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La Stampa

L’organizzazione per la difesa commerciale

«La Stampa», 4 dicembre 1897

 

 

 

L’ora presente dell’evoluzione economica è profondamente caratterizzata dalla vittoria delle forze organizzate e condotte alla meta finale da un unico capitano cosciente e veggente.

 

 

Nello stesso modo come oramai le bande improvvisate di volontari entusiasti si frangono in guerra contro i pesanti e massicci battaglioni dell’esercito regolare, così anche le conquiste dei mercati consumatori debbono essere di lunga mano preparate con un piano regolare, e tutte le forze economiche moventi all’assalto di uno sbocco devono insieme coalizzarsi affine di non disperdere la propria attività in inutili conati ed in isforzi dissociati.

 

 

Quali nazioni che prime seppero comprendere questa imprescindibile necessità del moderno mondo economico riportarono le vittorie più brillanti e strepitose.

 

 

Il colono inglese, il quale sbarca in terra sconosciuta, non è isolato ma forma parte integrante di una di quelle potenti Compagnie a Carta che stipendano eserciti, mantengono la giustizia ed iniziano transazioni commerciali.

 

 

Quasi in tutti i paesi nuovi si incontrano spedizioni sapientemente organizzate di scienziati, ingegneri, geografi, che esplorano le regioni sconosciute ed indagano la esistenza di ricchezze naturali o minerali. Negli Stati Uniti questo spirito di associazione e di combinazione è stato spinto al suo massimo grado.

 

 

Noi siamo abituati a lamentarci della concorrenza transatlantica, attribuiamo i bassi prezzi dell’America alla distesa immensa di terre fertilissime ancora vergini, alla mancanza di imposte, alla gratuità della terra; ma dimentichiamo in tal modo che tutti questi fattori di preminenza insieme riuniti non sarebbero riusciti a vincere l’ostacolo delle distanze, ora la tenacia anglo-americana non avesse saputo creare i mirabili organismi commerciali che permettono il trasporto delle derrate ad un costo minimo nei nostri porti. Il grano, che nei nostri paesi viene conservato nei granai dei privati e passa attraverso a mille mani prima di giungere ai consumatori, è venduto negli Stati Uniti dal farmer alle potenti Società che posseggono degli elevatori lungo le rive di tutti i grandi fiumi ed in prossimità dei sistemi ferroviari.

 

 

Gli elevatori sono enormi magazzini in cui il grano viene conservato fino al momento della spedizione sui luoghi di consumo, distinto per qualità e prezzo; il carico e lo scarico avvengono automaticamente coll’impiego di una tenuissima mano d’opera. Vigono a Chicago degli elevatori che possono contenere persino un milione di ettolitri di grano. Le navi delle grandi Società di navigazione vanno ad ormeggiare vicino a questi serbatoi immensi; ed il grano cala da sé nella stiva della nave senza il costoso impiego di sacchi e di facchini.

 

 

Ed in tutti i campi della attività umana la vittoria nella lotta della concorrenza spetta agli americani in virtù del loro spirito di combinazione. La sola casa Armour di Chicago spedisce nell’Europa un milione e settecentomila maiali ed impiega nei suoi stabilimenti undicimila operai. Quando pure le terre americane fossero vecchie come le europee, questo mirabile accentramento basterebbe a dar loro la vittoria sui concorrenti divisi e lavoranti su piccole quantità.

 

 

È noto come la Standard Oil Company abbia accentrato in sé tutto il commercio del petrolio americano; quantunque non possegga i pozzi, i produttori trovano conveniente venderle il petrolio, perché possiede una rete sapientemente costrutta di tubi sotterranei, entro i quali il liquido illuminante attraversa per centinaia di miglia le montagne e le pianure per giungere alle rive dell’Atlantico, ove i vagoni-cisterne lo aspettano per trasportarlo, raffinato, nell’Europa.

