L’odierna crisi di Borsa ed i suoi insegnamenti

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 20/11/1906

L’odierna crisi di Borsa ed i suoi insegnamenti

«Corriere della sera», 20 novembre 1906

 

 

 

Recenti avvenimenti, fra cui le dimissioni del cavalier Ferruccio Prina da presidente delle Acciaierie di Terni, hanno cresciuto lo stato febbrile, convulsivo in cui si trovano da qualche tempo le Borse italiane; cosicché il mese di novembre resterà memorando per le rovine accumulate in breve ora, come l’agosto dell’anno passato per le fortune rapidamente accumulate.

 

 

Forse esagerano i giornali che valutano le perdite verificatesi nella Borsa di Genova negli ultimi giorni ad una quarantina di milioni di lire; ma è certo che a Genova ed altrove dai finanzieri più quotati nel mondo degli affari ai più umili impiegati, molti sono che amaramente scontano le conseguenze della febbre di borsa che in mal punto li incolse. Ma non è di quelli che si sono procacciati imprudentemente la rovina che oggi vogliamo parlare. Pur troppo molti di essi, piucché colpevoli, furono imprudenti, e credettero che le ricchezze potessero fabbricarsi magicamente col mutare da mano a mano alcune carte nei ritrovi borsistici o nel giuocare sulle differenze; e non pensarono che tutto ciò era un castello di carte destinato a crollare al primo soffio. Sulle loro sorti, se è umano impietosirsi, sarebbe pericoloso commoversi a segno da invocare aiuti che valgano a salvarli dalla rovina. I salvataggi – noi lo vedemmo all’epoca della crisi edilizia – non fanno di solito che prolungare una situazione intricata e rendere più grave lo scoppio della crisi; mentre una liquidazione anche dolorosa giova meglio a risanare l’ambiente ed a permettere alle imprese rimaste in piedi la ripresa del lavoro tranquillo e fecondo.

 

 

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Non dunque per tener dietro ai clamorosi fatti di cronaca borsistica ed ai casi individuali riprendiamo oggi la penna; ma per trarre da quei fatti e da quei casi un qualche ammaestramento generale. Intanto una prima osservazione dobbiamo fare ed è che mentre all’estero l’orizzonte finanziario, se non è chiarito del tutto, non è nemmeno diventato più scuro, mentre le situazioni della Banca d’Inghilterra sono leggermente migliorate, né si verificò il temuto nuovo rialzo del tasso dello sconto; cosicché si ha ragion di credere nel ritorno del sereno almeno col nuovo anno – ed i rialzi dei titoli di Stato, anche di quelli secondari, alla Borsa di Parigi sarebbero un indice di questo ritorno – ; in Italia la tormenta continua ad imperversare nelle Borse; e non si ha alcun accenno che si debba presto ritornare alla calma e ad un tranquillo apprezzamento della realtà. Come ieri i rialzisti, cosi oggi hanno libero campo i ribassisti. Quasi quasi pare che la schiera dei rialzisti sia scomparsa del tutto, e quei pochi che ancora indugiano sono messi in fuga da tassi di riporto dell’8, del 10 per cento o addirittura dai rifiuti delle Banche di riportare le operazioni.

 

 

Senonché chi ben guardi i listini di borsa osserverà che non tutti i titoli sono trascinati sulla rapida china del ribasso; e che parecchi ve ne sono i quali sono ribassati soltanto di qualche lira, mentre altri sono rimasti stazionari, ed alcuni persino crebbero di pregio. Per non fare esempi, rimandiamo i lettori al consueto diligente specchio dei valori negoziati alla Borsa di Milano, che è pubblicato nel numero domenicale del Sole.

 

 

Dunque, se all’estero la calma sembra sia tornata, anche in Italia la tormenta non infierisce su tutti i titoli; ma alcuni ne travolge in ispecial modo, mentre altri sanno efficacemente resistervi. La differenza fra l’Italia e l’estero sia sovratutto in ciò: che all’estero il caro del denaro è determinato in parte bensì dalla speculazione, ma in misura maggiore dall’incremento eccezionale, fantastico quasi dei bisogni e dei consumi. Basta pensare alla situazione peculiarissima in che si trovano le industrie del carbone, del ferro, del rame, dello stagno, le quali, pur crescendo ogni giorno la produzione, non riescono a tener dietro all’incremento straordinario del consumo, per rimanere persuasi che altrove il caro del denaro significa imbarazzo alle industrie che hanno bisogno di denaro per svilupparsi e mette una salutare remora alle speculazioni eccessive; ma non vuol dire però sfiducia, tracollo, rovina. Invece in Italia, mentre da un lato, per il progredire incessante dell’economia nazionale, il rincarir del denaro ha, come all’estero, cagioni liete; dall’altro si vedono accumularsi rovine in pieno periodo di prosperità.

