Lo sciopero nel biellese

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 24/10/1901

Lo sciopero nel biellese

«La Stampa», 24 ottobre[1] e 3 novembre[2] 1901

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 435-444

 

 

I

 

A Biella e nei dintorni ci sono circa 7.000 operai in isciopero. Questo è ciò che si sente dire e che, si può sapere facendo il calcolo delle fabbriche dove il lavoro è stato abbandonato.

 

 

Per ora siamo ancora nel periodo in cui le due parti si guardano un po’ di traverso, aspettando che l’altra si muova. Gli animi non sono punto esacerbati. Tutt’altro. I biellesi sono sempre stati molto pratici e dotati di buon senso. Anche stavolta essi litigano, ma su questioni di principio. I punti controversi su cui l’accomodamento era più facile sono stati messi da parte, perché si riconosce che industriali ed operai riescirebbero al primo colloquio a mettersi d’accordo. Così, ad esempio, gli operai chiedono che nella fabbrica Cerruti si introduca la macchinetta contacolpi, per togliere ogni ragione di contesa tra operai ed operaie che si succedono allo stesso telaio, ed ogni possibilità di errori da parte del misuratore. I Cerruti hanno offerto di introdurre cinque macchinette in prova. È qualcosa. In seguito le adotteranno certo per tutti i telai, poiché gli industriali che già le adoperano se ne trovano contentissimi.

 

 

Gli operai chiedevano che fosse abolita una ritenuta del 5% sui salari, che i ritardi fossero multati con 0,10 uniformemente, e non con 0,20, come accadeva per certuni, e su questo i principali sono disposti a cedere. Gli operai non vogliono che il lavoro festivo sia obbligatorio e gli imprenditori riconoscono che la richiesta è ragionevole. Gli operai desiderano che il salario per ogni mille colpi venga rialzato, specie per i telai biciclette, i quali lavorano molto più velocemente degli altri, sino 120 colpi invece di 80, e gli industriali non ne fanno una questione di principio, riconoscendo che il prezzo del lavoro deve essere fissato caso per caso, a norma delle difficoltà del lavoro, della velocità delle macchine, del tessuto fine o grossolano, della materia prima, ecc. ecc.

 

 

Tutte queste sono questioni secondarie; la lotta molto interessante che ora si dibatte tra operai ed industriali del Biellese verte su questioni di principio. Le quali sono due. Vogliono gli operai che siano aboliti i telai doppi in uso da sei o sette anni nella fabbrica Cerruti, e di cui si teme l’introduzione pure nelle altre fabbriche, e vogliono eziandio che gli industriali non possano licenziare alcun operaio senza motivi giustificati. E gli industriali fieramente respingono amendue le pretese.

 

 

Le parti contendenti sostengono i loro desiderii con le armi modernissime della solidarietà. Da più lunga data solidali gli operai, che posseggono una Unione operaia pannilana del Biellese, forte di numerosi soci, cresciuti via via in ogni successivo sciopero, ed aumentata in quest’ultimo tempo di forse un cinquecento nuove reclute, raccolte a Biella medesima, e sovratutto a Pollone, a Sordevolo, fra gli operai e le operaie, che sinora eransi mantenute estranee al movimento di organizzazione. L’unione, scoppiato lo sciopero contro i telai doppi nella fabbrica Cerruti, lo fece estendere agli altri opifici, poiché ritenne che inutile sarebbe stato ogni sforzo contro i Cerruti se le pezze di panno di costoro fossero finite da altri fabbricanti.

 

 

Contro gli operai si costituì la lega degli industriali, la quale comprende le fabbriche di pannilana, di cotone e di maglierie. È questo un fatto nuovo, almeno nella sua applicazione. Già altre volte i principali avevano avuto l’idea della lega, ma poi l’avevano lasciata cadere. Adesso si convinsero che l’accordo era necessario contro le leghe operaie, le quali usavano la politica di far cadere ad una ad una le fabbriche, giovandosi della loro discordia. Uniti in lega, gli industriali possono più facilmente opporsi agli operai, obbligandoli a scioperare tutti insieme. È questa una tattica che conduce agli scioperi giganti. Prima gli operai d’una sola fabbrica scioperavano ed erano sovvenuti dagli operai delle altre fabbriche che rimanevano attive. Adesso gli industriali, obbligando gli operai a finire i panni della fabbrica Cerruti, hanno spinto (e ciò essi prevedevano fin dapprima) gli operai di tutte le fabbriche ad abbandonare il lavoro, confidando che in tal modo gli operai, disoccupati tutti e senza possibilità di ricevere soccorso dai compagni lavoranti, si sarebbero arresi più presto. La tattica è molto comune nei paesi anglo – sassoni; ed è indubbiamente la conseguenza logica dello spirito che informa le organizzazioni operaie.

