L’ora della critica

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 19/08/1901

L’ora della critica

«La Stampa», 19 agosto 1901

 

 

 

Uno dei fatti più interessanti della politica interna in questi ultimi giorni è certamente questo: che in tutte le svariate sezioni dei partiti governativi è cominciata un’opera di critica e di dissidio, le cui ultime conseguenze per ora sarebbe prematuro indicare.

 

 

Ieri erano i partiti estremi i quali si dividevano, da un punto di vista politico, in socialisti ministeriali ed antiministeriali, in radicali di Governo e radicali fedeli alla tradizionale rigidità di atteggiamenti, in repubblicani adattabili alle istituzioni monarchiche e repubblicani intransigenti.

 

 

Oggi il criticismo ed il dissidio assume nuove forme interessanti per modo da meritare che se ne faccia cenno sulle colonne del nostro giornale. Nel campo dei socialisti sovratutto le critiche ed i rimbrotti sono all’ordine del giorno.

 

 

Anche senza parlare dei noti litigi personali e politici milanesi, quasi dappertutto la parte intellettuale e dirigente del partito si trova più o meno in lotta coll’elemento operaio, al quale rimprovera di voler andare nelle domande di miglioramenti economici troppo più lontano di quanto sia consentito dalla ragionevolezza e dalle condizioni dell’industria italiana. Sono cose che spesso i giornali costituzionali hanno ripetuto; ma è sintomatico sentirle dire altresì dal massimo diario socialista.

 

 

A proposito del minacciato sciopero generale di Roma, l’Avanti! fa, ad esempio, delle osservazioni assennate, sconsigliando gli operai dalla linea di condotta che essi propendevano a seguire. Il giornale socialista ritiene che in un solo caso lo sciopero generale potrebbe avere speranza di riuscita: quando, cioè, si trattasse e fosse sperabile di modificare in senso collettivo la costituzione della società.

 

 

La cosa è molto dubbia anche in questo caso; ad ogni modo per il presente l’Avanti! ragionevolmente riconosce che «se a questo conato di rapida trasformazione sociale si ricusano non soltanto i lavoratori delle altre parti d’Italia, ma i lavoratori di Germania, di Francia, di Inghilterra, degli Stati Uniti d’America, sarebbe semplicemente puerile credere che la massa operaia di Roma abbia la preparazione e la maturità ancor non raggiunta nei luoghi dove le forme della produzione hanno pur toccato un altissimo grado e dove, per conseguenza, la coscienza delle masse è tanto più adulta e più educata.

 

 

E così lo sciopero generale romano non avrebbe l’effetto di migliorare la posizione dei tranvieri, e neppure quello di lanciare in avanti il moto del proletariato in generale».

 

 

Non solo a Roma, ma anche a Napoli ed a Milano i propagandisti ed i deputati del partito sono in grandi faccende per frenare le «pericolose per quanto nobili impazienze» delle masse operaie. Segno evidente che essi cominciano a capire che il mondo non va avanti sul fondamento di linee di condotta stereotipate e che è mestieri studiare profondamente caso per caso ogni questione prima di decidere se convenga avanzare e sostenere una domanda qualsiasi di miglioramento.

 

 

Condotta questa ragionevole e doverosa; ma è certo che agli operai ammaestrati ogni altro giorno a marciare in guerra contro l’esoso capitalismo, siffatta nuova prudenza dei duci socialisti sembrerà strana ed atta a generare sospetti.

 

 

Di qui l’ostinatezza con cui fino all’ultimo momento i tranvieri di Milano respinsero i consigli di moderazione dei loro medesimi consulenti; di qui un lievito di irritazione degli operai contro gli intellettuali, da cui si pretendono traditi. Né soltanto fra i socialisti sono frequenti gli stiracchiamenti sulla condotta politica da seguire, ed alte le meraviglie e vivaci le divergenze. Anche dal seno della Sinistra costituzionale escono voci di malcontento contro l’azione degli uomini politici che ora si trovano al Governo.

 

 

Abbiamo sott’occhio una lettera che il deputato Luigi Lucchini dirige alla Verona del Popolo, allo scopo di difendere la sua condotta contro l’accusa di non avere preso parte alla votazione del 22 giugno decorso. L’onorevole deputato, pur devoto allo Zanardelli, che egli ritiene l’uomo più eminente ed autorevole di parte sua, e pur fedele ai principii ed ai sistemi di tolleranza e di libertà propugnati dal Gabinetto attuale, non può trattenersi dal muovere all’azione governativa numerosi appunti, interessanti sovratutto perché non provengono da persona militante nelle fila dell’Opposizione.

 

 

All’insigne penalista spiace che il Governo, pur avendo inaugurato una politica interna di libertà e di tolleranza, lo abbia fatto e lo continui a fare, «riserbando a sé ed al suo partito una funzione affatto negativa o passiva.» Il Lucchini non può entusiasmarsi «vedendo procedere così incerta e così poco confortante l’azione degli amici suoi e del Governo, che non sanno o non voglio o non possono valersi del potere e della libertà per ritemprare e rialzare un po’ questa nostra vita anemica e demoralizzata, e compiere quelle riforme larghe e profonde, mercé cui soltanto il partito mio avrebbe ragione d’essere e la Patria comune avrebbe fortuna e prosperità».

 

 

Vivo dolore e quasi sgomento prova il deputato di Verona «vedendo gli uomini di parte sua brancicare così nel buio e nel vuoto, assumere il potere senza accordi e propositi fermi e stabiliti (tranne, se mai, per quanto concerne la libertà dello sciopero, da cui nemmeno conseguirà il risorgimento economico del proletariato e della Nazione), accettare e chiedere la cooperazione degli uomini politicamente più pregiudicati o spregiudicati, propugnar leggi (le sole fin qui votate) di nuove spese più o meno infruttifere, e lo stesso indirizzo di politica interna mostrar di non intendere e di non sapere attuare che a beneficio di altri partiti e di altri ideali».

 

 

Sono queste voci, per ora solitarie, di malcontento; ma era d’uopo tenerne conto, perché sono le sole che si sono apertamente elevate dopo la chiusura del Parlamento.

 

 

Sembra quasi che sia universale il bisogno di rivolgersi indietro e sottoporre all’acuto scalpello della critica lo sperimento del regime liberale che fin qui si è fatto.

 

 

E si riconosce che la libertà non basta quando non vi si congiunga un’opera assennata e positiva, feconda di bene. I socialisti vogliono, ed a ragione, conservata la libertà di sciopero; ma cominciano a capire che questa libertà non deve essere stimolo ad abbandonare il lavoro quando faccia difetto una causa giusta e non vi sia possibilità di riuscita nelle condizioni attuali dell’industria. I liberali anch’essi vogliono mantenuta l’odierna politica tollerante verso tutti; ma loro è molesto che l’opera di Governo si limiti a questa funzione negativa, e vorrebbero iniziata qualche azione pratica e positiva, anche a costo di rendere malcontenti alcuni fra i seguaci della politica ministeriale. L’avvenire ci dirà quali debbano essere i frutti di questo nuovo atteggiamento critico.

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