Lo squilibrio fra rustici produttori e cittadini consumatori causa di decadenza delle nazioni
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 01/06/1936

Lo squilibrio fra rustici produttori e cittadini consumatori causa di decadenza delle nazioni

«Rivista di storia economica», giugno 1936, pp. 158-164

 

 

 

Antonio De Giuliani, di Trieste. – La cagione riposta delle decadenze e delle rivoluzioni. Due opuscoli politici del 1791 e del 1793 editi a cura e con introduzione di Benedetto Croce. Bari, Laterza, 1934. Vol. 241 della Biblioteca di cultura moderna; in sedicesimo, pagg. ventottesima – 109.

 

 

1. Gli opuscoli sono due: un Saggio politico sopra le vicissitudini inevitabili delle società civili del 1791 e un messaggio Alla Convenzione nazionale di Parigi del 1793. Il De Giuliani aveva pubblicato anche nel 1785 talune Riflessioni politiche sopra il prospetto attuale della città di Trieste, nel 1790 un opuscolo in La vertigine attuale dell’Europa e nel 1792 stampò a Vienna le Riflessioni politiche sopra i debiti e i crediti considerati in rapporto alla legislazione e alle rivoluzioni civili . Delle vicissitudini si fecero subito (nel 1791 e nel 1792) ristampe a Parigi ed a Roveredo in lingua italiana e si pubblicarono traduzioni in francese (1791) e in tedesco (1791). Del messaggio alla convenzione redatto in francese si pubblicarono una versione tedesca nel 1793 ed una italiana nel 1794.

 

 

2. Conosco, degli scritti del De Giuliani, solo quelli editi dal Croce e quelli di cui, per essere a mie mani, posso dare sotto la notazione. Il Croce ha fatto rivivere in alcune pagine sintetiche la figura del pensatore triestino ponendolo nel quadro del pensiero politico e filosofico del suo tempo; sì che, rinviando ad esse, mi limito a poche note sul pensiero economico.

 

 

3. A tratti affiorano riflessioni notabili.

 

 

E così sulle variazioni del saggio dell’interesse:

 

 

«In oggi, gli spiriti si tormentano sulla questione delle usure, sul prezzo enorme del denaro e sulla difficoltà di poterne ottenere anco a condizioni gravose. L’inquietudine e le vacillazioni della legislazione a quest’oggetto mostrano quanto siamo lontani dall’abbracciare in complesso i rapporti delle cose. Il valore esorbitante del denaro spiega sempre quell’età vigorosa che permette di portare dei gran pesi. Quando s’invecchierà, i pesi diventano più leggieri; ma quella è l’età del deperimento. Sino a tanto che una nazione fa degli sforzi per svilupparsi, sino a tanto che mille strade sono aperte all’industria degli uomini, le ricerche devono essere maggiori delle offerte, poiché donde avrebbe da piovere la specie numerica, se questa non ebbe per anco il tempo di crescere e di moltiplicarsi? Viene poi quell’epoca dove l’industria è stracca, dove i canali della vita cominciano a disseccarsi; e allora comincia pure un ordine inverso di cose. A misura che una serie di generazioni avrà travagliato senza riposo a dei risparmi e ad accumular la specie (il denaro), si vedrà aumentare il numero degli offerenti; ed a misura che diminuiranno i mezzi di far valere il denaro, si vedran diminuire le ricerche, e allora i possessori della specie si troveranno imbarazzati per impiegare i loro fondi anco a condizioni le più leggere e le più discrete. Talché si può avanzare un paradosso che sembrerà ridicolo, cioè che sino a tanto che gli interessi del denaro sono alti presso una nazione, si vedrà più movimento, più sforzo d’industria e meno miseria che quando gl’interessi son bassi» (ed. Croce, p. 10).

 

 

Il traduttore e commentatore tedesco Ehrard osserva correttamente che non sempre l’alto saggio di interesse è indice di prosperità ma può essere frutto di ozio e grandigia dei nobili, di scarso numero di mercanti e borghesi facoltosi e di conseguente imperversare dell’usura (nota N, pp. 55 – 56 della versione tedesca sotto notata); ma il ragionamento del De Giuliani validamente chiarisce l’errore di connotare sempre col segno «meno» o «sfavorevole» il fatto «alto saggio e col segno »più o «favorevole» il «basso saggio dell’interesse».