 

 

Il cancelliere Goluckowski ha dunque espresso un pensiero giusto e fecondo quando ha detto che l’Europa deve organizzarsi per resistere alla concorrenza estera; ma le sue parole ci lascerebbero scettici e dubbiosi, quando avessero voluto significare la difesa non già per mezzo dell’impiego dei migliori metodi produttivi e commerciali, ma invece per mezzo di una sola barriera doganale più alta e più restrittiva delle attuali. L’idea di un nuovo blocco europeo contro la concorrenza transatlantica non può avere speranza alcuna di effettuazione; ed il suo insuccesso sarebbe altrettanto clamoroso quanto quello dell’antico blocco napoleonico. L’Inghilterra, la vettrice dei mari, non rinuncierebbe certamente a quella sua posizione di intermediaria che la rende ancora oggi la nazione più ricca del mondo; ed i proprietari della terra non riusciranno ivi mai ad instaurare un protezionismo a loro favore simile a quello che vige fra noi, perché industriali ed operai si leverebbero subito a sommossa ed impedirebbero l’attuazione di una proposta acconcia solo a fare aumentare il prezzo del pane.

 

 

Del resto il protezionismo non si è addimostrato dopo una lunga esperienza rimedio efficace contro la concorrenza transatlantica; lo stesso Meline, agrario e proibizionista, lo riconosceva pochi giorni fa ammettendo che le condizioni dell’agricoltura e delle industrie non erano mai state tanto cattive come quando il dazio protettore era stato spinto al suo massimo punto.

 

 

La difesa dell’Europa contro la concorrenza transatlantica non deve essere la difesa della disperazione e dell’angoscia, ma deve consistere nell’adottare tutti quei sistemi produttivi e commerciali che valgono soli a dare la vittoria. Il compito dei Governi deve essere quello di scemare i balzelli che ora gravano come peso morto su ogni industria ed uccidono le iniziative in sul nascere; di regolare e proteggere le contrattazioni con adatti congegni di borsa, di depositi e magazzini generali; di facilitare i trasporti nell’interno dei paesi col ribasso delle tariffe ferroviarie, di costituire un perfetto sistema di informazioni consolari paragonabile a quello di cui menano vanto gli Stati Uniti.

 

 

Già l’Ungheria, ai cui delegati il Goluchowski rivolgere il suo discorso, ha saputo capitanare questo movimento di riscossa, adottando il sistema per zone nelle sue ferrovie, che ha ridotto di molto il costo dei trasporti, ed ha permesso ai suoi connazionali di resistere efficacemente alla concorrenza straniera. Altri segni di risveglio e di difesa attiva si manifestano in tutta l’Europa: i Sindacati di compra delle materie prime, di concimi, di vendita delle derrate e dei manufatti sono uno dei mezzi più potenti di organizzazione in paesi dove accanto alla grande proprietà ed alla grande industria, esistono vigorosi ancora i piccoli poderi degli artigiani indipendenti.

 

 

Non è forse vero che la Danimarca, dove non esiste ombra di protezione doganale ai prodotti della terra, è pur ciò nonostante la nazione europea che meno ha sofferto della concorrenza transatlantica, appunto perché il Governo non ha temuto di spendere somme ingenti nella istruzione agricola, ed i contadini non hanno temuto di abdicare ad una parte della loro indipendenza, confezionando in comune il burro nelle latterie cooperative, e smerciandolo in blocco sui mercati lontani per mezzo di Sindacati di vendita? La difesa dell’Europa contro la concorrenza transatlantica non dev’essere nemmeno questo sovraccaricarsi le membra di armamenti colossali che fiaccano la fibra europea e tolgono alle industrie e ai commerci milioni e miliardi di capitali.

 

 

Non sono né i fucili né i cannoni che possono vincere la concorrenza americana; anzi essi ci rendono più deboli e più facili ad esserne sopraffatti. Sono invece le arti di una pace vera e duratura, non mantenuta a forza di preparativi guerreschi, ma consolidata in tutta Europa con un patto leale di reciproco rispetto e di vicendevole fiducia fra gli Stati del vecchio continente.

 

 

Se a questa difesa organizzata ha voluto accennare il Goluchowski nel suo discorso, non gli mancherà il consenso attivo di tutti coloro che sono fermamente convinti che la vecchia Europa è ancora buona a qualche cosa; ma se egli invece ha voluto accennare ad un rincrudimento di protezione doganale, temiamo forte che l’opera sua sarà seminata di triboli e di spine e coronata da insuccessi e da rovine.

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