Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

L’ostruzionismo sul pane

«Corriere della Sera», 25 gennaio 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 14-17

 

 

 

Il primo atto concreto dei socialisti unitari e concentrazionisti è stata la deliberazione di intensificare alla camera l’ostruzionismo contro il progetto sul pane. Era facile prevedere che la scissione tra socialisti e comunisti avrebbe istigato ambedue le frazioni ad una lotta acerba di concorrenza non per fare il bene, ma per dimostrarsi ognuna di esse più accesa, più rossa, più avanzata dell’altra. I socialisti più moderati, sebbene in cuor loro riconoscano che si tratta di un errore gravissimo, gridano con voce roca all’affamamento del popolo se passa il progetto del pane. Essi tengono così una condotta ipocrita; ma lo fanno per paura di essere sopravanzati dai concorrenti comunisti nel favore del popolo.

 

 

Tanto maggiore è il dovere del governo di tener fermo e dei deputati non socialisti di appoggiarlo validamente e ferventemente per debellare un ostruzionismo così perverso e così contrario agli interessi del paese.

 

 

Il governo deve mettere ben chiaro il problema dinanzi alla camera e all’opinione pubblica. Radiare dal bilancio della spesa la perdita di 6-7 miliardi all’anno derivante dalla vendita a sotto costo del pane è una necessità vitale:

 

 

  • per ridurre il disavanzo da forse 13 miliardi di lire a circa la metà. Sarà sempre un disavanzo spaventevole, tale da impedire per lunghi anni nuove iniziative di spese; ma tuttavia tale da consentire di mettersi all’opera per eliminarlo gradatamente, senza provare il senso di smarrimento, da cui è sovrappreso colui il quale si propone il raggiungimento di una meta impossibile;

 

  • per ridurre lo spreco di cereali che il commissario agli approvvigionamenti, on. Soleri, calcola in 6-7 milioni di quintali all’anno. È una massa cospicua di cereali, che è destinata all’alimentazione del bestiame; massa che sarebbe certamente ridotta se il prezzo del frumento si elevasse al suo giusto livello e non convenisse più usare la farina invece del fieno e di altre sostanze nell’allevamento del bestiame;

 

  • per rialzare il credito italiano all’estero. Oramai, lo rilevano tutti coloro che viaggiano all’estero ed ivi si trovano a contatto con uomini influenti nella politica, nella finanza, nell’industria, il punto nero della situazione italiana è il pane. Lo ha detto recentemente anche l’on. Soleri: il pane è la pietra di paragone della solidità e della capacità di resistenza dello stato e dell’economia dell’Italia. L’on. Soleri ha compilato, in appendice al suo discorso, un quadro comparativo del prezzo del pane in alcuni importanti stati. In tutti il prezzo è superiore a quello italiano: in Francia, lire italiane 2,17 al kg per il pane comune, 2,90 per il pane di fantasia, nel Belgio lire 2,11 per il pane scuro e 2,37 per il pane bianco, in Spagna lire 2,80, in Inghilterra 3,52, in Svizzera 3,40, negli Stati uniti 7,36, nella Repubblica argentina lire 3,75, per il pane corrente e lire 6,56 per il pane bianco, in Svezia lire 11,29. Il solo paese in cui il prezzo, sempre in lire italiane, è inferiore al nostro, è la Germania, in cui il pane miscelato di grano e segala si vende a 92 centesimi di lira italiana ed il pane di grano per malati a lire 1,08. Ma l’impressione della debolezza del governo tedesco è forse meno viva della nostra perché, nonostante il prezzo basso in lire, il governo ha osato tuttavia aumentarlo a 2,36 marchi per chilogrammo. Dato lo svilimento del marco, il prezzo avrebbe dovuto essere portato ad un livello molto più elevato per essere uguale al costo. Ma la Germania vive molto meno, quanto a pane, di importazioni estere e fa ricadere gran parte della perdita sull’agricoltura paesana; ed in paesi a moneta assai svilita, in cui molti sono rimasti ai redditi antichi, qualche difficoltà, bisogna riconoscerlo, si incontra nell’aumentare i prezzi. Ciononostante, la Germania, ripetiamolo, ha aumentato il prezzo a 2,36 marchi: e tra noi c’è gente la quale si inalbera a vederlo portato a lire 1,30 od 1,50, ossia allo stesso prezzo in lire a cui la Francia paga il pane in franchi, gli Stati uniti in dollari, meno di due terzi di quel che la Svezia lo paga in corone!