 

 

Di questo contrasto per cui si hanno oggi incrementi di affari ed insieme dissesti colossali, borse quiete e tranquille per alcuni gruppi di titoli e borse accanitamente avverse contro altri gruppi di titoli, potremmo esprimere la cagione dicendo che gli avvenimenti ancora una volta dimostrano la verità del vecchio aforisma: che per avere le borse favorevoli è mestieri alle imprese industriali ignorare le borse.

 

 

Esiste infatti per i capi delle società anonime o delle altre imprese aventi titoli negoziabili in borsa, un metodo sicuro per avere propizio il mondo degli speculatori: ignorarli. Le imprese serie non si preoccupano dei corsi quotidiani dei loro titoli: anzi in sull’inizio non desiderano nemmeno che essi siano quotati in borsa. Aspettano ad introdurli quando l’impresa da qualche anno si sia costituita, quando già distribuisca buoni dividendi.

 

 

Né i dividendi crescono di anno in anno a misura che aumentano i profitti; ma di questi, buona parte va ad impinguare le riserve, essendo ben noto fin dai tempi dell’Egitto antico e della Bibbia, che agli anni delle vacche grasse succedono gli anni delle vacche magre; e che nulla più giova alla serietà ed alla stabilità dei titoli per poter distribuire un dividendo moderato, ma costante, un dividendo che cresca a poco a poco col consolidarsi granitico della intrapresa. I titoli di queste società, se non attirano l’attenzione degli speculatori di professione, i quali non traggono alimento a rialzi e ribassi quotidiani, sono apprezzati dalla Banca solida che ne fa tesoro, che li raccomanda e li colloca fra la sua clientela migliore, compiendo così quella utilissima funzione di intermediario che è propria della banca e della borsa. Se anche i titoli rialzano e se i capitalisti, come sempre accade, li comprano mentre aumentano, ciò non è un male; poiché essendo la psicologia dei risparmiatori così fatta da avere fiducia nei titoli che sono in buona vista e da allontanarsi da quelli che si trovano al disotto della pari, il premio che i titoli fanno, mentre invoglia il capitale a comprarli, non inganna nessuno quando risulta da una graduale e guadagnata accumulazione di utili passati, di credito acquistato, di organismo tecnico e commerciale perfezionato. Né gli acquirenti di un titolo con premio hanno alcun motivo di dolersi di avere pagato quel premio, quando i dirigenti riescono negli anni venturi a continuare a distribuire il dividendo antico, accrescendo di qualcosa a norma degli incrementi progressivi di affari. Potrà quel titolo ribassare alquanto nei momenti di crisi economica generale: ma ben difficilmente accadrà un tracollo, perché gli azionisti sanno che, trascorso il momentaneo periodo di sosta, l’impresa riprenderà il suo cammino ascendente ed i loro titoli torneranno a riacquistare il solito pregio.

 

 

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Altri vi sono fra i promotori e dirigenti di società anonime, i quali reputano questo ora descritto un metodo troppo lento ed antiquato; o credono condizione essenziale di prosperità per l’industria che il prezzo del titolo salga in borsa e diventi due, tre, dieci e talvolta più volte superiore al corso d’emissione. Per raggiungere quest’intento tutti i mezzi sono buoni: dal distribuire forti dividendi fin dall’inizio al prometterne altri più forti ancora per l’avvenire; dall’emettere le azioni fin dal principio ad un corso superiore alla pari, al fare successive emissioni a prezzi rapidamente crescenti; dal sostenerle ai prezzi artificiosamente raggiunti con la creazione di società sussidiarie, aventi questo solo scopo, al sostenerle con compre fatte in borsa coi denari della società o con quelli degli amministratori, ecc., ecc.

 

 

Mentre i titoli in questo modo rapidamente crescono, alte sono le grida di osanna ai capi del fortunato movimento: e son le grida di gioia dei giocatori che, nulla sapendo di quella industria, si mettono della partita a comprare al rialzo; e ad ogni fine mese, finché i valori salgono, incassano ottime differenze; sono i volti lieti degli azionisti effettivi, i quali ad ogni anno veggono aumentato, duplicato il dividendo, né altro cercano, non curandosi nemmeno di andare una volta alle assemblee a chiedere se i dividendi sian tratti dai profitti veri o dal capitale, dai profitti normalmente sicuri o da guadagni straordinari, dal rendimento dell’industria propriamente detta, o dai lucri di abili operazioni finanziarie compiute dai dirigenti, magari in un campo tutt’affatto estraneo ai fini sociali. Son le laudi degli economisti e degli statistici da strapazzo che ad ogni rialzo dei titoli in borsa fanno il conto di quanti milioni di lire sia cresciuta la ricchezza nazionale.

