L’oro se ne va, l’oro non può andarsene

Tratto da:

L’Italia e il secondo risorgimento

Data di pubblicazione: 08/07/1944

L’oro se ne va, l’oro non può andarsene

«L’Italia e il secondo Risorgimento», 8 luglio 1944, p. 1

 

 

 

L’oro se ne va

 

Da quando sento parlare di cose economiche, ho sempre udito la querela: come faremo a pagare il grano, il carbone, il petrolio e tutto il resto che importiamo dall’estero? Quel poco oro che ancora abbiamo, non sarà presto finito? Come faremo poi? Serriamo dunque subito le porte di casa, affinché non entrino od entrino in minore abbondanza le merci estere, appena tante quante possiamo pagare colle scarse e malviste merci nostrane esportate all’estero!

 

 

Questo è un discorso che dura ab immemorabili. A volere limitarci nel tempo, non passò anno dal 1860 in poi in cui non si sia ripetuto quel piagnisteo su per le gazzette, nei comizi e nei parlamenti. Era un piagnisteo comico: perché, frattanto, le riserve d’oro delle Banche di emissione, di quelle banche che, fuse insieme, diventarono poi la Banca d’Italia, seguitavano a «crescere» di anno in anno. A memoria non oserei dire cifre: ma ritengo di rimanere al disotto del vero, dicendo che l’incremento fu dal 1860 al 1914 da 400 a 1400 milioni di lire ante 1914.

 

 

Parrebbe inutile discorrere intorno a un fatto che, sinché i governanti rimasero sani di mente e si astennero dal prendere volontariamente, come fecero negli ultimi anni dopo il 1927, l’oro a pedate, non si verificò mai. Anzi, si verificò il contrario; perché dal 1860 al 1914 gli italiani lavorarono in patria ed all’estero, inviarono rimesse (cosidette degli emigranti) in paese, guadagnarono noli della marina mercantile, ricevettero dai forestieri il prezzo dei servigi di albergo e di viaggio che ad essi furono resi, tanto da compensare non solo il disavanzo della bilancia commerciale (differenza fra il maggior valore delle merci importate ed il minor valore delle merci esportate), ma da aumentare le riserve auree esistenti in paese, da riscattare pressoché tutti i titoli di debito pubblico che si erano dovuti vendere all’estero per fare l’unità italiana e per costruire la prima nostra attrezzatura ferroviaria ed industriale, e da costituire all’estero non spregevoli patrimoni investiti in terre, industrie e commerci spettanti ad italiani ritornati in patria.

 

 

Quel che accadde, dovrebbe bastare a dimostrare che, per lo meno, non accadde il contrario; ossia che l’oro non se ne andò. Ma, replicano i piagnoni, «poteva andarsene» e non vi è la certezza che il miracolo capitato dal 1860 al 1914 abbia a ripetersi.

 

 

Certamente, a questo mondo non vi è certezza intorno agli accadimenti umani. Tuttavia si può dire che, se gli uomini si comportano con una tal quale, anche modesta, sanità mentale, gli accadimenti passati debbono ripetersi in avvenire.

 

 

Se gli uomini seguiteranno, come fecero dal 1914 al 1944, a far guerre e rivoluzioni, ad attaccare briga ed a perseguitare altrui, l’oro seguiterà, essendo per definizione animale timido, ad andarsene ed a rifugiarsi in quella tale fortezza del Kentucky, dove gli americani sono costretti a custodirlo con perdita di interessi, non piccole spese di custodia e conseguente sommo loro fastidio. Ma, ove appena gli uomini rinuncino a commettere atti di pazzia, l’oro, da buon figliolo, il quale sa di essere una merce che non serve a niente, salvo che a far girare le merci di mano in mano, ha l’abitudine di distribuirsi nel mondo precisamente in proporzione all’uso che se ne fa nel far girare di mano in mano merci e servizi.

 

 

Nessun paese, ai cui abitanti o governanti non abbia dato di volta il cervello o che disperati si siano ridotti a vivere nelle caverne e nei boschi, può rimanere privo d’oro. Se si lavora e si produce, l’oro c’è; e se se n’era andato, ritorna. Con le sue gambe. Senza essere fatto venire apposta da nessun fabbricante di piani misteriosi.

 

 

L’oro non può andarsene

 

L’oro è un buon figliolo, che, se proprio non lo pigliano per il collo e non lo obbligano a scappare, ha l’abitudine di restare nel paese nei limiti in cui si ha bisogno di lui, per fargli fare quel solo mestiere che è capace di fare, ossia di far girare le merci ed i servigi (prestazioni d’opera e simili) da una mano all’altra. Certamente, se il governo di un paese ha fatto tanto da perdere ogni credito e, per comprare ciò di cui ha bisogno, si impadronisce delle riserve auree della sua Banca d’emissione e le spedisce all’estero per comprare qualcosa che altrimenti a lui nessuno darebbe; se, in aggiunta, si mette a perseguitare quei privati che hanno oro, questi cercano di fuggire con i loro averi liquidi o di mandarli all’estero al sicuro. Ma questi sono casi patologici, dai quali si può fare astrazione.

 

 

Normalmente, ecco come gli economisti da assai più di un secolo dimostrano che l’oro non se ne può andare via, da nessun paese, se non nella misura in cui è conveniente a quel paese che esso se ne vada. Supponiamo che in un certo anno un paese «A» abbia all’«attivo» della sua bilancia dei pagamenti internazionali un’entrata di 10.000 milioni di lire per merci esportate, rimesse di emigranti, noli della marina mercantile nazionale, spese di viaggiatori esteri, ecc., ecc.; ed al «passivo» una uscita di 11.000 milioni per merci importate, spese di viaggiatori nazionali all’estero, interessi di debiti, ecc. ecc.