 

 

Si inalberano alla notizia dell’aumento quei partiti rossi, i quali nel tempo stesso guardano con indifferenza ad aumenti successivi di 10 centesimi per volta, aumenti che nel complesso equivalgono forse a quanto timidamente chiede il governo per salvare il bilancio statale, quando gli aumenti sono dovuti ai rialzi delle paghe dei panettieri. O non è forse l’aumento da voi consentito, anzi provocato dai vostri organizzatori, della stessa precisa natura dell’aumento voluto dal governo, dalla grande maggioranza del parlamento e dall’opinione pubblica? Nessuno pretende che i lavoranti panettieri si debbano contentare di un sotto salario; e perciò, se il salario doveva essere cresciuto, è giusto che il pane cresca di prezzo. Ma nessuno può pretendere che i contadini italiani ed esteri lavorino la terra, seminino grano, lo mietano; che i mugnai lo trasformino in farina senza essere remunerati delle loro fatiche. Orbene, ciò che vogliono i socialisti italiani è precisamente questo: che i consumatori di pane non paghino ai produttori, fatta eccezione per i lavoranti panettieri, che essi noverano o sperano di noverare fra i proprii fedeli, il dovuto compenso per l’opera loro. E siccome i produttori stranieri non si adattano a tale teoria ed i produttori nazionali vi si adattano molto malvolentieri e solo in parte, così bisogna trovar qualcuno che si sobbarchi al pagamento della differenza. Questo qualcuno essi l’avrebbero trovato nel profittatore di guerra, il quale dovrebbe far le spese di tutto il bilancio, anche cresciuto fantasticamente, dello stato italiano. Ma essi sanno di volere l’assurdo: ché le imposte sui profittatori di guerra furono elevate così da arrivare al 100%, ossia al massimo, oltre il quale non è pensabile di andare. Siccome però il provento della confisca è già impegnato, è già calcolato nel bilancio, è già una delle partite di entrata, dopo le quali il disavanzo rimane di 13 miliardi di lire, è chiaro che il disavanzo del pane non può essere coperto con questo mezzo ed è chiaro, lampante come il sole che il disavanzo, spinta oramai al massimo la tensione di tutte le imposte, non può essere coperto altrimenti che con debiti e con emissione di biglietti.

 

 

Perciò appunto l’estero guarda con ansia alla nostra discussione per il pane, perché da essa deve risultare se v’è una maggioranza decisa a salvare il credito e l’avvenire dell’Italia. Discutere coi socialisti, unitari o comunisti che siano, è tempo perso. Essi hanno un solo programma: quello della distruzione. Essi hanno un solo desiderio: di non essere scavalcati da concorrenti interni in agguato per cogliere ogni occasione di guidarli traditori del popolo. Il nostro invito a salvare il paese è rivolto ai deputati della maggioranza: essi hanno il dovere di stare fermi al loro posto, di resistere al malvagio ostruzionismo dei nemici del paese e del popolo, di non aver vergogna di difendere la causa giusta ed onesta. Noi abbiamo più timore del poco coraggio degli uomini di parte costituzionale che dell’audacia dei sovversivi. L’opinione pubblica giudicherà ben severamente la condotta di quei deputati, i quali non avranno nemmeno saputo resistere alle intimidazioni verbali di gente fatua come quella che popola in quasi totalità i banchi socialisti e comunisti. Quando si tratta della salvezza del paese, non è lecito venire a transazioni con la propria coscienza ed aver paura della concorrenza elettorale di gente che nella faccenda del pane parla un linguaggio privo di eco nella sua medesima clientela politica.

 

 

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