 

 

4. La pagina del triestino è ancora oggi efficace a chiarire l’errore di considerare il singolo fatto per se stesso, distaccato dagli altri fatti contemporanei. Bisogna, ammonisce il De Giuliani, «abbracciare in complesso i rapporti delle cose». Walras e Pareto parleranno poi, assai più precisamente, di equilibrio generale e di interdipendenza. Il De Giuliani fin d’allora si impazientiva contro il mal vezzo di assumere isolatamente i problemi. Nel libretto del 1785 ha parole dure per chi reputa Trieste incapace a progredire perché un fiume navigabile o canali artificiali non la congiungano facilmente col retroterra. Quanti eredi dei critici triestini non si incontrano ancor oggidì! Leggiamo ad essi l’ammonimento del De Giuliani:

 

 

«Tutto questo viene perché si prendono isolati gli oggetti e non si generalizzano le proprie idee, Gli urti necessari, che i corpi politici si danno tra di loro modificano giornalmente l’aspetto delle cose. Quante città hanno in oggi gli stessi vantaggi, e la stessa felice situazione, che avevano già tempo, e non hanno più lo stesso commercio! Trieste senza la desiderabile comunicazione di un fiume, Trieste che non ha in se niente di ameno a riserva di un clima temperato, porta tuttavia di giorno in giorno più lontano i suoi confini ad onta di tante difficoltà, che si credono insormontabili…il commercio è a guisa di un ruscello che si lascia deviare, e quando una volta si seppe obbligarlo ad un fissato cammino, degl’ostacoli possono bensì rendere più, o meno facile il suo corso, ma non così presto farli cambiar direzione. Le cose hanno diverse relazioni, e se si ha riflesso a ciò che favorisce la concorrenza, si vedrà che questa dipende da un accordo di molte facilità e non da una sola…. Se il trasporto è costoso, resta sempre un compenso nell’abbondanza delle materie prime, nell’abilità degli artisti, nella fertilità delle provincie, nel basso prezzo della specie numerica, nella bontà delle strade di comunicazione, nella copia e qualità degli animali, nel genio laborioso della nazione, nella sicurezza interna, non meno ch’esterna, cose tutte che ci (noi triestini) distinguono, che sono suscettibili di maggior perfezione, e che devono metterci a livello nella concorrenza cogli stranieri, Se il commercio si fa dove penose carovane devono passare immensi deserti, perché non potrà farsi a traverso di paesi i più fortunati, dove la natura fu prodiga de’ suoi doni? a (Riflessioni, cit. sotto, pagg. 98 – 102). Trieste ha saputo, nonostante la bora, gli aspri monti circostanti e la sterilità del suolo trarre partito dei fuggitivi dai vicini paesi del dispotismo (Turchia?), dalle sterili lagune dove mancano le antiche risorse (Venezia), dalle contrade non più alimentate, per la fatal corruzione del secolo, dalle vecchie superstizioni (Stati pontifici). Il misero corre a Trieste dove trova nutrimento, dove chi possiede trova libertà, sicurezza, e facilità di aumentar le sue fortune»(ivi, pagg. 44 – 46).

 

 

5. Se il De Giuliani conosce la interdipendenza tra i molti fatti politici e sociali e sa tenersi lontano dalla moda del momento – il fiume, il canale o la industria oggi dichiarate indispensabili e domani dimenticate – egli è altresì capace di apprezzare il valore dei piccoli incrementi o decrementi: Il commercio si acquista, il commercio si perde con insensibili gradazioni. Ogni diminuzione per quanto indifferente ella sia è sempre fatale per chi deve soffrirla, Ogni piccolo aumento è sempre considerabile per chi incomincia a (ivi, p. 50). Oggi siamo abituati a volgere l’occhio, in economica, non al grosso delle cose, sibbene ai margini, ai piccoli spostamenti da un luogo ad un altro, da un impiego ad un altro. La nostra scienza è divenuta marginalistica. Il De Giuliani non sapeva nulla di tutto ciò, come non sapeva nulla della teoria generale dell’equilibrio; ma, guidato da un occhio economicamente penetrante, parlava con un linguaggio che a tratti siamo tentati di ritenere nostro.

