L’oro americano

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 26/08/1925

L’oro americano

«Corriere della Sera», 26 agosto 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 436-440

 

 

 

Fu già rilevato su queste colonne come, fra tutti i paesi debitori, l’Italia abbia la massima capacità di resistenza ad ingiuste pretese americane, come quella che non ha affatto bisogno di ricorrere a prestiti in dollari. Il debitore, il quale desidera di ottenere nuovi prestiti dall’antico creditore, è assai più propenso ad adattarsi alle pretese di questi, anche se ingiuste od esagerate, rispetto ai vecchi prestiti, di quanto non sia disposto a fare il debitore capace di fare da sé. Questa stessa osservazione ha fatto «Observer» nel «Secolo» dicendo: «non c’è per il debitore privato che ha piacere, convenienza o necessità di fare altri debiti, che una soluzione sola: tenersi buono il ricco creditore e cercare di arrivare il meno lontano possibile nell’accontentarlo, e, nel contempo, condurre, all’ombra delle aperte trattative tra i rispettivi governi per il vecchio “debito” di guerra, negoziati confidenziali con i finanzieri per qualche grosso prestito».

 

 

Gli americani bisogna tuttavia si persuadano ben bene che l’Italia non ha affatto necessità di ricorrere a nuovi prestiti forestieri. Questa necessità sorgerebbe, invero, eventualmente per due ordini di ragioni: industriali e monetarie.

 

 

Dal punto di vista industriale, un prestito, a ragion d’esempio, di 100 milioni di dollari, corrispondenti, al cambio attuale, a 2.750 milioni di lire, potrebbe dar modo alle industrie, le quali stentano a trovare, sul mercato nazionale, i capitali ad esse occorrenti, di fare impianti nuovi, di allargarsi e di mettersi in grado di produrre di più. Il prestito a scopo industriale, è ovvio, non prenderebbe la forma di dollari sonanti, che non servono a niente nel fare impianti industriali, ma direttamente od indirettamente, di macchine, di materie prime, di materiali da costruzione vendutici a respiro. Non si nega, in via generale, che, in determinate condizioni, ciò possa riuscire utile ad un paese. Ma vera utilità o vantaggio evidente e massimo si ottiene soltanto quando gli altri coefficienti di fabbricazione, quelli che non si possono importare dall’estero, siano comparativamente ridondanti, sicché un afflusso dall’estero dei coefficienti mancanti possa utilizzarli od utilizzarli meglio. Se ogni macchina importata dall’estero trovasse in Italia disponibile o male utilizzato il suo pezzo di capannone, od i mattoni, calce e cementi necessari per fabbricare il pezzo di capannone, il suo operaio, la sua quota di tecnico dirigente, la sua quota di capitale circolante necessario per manipolarne i prodotti, noi avremmo le condizioni per la utilizzazione massima del capitale forestiero. Esistono oggi queste condizioni? Non intendo dare al quesito alcuna risposta perentoria, perché alla soluzione di esso mancano molti dati. Ma la fame universalmente sentita di materie prime, di materiali da costruzione – non importabili questi per lo più dall’estero per le eccessive spese di trasporto -, di operai, di organizzazione di trasporto e di vendita sembra indicare che in Italia siamo oggi arrivati ad un punto notevole di utilizzazione dei coefficienti di fabbricazione esistenti. È mia impressione, manifestata qui altre volte, che negli ultimi semestri si sia forse proceduto con velocità soverchia nell’ampliamento delle società e delle imprese esistenti; e che sia opportuno per qualche tempo marcare un po’ il passo allo scopo di ristabilire l’equilibrio. Il che vorrebbe ancora dire che la capacità interna o nazionale di risparmio, sia sufficiente ad utilizzare sempre meglio la terra, le acque, il sottosuolo e gli uomini esistenti in Italia, compresi quelli appartenenti alle nuove generazioni. Ed ancora si potrebbe dedurre da ciò che l’interesse privato alla importazione di capitale estero può bensì essere sentito acutamente in taluni casi, di cui gli interessati sono i migliori giudici, ma che l’interesse generale, pur privato, alla detta importazione sembra mediocre e, come tale, insufficiente a compensare l’eventuale danno di una definizione troppo gravosa all’erario del problema dei debiti interalleati.

 

 

Dal punto di vista monetario, il problema è di soluzione assai più semplice e recisamente negativa. Anche «Observer» sul «Secolo» è scettico intorno alla utilità dei prestiti oro per sollevare le sorti della nostra valuta cartacea. Qui ripetutamente ricordai l’insuccesso del famigerato prestito dei 634 milioni di lire-oro di Magliani, di cui la tragicomica fine fu che l’oro, venuto in Italia, per assicurare l’abolizione del corso forzoso, dopo qualche anno se ne tornò all’estero, donde era venuto e noi rimanemmo col debito dei 634 milioni, su cui pagammo d’allora in poi e paghiamo tuttora, senza alcun costrutto, fior di interessi. «Observer» aggiunge ora l’esempio della Francia che nel 1924 e nel 1925 contrasse prestiti per 300 milioni di dollari, e del Belgio che si indebitò per 130 milioni di dollari, per il risanamento delle rispettive valute; ed il franco francese e quello belga stanno peggio di prima. Lo zloty polacco perde il 10 e fin il 25%, nonostante il tesoro polacco abbia profuso invano, a sostenerlo, 38 milioni di dollari accettati a prestito!