 

 

La lega degli industriali ha limiti abbastanza ben definiti. Limiti di luogo, poiché si estende soltanto alle valli del Cervo e di Coggiola. Gli industriali della val Mosso si sono sempre rifiutati a farne parte, poiché essi, che pagano cara la mano d’opera, vorrebbero prima vedere gli industriali delle vicinanze di Biella, ad esempio Pollone, rialzare il prezzo della mano d’opera, che oggi è molto più basso. Limiti di materia, poiché la lega non si occupa di fissare le condizioni interne del lavoro; non vuole regolare le tariffe dei salari; ma si occupa soltanto di quelle questioni di principio che interessano tutti i fabbricanti.

 

 

Sono appunto, come dicemmo, due questioni di principio che fanno ora battagliare le opposte leghe.

 

 

Prima la questione dei telai doppi, che i Cerruti soli hanno introdotto da parecchio tempo per eseguire lavori fini. I telai doppi sono due telai semplici, voltati uno in faccia all’altro, in modo che l’operaio sta in mezzo ed attende contemporaneamente ad amendue. Essi sono molto usati in Inghilterra, in Belgio, dove, ad esempio, gli operai della ditta Centner, di Verviers, che prima avevano scioperato, se ne trovano contenti per il maggior guadagno che ne ricavano.

 

 

«Noi – dicono gli industriali – non possiamo assolutamente consentire che gli operai ci contendano il diritto di valerci di un sistema di lavoro che rappresenta un miglioramento industriale, che riduce il costo di produzione e ci permette di sostenere meglio la concorrenza coll’estero. Lo sciopero è una vera guerra contro la macchina, una lotta reazionaria contro il progresso. Noi perciò vogliamo, d’accordo, sostenere il principio che l’imprenditore sia padrone di adottare quei congegni di produzione che più gli sembrano adatti a vincere. È vero che gli operai lavorano di più, ma guadagnano anche maggiormente, più del doppio dei tessitori ad un telaio solo».

 

 

Posto in tali termini il problema, non parrebbe possibile alcun dubbio. Gli operai avrebbero gran torto a volere ostacolare un progresso dell’industria. Non solo avrebbero torto, ma la loro sarebbe una resistenza vana, destinata a frangersi contro le ragioni ineluttabili della concorrenza. Chi interroga gli operai, non dura fatica però ad accorgersi che la sostanza della cosa non è la lotta contro la macchina, ma è tutta diversa. Vi sono, è vero, alcuni operai, più degli altri ardenti, i quali gridano contro gli industriali che vogliono arricchirsi a loro spalle coi telai doppi, e dicono che ogni operaio deve attendere ad un telaio solo e nulla più, che così è naturale e che vada alla malora il progresso quando conduce ad un risultato diverso. Ma in fondo la maggioranza ragiona come quella tessitrice, la cui frase è veramente tipica: Niente telaio che va per conto dei padroni. Gli operai, cioè, non si ribellano se non in apparenza contro il miglioramento industriale del telaio doppio; essi sono malcontenti del miglioramento che avvantaggia soltanto i principali, ed a loro reca danno. Il telaio doppio è certo vantaggioso agli industriali, i quali, a quanto mi si dice, pagano 12 centesimi per ogni mille colpi di spola sia il tessitore che attende ad un telaio come quello che attende a due; e risparmiano così sulla mano d’opera.

