Lo sciopero fascista

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 18/12/1924

Lo sciopero fascista

«Corriere della Sera», 18 dicembre 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 909-912

 

 

 

Lavoratori organizzati, tendenza delle masse ad occuparsi di politica ed a lasciarsi condurre da uomini politici; paghe nominalmente buone ed effettivamente alte; accesa difesa degli interessi di classe; sciopero generale, esteso ai servizi pubblici, deliberato in conseguenza dell’incapacità dei dirigenti lo sciopero a costringere gli industriali ad accettare le loro richieste: ecco le caratteristiche dello sciopero fascista di Carrara.

 

 

In che cosa codeste caratteristiche siano diverse da quelle degli scioperi rossi d’un tempo è difficile vedere. I cavatori di marmo sono sempre stati una classe turbolenta; e si ricorda che un tempo fu dovuto mandare un generale per pacificare quella popolazione. Il che del resto egli fece con molto tatto e senza violenze. Erano anarchici una volta, ed ora sono fascisti, probabilmente con il medesimo slancio che li spinge verso i partiti estremi. Perché i cavatori di marmo non amino le opinioni medie e neppure il socialismo temperato – repubblicani contro la monarchia, anarchici contro i socialisti, fascisti contro le corrotte classi imprenditrici – sarebbe un curioso problema di psicologia collettiva. Forse la vita all’aria aperta, i pericoli corsi nel duro mestiere, la singolare vigoria fisica richiesta dal lavoro di cava, esaltano lo spirito di questi arditi distruttori di monti e li spingono a propositi di ribellione.

 

 

Non erano ignoti gli attentati di classe nella zona marmifera; ma forse non erano giunti sino al punto di lanciare bombe contro le case degli industriali. Il nuovo atteggiamento politico non ha avuto l’effetto di piegare quegli animi esaltati al riconoscimento della comunanza di interessi fra le diverse classi sociali partecipanti alla produzione. È sempre vivo l’impeto che spinge a sopprimere colui il quale si para innanzi nella via della conquista economica.

 

Non si può neppure affermare che il «fine nazionale» dello sciopero organizzato dalle federazioni fasciste sia riposto nel concetto di «arbitrato«. È sempre accaduto che, quando una delle due parti veda la difficoltà di riuscire subito, con la astensione dal lavoro o con la serrata, a persuadere l’avversario, abbia chiesto l’arbitrato. Si spera che l’arbitro darà se non tutto, qualcosa; ed è indubitato che l’arbitro, sempre soggetto ad influenze politiche, sarà attratto dalla soluzione la quale sia, almeno per il momento, pacificatrice.

 

 

Finalmente, non si può addurre come prova di ossequio a concetti di subordinazione della classe agli interessi collettivi, la richiesta di devolvere il desiderato aumento di salario ad un istituto di consumo, atto a far diminuire, avvicinando i produttori ai consumatori, il costo della vita. È questo un trito istituto del dopo – guerra, inspirato a concetti filo – socialistici di economia associata; che le corporazioni carraresi copiano, probabilmente per gli stessi motivi per cui esso era stato caro alla burocrazia organizzatrice dei tempi passati. Si tratta, a guardar bene, del solito cooperativismo alimentato da quote di salario obbligatoriamente versate dagli industriali alle organizzazioni o corporazioni operaie. Su queste colonne, quando il cooperativismo obbligatorio era di color rosso, (cooperativa Giulietti e simili), lo si combatté, osservando essere immorale e nullo il patto con cui gli industriali si obbligavano a versare agli organizzatori di un dato colore le quote prelevate sul salario anche di quegli operai, i quali repugnavano al colore politico di quella organizzazione, o addirittura non volevano essere organizzati.

 

 

Le quote operaie hanno da essere libere, anche perché, solo se versate dagli operai direttamente alla cassa della lega o della cooperazione, rendono testimonianza verace del legame che avvince l’operaio ai suoi organizzatori. Prelevate per ritenuta obbligatoria, esse si risolvono in uno strumento di tirannia degli organizzatori sugli operai, i quali sono costretti a fornire i mezzi di vita ad uomini in cui forse non hanno fiducia. Forti del possesso del nerbo di guerra, gli organizzatori fabbricano assemblee, intimidiscono i ribelli, contrastano scioperi voluti dagli operai e ne fanno deliberare altri, più atti ad esaltare la loro potenza.

 

 

Né la novità fascistica consiste nel devolvere la trattenuta sul salario alla diminuzione del costo della vita, attraverso un istituto di consumo. In fondo, la trattenuta è una specie di sussidio concesso ad una cooperativa di consumo; ed è perciò dannosa alla cooperazione. Se qualcosa l’esperienza, in Italia e fuori, ha dimostrato, è che la cooperazione sussidiata conduce a rovina le cooperative. Per prosperare, queste hanno d’uopo di vivere con i proprii mezzi, con l’opera iniziale altruistica di qualche apostolo. Poi verrà la forza; verrà il credito; si creerà a poco a poco l’affiatamento, l’organizzazione; e la macchina funzionerà con sempre migliori risultati. Ma se una cooperativa o istituto comincia a funzionare con un fondo sicuro di qualche centinaio di migliaia di lire all’anno (il 5% del salario di 10.000 cavatori, anche supponendo il salario di sole 20 lire al giorno per soli 200 giorni all’anno, fa 2 milioni di lire all’anno), quella cooperativa od istituto sicuramente è votato alla rovina. Nessuno vende così caro, per altezza di costi e spesso in piena buona fede, come colui il quale è sussidiato per vendere a buon mercato.

 

 

Se queste osservazioni erano giuste in tempi di istituti o cooperative rosse, le quali ottenevano sussidi dallo stato o si facevano sussidiare dagli industriali, a titolo di ritenuta obbligatoria sui salari operai, perché non dovrebbero più essere giuste in tempi di istituti fascisti?

 

 

Procedendo dunque per eliminazione, si è forzati a concludere che la differenza tra gli scioperi del buon tempo antico e quelli «nazionali» d’oggi sta unicamente in ciò che quelli erano ordinati da organizzazioni di un dato colore e questi da corporazioni di un altro colore. Fini e mezzi sono identici. È diverso il mito. La diversità del mito o parola in nome di cui si lotta contiene in sé la differenza fondamentale: che il mito rosso non era ancora al potere, di guisa che lo stato poteva esercitare la sua funzione imparziale moderatrice o poteva combattere la specie antigiuridica di sciopero che si ha quando l’abbandono del lavoro si estende ai servizi pubblici. Talvolta, lo stato veniva meno al suo dovere; ed in tal caso l’opinione pubblica poteva, attraverso ai giornali, intervenire, invocando il rispetto alla legge. Oggi che lo sciopero, esteso a Carrara ai servizi pubblici, è proclamato dai rappresentanti del partito al potere ed in nome di misteriosi ideali nazionali, quale azione moderatrice o repressiva potrà esercitare lo stato? Il governo di partito, in nome del partito, non distrugge così lo stato? Il partito al potere dovrebbe rinnegare i suoi seguaci ed usare contro le corporazioni fasciste l’autorità dello stato quando esse compiono, in materia di servizi pubblici, qualcuno di quegli atti che si usavano ritenere contrari all’interesse collettivo. Dubitiamo che lo stato fascista abbia, sotto questo rispetto, una forza maggiore di quella, che lamentavasi nulla, dei deboli governi del corrotto antico regime.

 

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