L’orientamento dei partiti e delle coalizioni per la battaglia elettorale blocco di uomini o blocco di idee?

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 13/04/1921

L’orientamento dei partiti e delle coalizioni per la battaglia elettorale blocco di uomini o blocco di idee?

«Corriere della Sera», 13 aprile 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 110-113

 

 

 

La parola d’ordine nel momento presente è quella della concentrazione di tutte le forze antisocialiste ed anticomuniste in un sol blocco. Liberali, conservatori, democratici, radicali, riformisti sono chiamati a fare olocausto sull’altare della concordia nazionale delle loro idealità particolari, a dimenticare recenti dissensi ed a combattere uniti per la vittoria contro la distruzione e la rivolta. Persino i cattolici, senza entrare in pieno nel blocco, paiono pronti a compilare liste aperte, così da consentire di fatto ai proprii seguaci una certa collaborazione con i liberali.

 

 

La politica del blocco presenta certamente parecchi vantaggi elettorali e risponde ad uno stato d’animo attualmente diffuso tra gli italiani. I quali non comprendono le lotte intestine tra uomini posti dalla stessa parte della trincea, quando il nemico interno, sebbene scoraggiato e scosso, minaccia tuttavia le fondamenta medesime della società civile.

 

 

Se lo stato d’animo favorevole al blocco esiste, non bisogna tuttavia dimenticare che un altro stato d’animo, forse meno chiaro e consapevole, si è andato formando in questi ultimi anni ed è oggidì divenuto fortissimo: la cosa pubblica non spettare ai procaccianti, ai professionisti della politica, a coloro che vantano come unico titolo l’essersi stretti attorno ad un capo. Il vigoreggiare dei fasci nella parte più giovane della borghesia, il fermento di idee manifesto in tanta parte delle nuove generazioni dimostrano che non invano sul nostro paese è passata la guerra. L’Italia politica del 1911 è una cosa ben diversa da quella del 1914. Un blocco, il quale si formasse solo per mandar su o per sostenere al governo un certo gruppo di persone, non sarebbe compreso dal paese ed anche se riuscisse vittorioso dalla prova delle urne, trascinerebbe vita infeconda e si sfascierebbe al primo urto di avvenimenti nuovi e di difficoltà dure. Il blocco, se vuol vincere e se vuol durare, deve essere non un blocco di uomini, tenuti insieme dal puro interesse del mutuo soccorso elettorale, ma un blocco di idee. Devono mettersi insieme quegli uomini i quali abbiano un ideale comune da raggiungere ed i quali vogliono impedire ai partiti avversi di attuare il loro ideale.

 

 

Avremo tempo durante la battaglia elettorale di svolgere più ampiamente questo concetto fondamentale. Oggi cominciamo a porre un primo caposaldo: poiché il blocco deve essere di uomini avvinti da un comune patrimonio di idee, non sarebbe utile, non sarebbe tollerabile che nel blocco entrassero uomini, i quali non hanno alcun ideale da difendere o, per accaparrar voti, son pronti a ritenere bellissimo, e desiderabilissimo l’ideale medesimo dei nostri nemici, ossia l’ideale socialistico o comunistico.

 

 

Qui occorre parlarci chiaro. La guerra e l’immediato post-guerra sono stati periodi di concreta attuazione dell’ideale comunistico. Per ragioni buone o cattive, l’Italia, al par di quasi tutti gli altri stati belligeranti, ha fatto fare allo stato, ai comuni, ad enti e consorzi collettivi obbligatori molte cose che prima facevano i privati. Le industrie di stato, le industrie municipali, le cooperative e gli istituti pubblici, controllati dallo stato hanno avuto uno sviluppo che un socialista di altri tempi, avrebbe chiamato «superbo». Tutto ciò fu puramente, semplicemente, crudamente socialismo, collettivismo, comunismo. I socialisti ed i comunisti, oggi, avendo osservato l’insuccesso di questi esperimenti fatti su scala grandiosa, affettano di rinnegarli e di dichiararli contraffazioni borghesi. Nulla è più lontano dal vero di questi interessati ripudi. Lenin imita, in peggio, data la minor capacità economica sua e dei suoi sudditi, gli esperimenti comunistici compiuti prima dallo zar in Russia e dai governi europei dal 1914 in poi. La borghesia ed il capitalismo non ci hanno davvero nulla a che vedere. Lo stato agì, si interpose dappertutto, collettivizzò gran parte delle attività umane per mezzo della sua burocrazia, vecchia e nuova, ossia per mezzo degli stessi, precisi organi, con i quali domani agirebbero, se conquistassero il potere, Turati, Treves, Modigliani, Graziadei, Bombacci.