 

 

Né si dica che questi sono esempi accidentali poco probanti. Un solo metodo efficace è noto per risanare valute: ed è la limitazione della quantità della valuta cartacea che si vuol risanare. Se la quantità di carta è prima limitata e poi ridotta, non occorrono prestiti oro a rincalzare il buon effetto della limitazione o riduzione. Se la quantità invece cresce, i prestiti sono impotenti a frenare la discesa inevitabile della carta. Io non so davvero quale sia il sugo che si ricaverebbe dall’aggiungere ai 1.131 milioni di lire-oro sotterrati nelle cantine dei tre nostri banchi di emissione altri 500 o 1.000 milioni presi a prestito negli Stati uniti, all’infuori di quello discutibilissimo di pagare il 7 o l’8% di interesse sul prestito ricevuto. Siano 1.000 o 2.000 i milioni sotterrati, sinché non si danno via a vista ed al portatore a chi presenti biglietti al cambio, non servono a nulla rispetto al cambio. L’essenziale è: fissare un massimo assoluto della carta circolante e ridursi gradatamente al di sotto di questo massimo, sino al momento di poter riprendere, ad un certo rapporto da fissarsi, il cambio a vista. Ma per far ciò non occorrono prestiti: occorre solo un bilancio in sicuro pareggio, non pericolante per eccessive pretese creditorie angloamericane, una quantità di carta circolante inaumentabile, od aumentabile solo a richiesta di chi depositi oro; occorrono cioè condizioni non collegate affatto con un prestito forestiero.

 

 

Aggiungasi che quest’oro americano, il quale dicesi sovrabbondante negli Stati uniti e scarso in Europa è, oggi, un tale dono così pericolosamente dubbio, da doverci far meditare assai intorno alla sua convenienza. Non posso, sullo scorcio di un articolo, entrare in una particolareggiata dimostrazione. Mi basti, per ora, porre una domanda: quale fu una delle condizioni favorevoli per cui l’Inghilterra, ed i paesi che la imitarono, poterono ritornare alla moneta aurea? Questa: che a poco a poco il livello dei prezzi negli Stati uniti e nell’Inghilterra si era dal 1924 al 1925 andato avvicinando: grosso modo, laddove il livello dei prezzi a metà dell’anno scorso era di 155 negli Stati uniti e di 180 in Inghilterra, ora si aggira sui 160 in ambi i paesi: 160 contro il 100 dell’ante guerra. Il dollaro e la sterlina, che prima erano due monete diverse, perché il dollaro comperava molta merce e la sterlina poca merce, oggi sono diventate uguali, perché amendue uguali ad una terza cosa: la merce o le merci in genere. Due cose uguali ad una terza sono uguali tra di loro: il dollaro e la sterlina, comprando all’incirca la medesima quantità di merci all’ingrosso, sono uguali tra di loro. Non bastò, evidentemente, questa sola condizione – dell’uguaglianza dei poteri d’acquisto in merci – per consentire alla sterlina di mettersi alla pari col dollaro; ma, se non sufficiente, fu una condizione necessaria.

 

 

Quale effetto avrebbe, a questo punto, l’esportazione di oro dagli Stati uniti in Europa, in conseguenza di prestiti aurei per la cosidetta ricostruzione monetaria? Che l’oro, diminuito di quantità negli Stati uniti, sopporterebbe ivi un edificio meno maestoso di circolazione cartacea e di credito. Quindi i prezzi ribasserebbero negli Stati uniti: da 160 a 150, a 140 od a 130. Ciò vogliono i deflazionisti americani: ridurre i prezzi interni, ridurre il costo della vita, ridurre il costo di produzione delle proprie industrie, aumentare, coi bassi prezzi, la capacità di concorrenza dei proprii prodotti.

 

 

Conviene a noi accettare quest’oro? A parità di altre condizioni, ciò vorrebbe dire, ad esempio, per l’Inghilterra, già tornata al tipo oro, trovarsi con una massa d’oro cresciuta, con una conseguente possibilità cresciuta di credito e con una tendenza quindi dei prezzi a salire da 160 a 165 od a 170. Laddove oggi c’è equilibrio nei prezzi oro americani ed europei, domani ci sarebbe tendenza a squilibrio.

 

 

L’Inghilterra, per difendere il suo tipo oro dovrebbe ridurre ulteriormente e notevolmente la sua circolazione cartacea, la sua massa di assegni bancari, la quantità esistente di credito bancario. Il che pare sia sinonimo di un inasprimento della crisi economica e della disoccupazione di cui l’Inghilterra già soffre.

 

 

Io non dico che i medesimi effetti debbano verificarsi in Italia, la quale al tipo oro non è giunta, sebbene vi aspiri; e la quale ha i suoi prezzi interni in carta squilibrati rispetto ai prezzi esteri in oro. Mi basti aver dimostrato che il problema merita attento esame e che ai fini della soluzione del problema monetario europeo, ed implicitamente del problema monetario italiano, la importazione dell’oro americano è una gravissima incognita. Finché non si sia sicuri, assai più sicuri di quanto non siamo oggi, che il suo avvento non sia dannoso, è bene che l’oro rimanga in America, rigidamente custodito in quelle cantine bancarie e che gli americani paghino essi, e non noi, le spese della sua conservazione.

 

 

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