 

 

6. Ho voluto ricordare queste alcune riflessioni di carattere particolarmente economico perché fosse chiara la figura di un De Giuliani fornito dell’attitudine a diventare un economista vero e proprio. Quel poco che egli scrisse e che di lui sopravvive – il Cusin nello scritto sotto citato discorre di copiose relazioni inviate da Vienna a Trieste tra il 1804 ed il 1809, che paiono perdute – ne lega il nome alla teoria della popolazione.

 

 

Rispetto alla quale egli viene tra l’Ortes, che nel 1790 ragiona partendo dal principio che i beni consumabili esistono in ogni nazione in quantità fissa non aumentabile ed il Malthus, il quale nel 1798 teorizzò il limite posto al progresso indefinito dei popoli dagli ostacoli all’incremento delle sussistenze. Il De Giuliani parte da altra osservazione. Cosa curiosa, è anch’essa un osservazione relativa a quello schema di un equilibrio che pare egli si fosse fermato in mente dover esistere tra i diversi elementi o fattori economici, politici o sociali di una nazione.

 

 

Fonte dottrinale precipua del suo pensiero economico i fisiocrati. Ma diversamente dai semplici pedissequi, egli, dopo aver pagato l’inevitabile tributo all’eccellenza preminente della terra, come fonte prima del reddito nazionale, utilizza, senza indugiarsi a raccogliere la scoria dell’imposta unica, quel che della dottrina fisiocratica è vivo e cioè il concetto dell’«ordine». L’ordine – che oggi dicesi equilibrio – fisiocratico è quella sequenza di fatti, quel livello di prezzi, di salari, di saggi di interesse, quel concatenamento di istituti, quella distribuzione di beni, di compiti sociali, di gerarchie che, se osservato, le nazioni fioriscono e crescono; se rotto si ristabilisce, a traverso attriti ed ostacoli; se non può ristabilirsi, le nazioni decadono o sono ridotte in servitù di altre. Il De Giuliani va più oltre e dal concetto dell’ordine, dell’equilibrio, che nel pensiero dei fisiocrati è «sovratutto» il concetto di un ideale quasi fisso, dal quale ci si può allontanare ma al quale si è forzati di tornare egli trae l’idea di un ordine in movimento. Sinché esiste un certo equilibrio fra le forze sociali, le città prosperano e crescono. Ma quando l’ordine sia rotto, comincia la decadenza. E che l’ordine debba rompersi, nel pensiero del De Giuliani, pare fatale.

 

 

7. L’ordine che si deve principalmente osservare è quello tra produttori e consumatori, tra rustici produttori di sussistenze e cittadini consumatori di esse. Il contrapposto fra le due categorie è di marca fisiocratica; ma nel triestino non è un puro contrapposto. Se esiste ordine od equilibrio fra le due classi, città e campagne prosperano ed allora dove è, il contrapposto? Questo nasce e con esso si inizia la decadenza, quando l’una classe – ed egli pensa qui solo alla cittadina – cresce a dismisura in confronto all’altra.

 

 

Facciasi astrazione dalle «parole» prive di senso, pur nel pensiero più profondo fisiocratico, di produttori e consumatori, si pensi solo al «vivo» che è l’idea dell’ordine equilibrato e si legga:

 

 