 

 

Lo stato, nel far ciò, ebbe a sua scusante lo stato di necessità determinato dalla guerra. Ma la scusante non deve vietare a noi di riconoscere che l’attuazione su così vasta scala del comunismo, che la organizzazione collettivistica dell’industria, dell’agricoltura, dei commerci, degli approvvigionamenti, dei cambi esteri fu un solennissimo regresso, che essa fu causa di una riduzione notabile della produzione, che essa invelenì e non pacificò gli animi, che essa rese più sperequata la distribuzione della ricchezza, che essa non livellò le fortune, ma impoverì gli uni e arricchì gli altri. In una parola il socialismo non è più un ideale dell’avvenire; ma è una esperienza del recente passato ed una esperienza, la quale ha esasperato tutti, poveri e ricchi; ha esasperato siffattamente tutti, che quasi quasi non si osa più credere ai propri occhi quando si legge la ennesima promessa del governo di porre definitivamente termine alla bardatura di guerra.

 

 

Se tutto ciò è incontestabile, se soltanto un cieco e sordomuto nato può non essere colpito dall’evidenza di queste verità, come è possibile ci siano ancora uomini non fatui, e non volgarmente ambiziosi i quali dicano:

 

 

«i socialisti ed i comunisti devono essere combattuti perché vogliono imporre con la violenza, con la sopraffazione, con la dittatura i loro ideali; ma il socialismo e forse anche il comunismo sono ideali sublimi, a cui noi dobbiamo gradatamente avviarci, che noi dobbiamo cercare di realizzare a poco a poco nei limiti del possibile. Il socialismo non il monopolio di tutti; perché tutti gli uomini dal cuore sensibile e dall’animo generoso sono socialisti e vogliono gradatamente giungere alla felicità collettiva».

 

 

Bisogna avere il coraggio di dire che siffatto latte e miele è pernicioso. Costoro, che dopo così recenti esperienze socialistiche dichiarano ancora che tutto il mondo è socialista, sono gente senza idee, o sono semplici procacciatori di voti. Bisogna escluderli dall’onore di far parte del blocco anticomunista. Non si può combattere il comunismo ed essere disposti ad ogni sorta di socializzazioni, statizzazioni, controlli e simiglianti pesti. Coloro, i quali hanno paura di essere detti «nemici del popolo o del proletario» e son pronti ad ogni sciocchezza, si dichiarino apertamente socialisti. Provvederanno meglio alla propria dignità e coerenza. Noi non abbiamo bisogno di noverare nelle nostre file siffatti amici del popolo. I quali, alla pari e forse peggio dei comunisti, ne sono i veri nemici. Socializzazioni, statizzazioni, controlli, consorzi obbligatori sono tutti mezzi per diminuire la produzione, ossia per far più piccola la torta da dividere, ossia per scemare i salari ed impoverire i poveri. Su questo punto essenziale occorre che i candidati non comunisti si spieghino chiaramente. Sono persuasi che l’attuazione del comunismo sarebbe, come fu in passato, un danno per la società e massimamente per i lavoratori? Se sì, sono disposti a lottare a piè fermo contro gli sperimenti comunistici che per debolezza ed incoscienza si continuano e si annunciano da parte dei governi più intenti ad attuare gli altrui che i proprii ideali?

 

 

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