 

 

«Ma il telaio doppio – dicono gli operai – ci è dannoso, perché colui il quale vi è preposto non può prestare ad ognuno dei due telai l’attenzione che vi presterebbe se accudisse ad uno solo. Forza è quindi che sui telai doppi si tessano panni di filo migliore, più resistente, meno facile a rompersi, più semplici, senza disegni, tali, insomma, da richiedere meno attenzione dal tessitore. Ne viene che ai tessitori dei telai semplici rimane da tessere solo la materia prima più cattiva, meno resistente. Spesso ci rimane solo della polvere che bisogna tessere, roba di scarto, tenuta insieme colla colla, e che ad ogni momento si rompe. Di qui la conseguenza che da un lato gli operai dei telai doppi, avendo un lavoro più spedito per le mani, guadagnano delle quindicine di 55-70 e fino di 80-85 lire, mentre gli operai dei telai semplici devono contentarsi di 15-20 lire a causa della materia prima da lavorare, che diventa sempre più cattiva perché la buona va ai telai doppi. Non sono tutt’oro nemmeno quelle grosse quindicine di 60-80 lire; poiché i tessitori non possono durare più di tre anni al lavoro vertiginoso dei telai doppi, e presto si vedono la salute rovinata. Vi sono delle ragazze che dovettero già andare in cura ad Oropa».

 

 

Non pare che la quistione sia tale da non potersi risolvere. Ciò di cui temono sovratutto gli operai è che, una volta generalizzato il telaio doppio, vi siano molti operai buttati sul lastrico, i quali, premendo colla offerta di braccia disoccupate, facciano ridurre i salari da quelli che lavorino ancora. Certamente il timore sarebbe giustificato se i telai doppi fossero d’un tratto introdotti dappertutto, prima che il ribasso generalizzato del costo di produzione e dei prezzi, che l’accrescersi delle domande di pannilana per altre cause, ecc. ecc., avessero potuto far aumentare la produzione. La crisi momentanea sarebbe certamente dura.

 

 

Non è da credersi però che i telai doppi si possano così d’un subito generalizzare. Senza dubbio si estenderanno, un po’ per volta, ai lavori, facili, uniformi, dove la materia prima è buona, lasciando ai telai semplici i lavori fini, complicati e la materia prima di scarto, per cui un operaio a gran fatica riesce a tener dietro ad un telaio solo. Se gli industriali dessero affidamento:

  • di volere introdurre i telai doppi gradatamente, in modo da non produrre crisi repentina di lavoro;
  • di volere tener conto del fatto che il doppio telaio richiede una maggior dose d’attenzione e forza fisica, e quindi di voler occuparvi solo operai scelti, capaci di adattarvisi permanentemente e pagarli per ogni mille colpi più di ciò che normalmente si dà per il telaio semplice;
  • di tener conto, con un accrescimento di salario, del fatto che ai telai semplici rimane solo roba cattiva – se così veramente accade sempre – più difficile a tessere;

se gli industriali, ripeto, dessero codesto affidamento, avrebbero torto gli operai a continuare in una contesa che verrebbe davvero ad assumere il carattere di una lotta contro il progresso. Non è probabile che, date quelle premesse, gli operai vorrebbero prolungare la resistenza. Non manca tra essi chi fa sentire voci di moderazione, chi chiaramente espone agli operai come sia nel loro diritto e nel loro interesse di pretendere un guadagno dai perfezionamenti industriali novellamente introdotti, – che agli operai costano un maggior dispendio di forza fisica e nervosa, – ma come avrebbero torto ad opporsi a codesti progressi, col danno sì degli industriali, ma anche col danno proprio.

 

 

È una questione di buon senso e di tatto; e di buon senso i biellesi ne hanno molto; mentre vanno altresì acquistando quelle qualità di reciproco rispetto che conducono alle risoluzioni soddisfacenti delle questioni di lavoro. Vi sono ancora industriali rozzi, avidi di guadagno, che non si preoccupano affatto delle sorti e dei sentimenti della maestranza; ma vi sono anche industriali i quali sono animati da uno spirito più largo, che riconoscono il bene prodotto dalle leghe, calmando molti piccoli scioperi parziali ingiustificati, che consentono alla necessità di prolungare il termine del preavviso per il licenziamento da otto giorni a quindici giorni od un mese, per ragioni di opportunità e di umanità. Vi sono ancora operai che sprecano troppo a bere di domenica e sbraitano poi contro i telai doppi ed i capitalisti dissanguatori; ma ve ne sono altri che ritengono doveroso educare meglio se stessi per poter rendersi atti a secondare l’industriale nei proprii perfezionamenti.

 

 

Un uguale spirito di moderazione reciproca dovrebbe aiutare a risolvere il secondo punto della disputa, che riflette la pretesa degli operai di non essere licenziati senza giusto motivo. Pretesa in se stessa non accettabile, poiché toglierebbe all’industriale la facoltà di scegliere i suoi operai e darebbe al giudice (non si sa come eletto e come competente) il diritto di costringere l’industriale a tenersi una maestranza a lui non gradita.