«Sino a tanto che gli uomini si prestano l’uno all’altro dei soccorsi e degli uffici scambievoli; sino a tanto che la classe dei consumatori sta in giusto rapporto con la classe produttrice, allora tutto offre ordine ed armonia. Allora i segni della prosperità appariscono sul volto di ognuno: le facce sono ilari; gli uomini provano tutti i vantaggi di una vita socievole; un travaglio moderato assicura ad ognuno un’onesta sussistenza; un giorno di riposo diventa per tutti un giorno di piacere; le generazioni, non – per anco depravate, spiegano tutto il bello di un’origine ancora illesa. Ma questa è un’epoca per le nazioni assai passeggera: essa forma un periodo al quale poi succede un nuovo ordine di cose. L’equilibrio fra le due classi cominciò insensibilmente ad alterarsi: gli uomini si moltiplicano senza che alcuna legge abbia mai pensato a regolar la propagazione coi mezzi della sussistenza…. L’impeto che porta l’uomo a moltiplicarsi doveva, per necessità assoluta, cagionare di tempo in tempo un’alterazione di equilibrio fra le due classi, produttrice e consumatrice; ed ecco dove risiedono le cause delle fluttuazioni continue che tormentano le società…. L’Europa trovasi attualmente in uno stato di violenza, perché un certo equilibrio già più non regge. Numerose città ripiene di popolazioni eccedenti, che consumano i prodotti della terra senza lavorarla; truppe sedentarie universalmente adottate; le marine e le navigazioni, che occupano un’infinità di uomini, i quali, invece di solcar la terra, solcano i mari; la mania attuale del commercio, che, invita mezzo mondo con la falsa lusinga di sognate ricchezze; una folla immensa di proprietari e di possessori della specie numerica, i quali vivono senza sentire i pesi della vita e con aggravare quella degli altri; un clero moltiplicato oltre i bisogni dell’altare; mille braccia occupate dal lusso, dalle arti, dalla mollezza; la coltura delle scienze, il furor degli spettacoli, le professioni vagabonde, la prostituzione, le risorse equivoche, insomma tutte le immaginate maniere con le quali gli uomini si tormentano per vivere, devono condurre ad un punto in cui le consumazioni dei generi di prima necessità non possono più stare in bilancia con le loro produzioni. Allora succede una crisi fatale per le società; allora le classi, invece di aiutarsi reciprocamente, incominciano a premersi l’una con l’altra; allora la povertà nasce in mezzo alle grandi ricchezze; allora gli uomini non hanno più un momento di quiete; un lavoro stentato, che incomincia e finisce col giorno, non basta più a procurare il necessario alimento: conviene allungare il travaglio nelle ore della notte destinate al riposo; allora il popolo, invece di mostrarsi ilare, porta i segni dell’avvilimento; sfibrato dalla fatica, ei non conosce la gioia; il canto, che spiega uno stato di contentezza fra le nazioni più barbare, si vede bandito fra le nazioni più colte: canta bensì l’uomo pagato per bandire le noie del ricco, ma non canta più l’agricoltore, non canta più l’artigiano». (Vicissitudini, ed. Croce, pagg. 10 – 16).

 

 

8. Or, si badi. De Giuliani fin qui pare dedurre la sua legge della decadenza delle società dalla mera osservazione di fatto della rottura dell’equilibrio fra rustici produttori di sussistenze e cittadini consumatori di esse. A che cosa domandiamo ansiosamente, è dovuta la rottura? Al caso, ad un inspiegato influsso maligno che fa seguire la decadenza alla prosperità? No. L’«enigma che nasconde la misteriosa esistenza delle società civili» è riposto nella resistenza che la terra offre ad una indefinita produzione degli alimenti:

 

 

«Una porzione di terra coltivata da due braccia sarà bensì suscettibile di un prodotto capace a nutrire più individui; ma sino ad un certo limite; vale a dire: se questo prodotto arriverà a supplire al bisogno di quattro, egli non potrà più supplire al bisogno di sei» (ivi, pag. 9).

 

 

Quando De Giuliani scriveva, la prima esposizione della teoria della produttività decrescente dei terreni si leggeva soltanto in una relazione di Turgot del 1768 sepolta nelle memorie della società reale d’agricoltura di Limoges (Oeuvres de M. Turgot, 1808, quarto, 315) e West, Malthus e Ricardo dovevano ancora tardare un quarto di secolo a scrivere. Né il brano ora citato del De Giuliani contiene quella teoria.