 

 

Supponiamo che quel paese non trovi o non voglia trovare credito all’estero per colmare la differenza. Quel paese dovrà pagare «in contanti» ai creditori esteri quei 1000 milioni di saldo passivo; ed il contante richiesto è unicamente «oro».

 

 

Nessuno accetta i biglietti nazionali, che all’estero non hanno corso. Bisogna rassegnarsi a ridurre la massa d’oro esistente in paese, che per semplicità supporremo tutta concentrata nelle cantine di riserva della Banca di emissione da 7000 milioni a 6000 milioni. Se le cose continuassero in questo stesso ritmo, in sette anni tutto l’oro scomparirebbe dal paese.

 

 

Ma le cose «non possono» continuare su questo stesso ritmo. In economia, una verità fondamentale, da non dimenticare mai, è che non si può toccare un dato, un fatto ed avere la pretesa che nient’altro muti. I diversi fatti economici sono come le stelle del firmamento: che si tengono in equilibrio le une colle altre. Se si immaginasse che il sole si mettesse a ballare il ballo di San Vito, tutti i pianeti e molte altre stelle impazzirebbero. Così non è possibile che la massa d’oro esistente in paese si riduca da 7000 a 6000 milioni senza che assai altre cose mutino. Finché c’erano 7000 milioni di riserva aurea, la Banca poteva tenere in circolazione, supponiamo, 14.000 milioni di biglietti.

 

 

Adesso, che sono 6000 soltanto, la Banca, la quale ha certe regole di condotta prudenziale, ridurrà, ad esempio, i suoi biglietti in circolazione da 14.000 a 12.000 milioni. Qui nascono altri fatti o fattacci. «Prima», il livello dei prezzi delle cose, all’intero era, supponiamo, di 100; ed era uguale al livello 100 dei prezzi delle cose all’estero, fatta ragione dei noli, cambi ed affrancagione.

 

 

Non poteva essere 90 o 110, perché altrimenti le merci avrebbero cominciato a muoversi da sé, («da sé» vuol dire spedite dagli interessati) per profittare delle differenze vantaggiose dei prezzi. «Dopo», il livello dei prezzi all’interno non può restare di 100, perché ci sono 100 milioni d’oro di meno in riserva e 2000 milioni in meno in circolazione.

 

 

Il biglietto è divenuto, «relativamente» alle merci, che sono rimaste invariate, una merce più «rara»; la quale deve rincarare. Cosa vuol dire che un biglietto da 100 lire rincara? Non già che esso si chiami 110 lire; ma che, «con lo stesso nome di 100 lire», compra più merce di prima. E ciò, ancora, a sua volta, vuol dire che le unità di merci comprano «minor» quantità di lire. Ossia che i prezzi delle cose all’interno ribassano. Il livello dei prezzi che era di 100 diventa «all’interno», supponiamo 90. In ragione inversa, siccome all’estero cresce la quantità d’oro a causa dei sopradetti 1000 milioni esportati dal Paese «A» e cresce perciò la quantità dei biglietti in circolazione, i prezzi all’estero crescono, supponiamo, da 100 a 105.

 

 

Dunque, partiti da un livello di prezzi uniforme di 100 all’interno ed all’estero, siamo arrivati, «a causa del disavanzo di 1000» nella bilancia dei pagamenti internazionali del paese «A», ad un livello di 90 dei prezzi all’interno e di 105 dei prezzi all’estero. A questo punto, è chiaro che la situazione preesistente di 10.000 milioni di lire all’attivo e di 11.000 milioni al passivo della bilancia dei pagamenti nel paese «A» non può durare. Conviene «esportare» da un paese dove i prezzi sono bassi (90) verso l’estero dove i prezzi sono alti (105); e inversamente «non» conviene «importare».

 

 

Dunque le esportazioni crescono da 10.000 a, suppongasi, 10.500; e le importazioni scemano da 11.000 a 10.500, finché le due partite si equivalgono all’attivo ed al passivo; ed il livello internazionale dei prezzi siasi nuovamente parificato, supponiamo, a 98. Il che vuol dire ancora che l’oro, non può uscire da un paese se non nella misura in cui ciò sia voluto da un dislivello nel sistema dei prezzi fra il paese e l’estero e finché tale dislivello scompaia.

 

 

A questo punto la bilancia dei pagamenti è in pareggio, e ogni movimento dell’oro cessa. Ossia, ancora, l’oro se ne va da un paese sinché è conveniente se ne vada e non più. C’è forse infatti qualche vantaggio ad avere in paese i prezzi più alti che all’estero? Che cosa importa agli uomini che le cose si chiamino 100 lire o 95 o 105? Nulla, purché le cose ci siano.

 

 

Il teorema ora esposto chiamasi della distribuzione dei metalli preziosi nel mondo. Esso agisce automaticamente ed in virtù sua l’oro si distribuisce da sé, camminando colle sue gambe, tra i diversi paesi del mondo, nella misura esatta in cui è opportuno affinché i livelli dei prezzi nei diversi paesi tendano all’uguaglianza.

 

 

Negli ultimi 30 anni, gli uomini sono usciti matti ed hanno cominciato a viva forza a tirare l’oro di qua e di là, a spaventarlo, a volerlo regolare e «disciplinare».

 

 

Tanto fecero che l’oro spaventato (chi si spaventò furono i legittimi proprietari) andò a rifugiarsi in quella tale fortezza del Kentucky, oggetto di odio e di noia per il custode e di bramosia per coloro che lo hanno cacciato via. Basterebbe che lo lasciassero fare e si rimetterebbe in marcia da solo per redistribuirsi in proporzione alla domanda. Ma c’è, oggi, qualcosa che sia più assurdo del lasciar stare in pace il prossimo?

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