 

 

Anche qui la sostanza è diversa dalla forma esterna. Gli operai in realtà – a quanto si può capire – non vogliono vietare all’industriale di licenziare chi giudica dannoso alla sua azienda, ma temono che gli industriali si vogliano disfare dei capi del movimento operaio, dei cosidetti sobillatori. «Magari, finito lo sciopero, saremo tutti riammessi, ma poi, alla prima occasione, profittando di qualche lieve mancanza, quelli tra noi che ci furono guida nelle nostre rivendicazioni durante lo sciopero, saranno ad uno ad uno messi alla porta».

 

 

Timore forse non infondato per alcuni casi; contro il quale pare difficile ottenere valida difesa con stipulazioni contrattuali vere e proprie. È difficile tirare la linea di separazione tra i licenziamenti giustificati e quelli che sono la conseguenza di uno sciopero. Spesso gli industriali non possono mettere in piazza i motivi per cui licenziano un operaio, senza pericolo di nuocere a sé e talvolta all’operaio, che sarebbe danneggiato da una motivazione di incapacità.

 

 

Anche qui la soluzione si trova nell’incremento del senso di rispetto reciproco e della conoscenza delle necessità dell’industria moderna. Quando gli industriali si saranno persuasi – ed a Biella qualcuno lo è già – che le trattative devono essere condotte non con gli operai singoli, ma con la collettività operaia, anche vedranno che qualunque provvedimento contro le rappresentanze operaie colpevoli di aver deliberato uno sciopero, contraddice alla necessità di trattare in blocco le questioni del lavoro. Se gli industriali dessero affidamento di non occuparsi delle persone implicate nello sciopero e di non far distinzione tra capi e gregari, questi ultimi non avrebbero più timore di abbandonare la causa dei primi; e la pretesa di togliere all’industriale il diritto di licenziare gli operai sarebbe senz’altro abbandonata.

 

 

Si dirà che le soluzioni indicate alla contesa che affligge le industriose valli biellesi son fondate sul presupposto che operai ed industriali siano di una equanimità e di una moderazione rare a trovarsi quando gli animi sono eccitati dalla lotta. Forse è così. Forse non sarà possibile venire ad un vero e proprio trattato che risolva secondo giustizia codeste questioni. Ma sta il fatto che esse sono state poste; e che già si vedono radicate negli animi, se non di tutti, almeno dei più intelligenti delle due parti, quelle idee che, quando saranno generalizzate, potranno condurre ad una soluzione equa del problema. La contrada che fu detta la Manchester d’Italia, dove sono i più abili tessitori e fabbricanti di pannilana d’Italia, dove prima le leghe di operai e di industriali sorsero e si affermarono con praticità di intenti, sarà anche la prima ad imitare la Manchester d’Inghilterra ed a trasformare le leghe da strumenti di lotta in congegni destinati a trattare con perizia e larghezza di criteri i difficili problemi di organizzazione industriale ed operaia che ora sorgono per la prima volta.

 

 

Allora non nascerà più nemmeno il dubbio che nel Biellese si possa combattere contro la macchina; e tutti saranno lieti che si applichino nelle fabbriche nuove e più perfette invenzioni, perché da esse trarranno equamente vantaggio tutte le classi sociali.

 

 

II

 

A Biella vi sono quattromila operai tessitori e tessitrici che da qualche settimana si sono posti in isciopero per ragioni che sono state ampiamente esposte sulle colonne di questo giornale. Oramai non vi è più alcun dubbio sul modo con il quale la contesa andrà a finire: gli industriali possono essere sicuri della vittoria e far calcolo fin d’ora sulla resa piena ed incondizionata degli operai ai patti che agli industriali piacerà di imporre.

 

 

Non è questo il momento in cui sia opportuno dare un giudizio sul fondamento intrinseco delle ragioni addotte da una parte e dall’altra a sostegno del proprio assunto.

 

 

Questo esame spassionato ed oggettivo già fu fatto; né importa tornarci sopra. Oggi vogliamo rilevare come le lotte economiche sono molto simili alle battaglie di guerra e debbono essere combattute con tutte le regole dell’arte.

