla a temere personalmente in conseguenza della franchezza con cui espone le ragioni dei suoi mandanti.

 

 

Quanto al pericolo che, per mezzo delle unioni, gli operai manifestino pretese eccessive e dannose all’avvenire dell’industria, è un pericolo che non si evita colle repressioni violente e si può diminuire soltanto colla virtù dell’educazione.

 

 

Le repressioni incitano a reagire ed a far domande esagerate che son credute opportune appunto perché non si dà il mezzo di valutarne la giustizia. Le discussioni tra operai ed imprenditori educano i primi a rendersi un conto esatto delle vere condizioni dell’industria ed a fare quelle sole domande che son giustificate dalle condizioni del traffico, dai profitti correnti, ecc., ecc.

 

 

Accade spesso nei paesi più progrediti che i segretari delle unioni operaie prendano le parti degli imprenditori e persuadano gli operai a recedere da pretese che essi hanno potuto riconoscere inopportune durante le discussioni.

 

 

È probabile che in Italia accadrebbe lo stesso fenomeno.

 

 

Gli operai del porto di Genova non sono né poco intelligenti, né rozzi, come si vorrebbe far credere. «Qui nel porto – è un ispettore di pubblica sicurezza il quale così scrive – (N. Malnate, Della tutela dovuta agli operai, in «Rassegna nazionale» del 16 marzo 1900), un barcaiuolo è così sottile matematico, che dottamente intrattiene l’accademia dei lincei; un carbonaio, Giambattista Vigo, era così gentil poeta da meritarsi dalla civica amministrazione di Genova, alla morte, il tumulo che già era stato accordato a Felice Romani; un facchino, Niccolo Conti, detto Legna, è così profondo in dialettica ed eloquenza da oscurar la fama di celebri avvocati; e un console di caravana, Gian Giacomo Casareto, detto Gerion, legato in amicizia con illustri statisti del risorgimento italiano per meriti patriottici, professa filosofia, dirigendo il facchinaggio di dogana, al pari di un antico sapiente dell’areopago di Grecia».

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