 

 

Pare dal contesto (vedi ivi, da pag. 7 a 10) voglia significare che un agricoltore, oltre sé stesso, può riuscire a mantenere un altro uomo e poi un altro ancora, i quali attendano alle armi, al commercio ed alle arti; ma non giunge certamente ad alimentare in aggiunta un terzo uomo. Che la formula del De Giuliani, legata alla costanza non solo della superficie coltivata, – premessa comune a Turgot (1768), a West (1815), a Malthus (1815) ed a Ricardo (1817) – ma anche del numero degli agricoltori, sia un adombramento della teoria della produttività decrescente della terra, è disputabile. Non è disputabile che egli con quella formula volesse consapevolmente – qui consiste lo scioglimento dell’enigma – dare un fondamento di osservazione alla teoria della possibilità astratta del giungere del momento in cui si rompe l’equilibrio, non fra popolazione e sussistenze come disse il Malthus nel 1798, ma fra popolazione rustica produttrice di alimenti e popolazione cittadina (produttrice di altri servizi e) consumatrice di essi.

 

 

Scrittore al margine fra l’economica, la politica e la storia, non vide il pericolo di trasferire l’astratto della prima nel concreto delle altre due; ma con questi suoi trascorsi, illuminò, meglio forse di altri più famosi, talune ragioni delle vicende delle città e dei popoli.

 

 

Riflessioni politiche sopra il prospetto attuale della città di Trieste di Antonio De Giuliani. Vienna, dalla stamperia de’ fratelli Gay, 1785. Un vol. in sedicesimo, p. 127, con 4 vignette incise da C. Schutz. Politischer Vervsuch uber die unvermeidlichen Veranderungen der burgerlichen Gesellschaften von Antonio De Giuliani. Aus dem ltalianischen ubersetz, mit euigen berichtigenden Anmerkungen eines unbefangenen Denkers, Leipzig, bey Voss und Leo, 1791. In quarto, 2 c. s. n., 64 pagg. Le pagg. 46 – 63 contengono le note dell’editore tedesco (Cristiano Daniele Ehrard) e fra esse sono notabili, dal punto di vista economico, oltre quella indicata nel testo, la domanda (in nota O) se anche in Inghilterra si osservi la correlazione suggerita dall’a.; fra la prosperità delle campagne e l’inizio della decadenza delle città e l’altra (in nota Q) se davvero lo smembramento delle fortune e la maggiore uguaglianza degli uomini provochino rivoluzioni o non invece pace sociale. Fabio Cusin. – La vita e l’opera di Antonio de’ Giuliani, Trieste, Stab. Tip. Mutilati, 1934. Un vol. in ottavo di pagg. 69. Studio, meditato da tempo ed attuato in seguito alla pubblicazione del Croce. Al quale riesce di utile complemento per le diligenti notizie, in parte non ancora note, sulla vita dell’a., e sulle cose triestine del tempo.

 

 

Il C, esamina anche, sotto i suoi vari aspetti, il pensiero del De Giuliani, soffermandosi in particolar modo, per quanto tocca l’economica, sulla anticipazione che egli avrebbe avuto della teoria della sovraproduzione del Sismondi (ivi, pag. 36 – 37). Fatta astrazione da ciò che non sarebbe da fare gran conto della anticipazione di una teoria sbagliata, il contributo del De G. è diverso, da una qualunque teoria di crisi da sovraproduzione,

 

 

Qui trattasi non di crisi economica; ma di conseguenze (disoccupazione e crisi) di una vicenda fatale, per cui le città e le nazioni, quando siano giunte ad un certo punto del loro moto, si arrestano e decadono. In parte, come è detto nel testo, la decadenza trae origine dallo squilibrio fra rustici produttori e cittadini consumatori. Ma nell’ampio quadro del De Giuliani, le cause dell’incremento e della successiva decadenza possono essere anche altre, d’indole storica, psicologica, politica.

 

 

Nel testo riportai il pensiero dell’a. riguardo all’incremento dato a Trieste da coloro che fuggivano il dispotismo dei turchi, l’inerzia veneta ed il venir meno negli Stati pontifici dei frutti della superstizione dinanzi all’irrompere dei lumi. Le cause politiche producono decadenza e questa, a sua volta, cagione di disoccupazione e di sovraproduzione. Ma è sovraproduzione in tutto diversa da quella sismondiana, che dicesi connaturata al sistema capitalistico. Interessanti i riflessi del Cusin intorno alle non facilmente reperibili Riflessioni sopra i debiti ed i crediti, nelle quali il De Giuliani sosteneva non doversi assegnare i beni immobili dei falliti al disotto del prezzo di stima.

 

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