 

 

Ai generali trionfatori Roma metteva accanto uno schiavo incaricato di ricordare che la Rupe Tarpea è vicina al Campidoglio. Agli improvvisi trionfatori della finanza moderna dovrebbesi mettere accanto un mentore, il quale ricordasse che nulle sono le benemerenze patriottiche proclamate dai giornali compiacenti quando all’aumento di valore dell’azione non risponde un incremento effettivo nella consistenza patrimoniale o nella capitalizzazione di profitti futuri sicuramente sperabili: che il convertire l’industria da creatrice di ricchezze nuove coll’assiduo lavoro e colla geniale intraprendenza in manipolatrice di plusvalori sagacemente provocati in borsa è aprire un baratro nel quale è destinata a sprofondare l’industria tutta.

 

 

Quando si provocano i rialzi dei titoli con distribuzioni di dividendi lautissimi magari ottenuti con altri rialzi o con speculazioni di borsa momentaneamente fortunate, si creano aspettative, si fomentano speranze deleterie all’industria. L’azionista rimane tale non perché creda nella solidità del titolo, ma perché spera nel dividendo più lauto che lo spingerà ad altezze maggiori: gli speculatori, i giocatori accorrono a folla attorno al nuovo idolo perché l’essere stato spinto in breve tempo da 500 a 2.500 lire sembra loro arra sicura di ulteriori aumenti da 2.500, a 3.000, a 5.000, a 10.000 lire. Se poi i dividendi sperati non giungono solleciti, se i corsi non continuano a salire, allora agli osanna succedono i crucifige e comincia la rovina. Talvolta i promotori, i dirigenti primi che hanno dato la spinta alla corsa rovinosa, si sono saputi ritirare in tempo; ed ai loro orecchi giunge soltanto l’eco delle maledizioni degli illusi e dei rovinati. Altra volta invece essi si trovano ancora sulla breccia; e possono in tal guisa saggiare quanto effimeri siano i trionfi passati, e quanto dannosa sia stata la lor fretta di anticipare i successi industriali coi successi di borsa. Una causa occasionale basta a rovinare l’edificio a gran fatica costruito. A provocare il tracollo delle Terni di parecchie centinaia di punti bastò che il Governo italiano, richiamato alla coscienza dei suoi doveri verso il paese, dimostrasse di sapere ribellarsi al giogo che il trust siderurgico voleva imporgli. Se i dirigenti ed i maggiori interessati delle Terni non avessero prima favorito il rialzo straordinario delle azioni, se avessero tenuto calcolo della possibilità di diminuizione dei guadagni sulle forniture governative, se non si fossero illusi e non avessero illuso gli altri sulla continuità di guadagni manifestamente in parte aleaori, sarebbero avvenute le rovine odierne? E l’industria siderurgica italiana non sarebbe forse assisa su basi più solide di quanto non sia attualmente?

 

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L’esperienza odierna dovrebbe giovare perciò anche a coloro che ne furono le vittime prime: le industrie, intorno alle quali infierì più freneticamente l’orgia della speculazione borsistica. Se a quest’industrie un augurio dobbiamo fare è di cercare i propri profitti esclusivamente nel lavoro e nella produzione senza curarsi affatto che le azioni salgano o ribassino in Borsa. Quando si vegga l’industria incamminata sulla via degli sforzi tenaci per battere la concorrenza straniera, e per eccellere nel raggiungimento del minimo costo di produzione di prodotti tenacemente perfetti si trovarono sempre dei capitalisti pronti a comprare i titoli ed a tenerli in portafoglio.

 

 

Al paese importa assai poco che i titoli delle Acciaierie di Terni, a cagion d’esempio, valgano in borsa un prezzo piuttosto che un altro. Importa assai che le Acciaierie prosperino e vigoreggino per virtù di lavoro e di intraprendenza, conciliando il proprio legittimo desiderio di lucro industriale con gli interessi dello Stato. Per risolvere il problema posto dall’inchiesta sulla marina e dagli ultimi avvenimenti, alcuni vorrebbero che lo Stato uccidesse l’industria privata delle acciaierie, nazionalizzando questa produzione. Chi scrive non è di questo avviso, poiché pensa alla complicazione enorme di questa industria, alla sua continua mutabilità per invenzioni sempre nuove, alla probabilità che il costo della produzione di Stato abbia a riuscire maggiore di quello della produzione privata. Gli arsenali informino. Tra i due pericoli: che lo Stato, con le acciaierie sue abbia a doversi contentare per forza di corazze care e forse anche cattive ed il pericolo di dover qualche volta ricorrere alla concorrenza straniera per tenere a freno le ingordigie eccessive della industria nazionale, il pericolo minore è ancora quest’ultimo. A diminuirlo ancora, gioverà nei nuovi dirigenti delle Acciaierie il proposito di tenersi lontani dalle speculazioni di borsa e dal desiderio di rialzi nei valori di azioni, rialzi che spingono alla necessità di forti dividendi e di guadagni grossi, che dovrebbero essere dati dalle forniture di Stato. Se a questo proposito si atterranno i dirigenti delle Terni e delle altre imprese che furono duramente provate dall’odierna crisi di borsa, il paese dovrà chiamare benefica la crisi e salutare l’esperienza delle rovine.

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