 

 

Non basta avere una buona causa per le mani; occorre altresì saper scegliere bene il momento in cui porre la questione sul tappeto. Sotto questo aspetto gli industriali biellesi si trovano in una ottima posizione, poiché gli operai scelsero, per mettersi in isciopero, il momento peggiore che si potesse immaginare: quello in cui le fabbriche lavorano soltanto a finire i campioni e possono con tutta facilità non assumere impegni per la entrante stagione.

 

 

Gli industriali, timorosi di un futuro sciopero generale in momento di ressa, seppero giovarsi dell’errore iniziale commesso dagli operai, dando un’occasione voluta all’allargamento dello sciopero prima limitato ad una fabbrica; e gli operai abboccarono all’amo, rifiutandosi a finire le pezze incominciate nella fabbrica Cerruti.

 

 

Ora gli industriali intendono godere i frutti della ben condotta battaglia, ribassando i salari, licenziando una parte degli operai più sospetti, ecc. ecc. Noi non crediamo che essi in tal guisa abbiano riguardo ai permanenti interessi proprii e dell’industria e riteniamo pericoloso seminare i germi di mal celate irritazioni e di dissidi futuri. È certo che dal punto di vista tattico gli industriali possono apparecchiarsi a godere i frutti della vittoria mentre gli operai vanno incontro ad una disfatta sicura, con tutti gli strascichi dolorosi che una sconfitta nel campo industriale lascia sempre dietro di sé.

 

 

Di questo risultato la colpa minore spetta agli operai, i quali non è a meravigliare se, credendo di avere lagni giustificati da manifestare, hanno scelto il mezzo più pronto per farsi ragione.

 

 

La colpa è dei capi, i quali hanno consapevolmente per debolezza condotto gli operai al macello. Non poteva essere ignoto a nessuno che i mesi di ottobre e di novembre sono i mesi della morta: ed era notissimo ai capi che le leghe non avevano fondi per prolungare la resistenza, era facilissimo accertarsi che gli industriali non temevano ed anzi desideravano lo sciopero immediato. Quale motivo mai poté indurre i capi della organizzazione operaia ad accettare la battaglia in condizioni così disastrose?

 

 

Una delle due. Od i capi ignoravano i fatti sopra accennati ed altri ancora ed incitarono gli operai ad abbandonare il lavoro ed essi si meritano la taccia della incompetenza più assoluta e debbono lasciare un posto a cui non si possono in coscienza ritenere atti. Ovvero i capi videro la impossibilità di vincere la partita e si lasciarono ciò nondimeno rimorchiare dagli operai vogliosi di un miglioramento economico, nelle circostanze attuali irraggiungibile, e, non contenti di lasciarsi rimorchiare, sostennero con calore sui loro giornali una causa che sapevano perduta. Anche in questo caso meritano condanna, poiché non è ufficio dei capi di lasciarsi guidare dalle masse. I capi che si lasciano guidare dai soldati debbono essere eliminati, perché conducono gli eserciti alla disfatta sicura. Ufficio del capo è di opporsi a viso aperto, con coraggio, sfidando magari le ire e le imprecazioni dei seguaci impazienti, quando egli non creda che un certo movimento sia destinato al successo. I veri capitani del lavoro sanno andare incontro all’impeto delle folle ed arrestarne il movimento, che condurrebbe in fondo al precipizio, colla forza della ragione e colla risolutezza ostinata.

 

 

Forse per ora in Italia è follia sperare prevalga sempre la saggezza; forse è necessario, passare da noi attraverso ad un periodo di scioperi decisi per motivi di agitazione sociale. Da troppo tempo dura tuttavia il tempo di un movimento operaio innestato sul tronco della politica agitatrice! Sarebbe ora di porre un termine a codeste esperienze di laboratorio, perché fatte a spese del benessere di migliaia e migliaia di famiglie che hanno bisogno, per vivere, di lavorare ogni giorno.

 

 

Intanto gli operai biellesi aprano gli occhi; vedano le responsabilità di chi li ha condotti – la parola è dura, ma è vera – al macello.

 

 



[1] Col titolo Lo Sciopero nel Biellese. Circa settemila operai scioperanti. La lotta contro la macchina. Leghe di industriali contro leghe operaie. Le vere aspirazioni della classe lavoratrice [ndr]

[2] Col titolo Al macello [ndr]

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