Opera Omnia Luigi Einaudi
Fondazione Luigi Einaudi ETS

L’ultima risposta al prof. Masè Dari

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 16/06/1903

L’ultima risposta al prof. Masè Dari

«Critica Sociale», 16 giugno 1903, pp. 184-187

 

 

 

Gli articoli del prof. Masè Dari contro le conclusioni del nostro studio su L’Italia ed i trattati di commercio richiedono una nostra risposta. In verità dichiariamo subito che noi siamo profondamente scettici – vista la esperienza disastrosa del passato – intorno alla probabilità di riuscire a lottare con qualche costrutto con il nostro contradditore. Poiché egli -scoperto già una volta colpevole di averci rimproverato a torto di avere frainteso o, meglio, falsificato un testo chiarissimo del prof. Bordiga -dichiara ingenuamente di non aver capito il perché noi abbiamo tirato in ballo contro di lui la coda del cane di George.

 

 

Fra avversari che parlano due lingue diverse è ridicolo continuare a litigare. A noi sembrava logica citare lo spirito esempio di George: ed il Masè Dari non solo protesta di non averne capito niente, ma, a maggiore dimostrazione del suo stupore, torna a ripetere lo stesso ragionamento stravagante della riduzione all’assurdo delle nostre premesse per dimostrare che noi abbiamo torto. Segno evidente che noi ragioniamo con una logica diversa dalla sua; e che per riuscire ad intenderci occorrerebbe prima che egli imparasse i metodi insegnanti da quegli scienziati che poi, nella cortezza della nostra mente, consideriamo i soli economisti e statistici degni di nota; mentre egli dovrebbe cortesemente indicarci i libri di testo dove si possono leggere le dimostrazioni meravigliose della bontà del metodo della riduzione all’assurdo nelle scienze statistiche ed economiche.

 

 

Né le cose che riempiono il prof. Masè Dari di alto stupore si fermano qui: egli non capisce perché noi abbiamo citato la teoria dei costi comparati, ed immagina che Ricardo sia una specie di fantoccio agitato dai boxer nelle loro epilettiche contorsioni. Che egli non avesse una nozione precisa della teoria dei costi comparati e non potesse quindi capacitarci dell’uso che ne abbiamo fatto, ce ne eravamo accorti dalla chiusa dei suoi articoli, quando egli immagina che il libero scambio sia una dottrina la quale si basa «su una divisione precisa, continua e conservativa nel lavoro produttivo di tutto il mondo civile», su «una specie di privativa reciproca della produzione di ogni singolo paese», su una «specializzazione d’ogni popolo nella produzione di una sola merce».

 

 

Questa sì che è falsificazione sistematica del pensiero degli economisti difensori del libero scambio, i quali non si sono mai sognati di dire che qualche popolo dovesse «rinunciare allo sfruttamento di quelle risorse essenziali che sono più conformi alle sue condizioni territoriali, alle sue attitudini acquisite, alla situazione generale e speciale del mercato e della produzione di merci facilmente suscettibili di concorrenza»!

 

 

Ad un professore di Economia politica che ragiona in questo modo; secondo «il popolo, che aprisse le sue frontiere alle merci estere, finirebbe per essere schiacciato dalla concorrenza»; ad un professore il quale assevera gravemente che «il libero scambio, del resto, conviene concepirlo assoluto ed universale», noi non abbiamo che una risposta da dare, la quale è anche un consiglio; legga il professore il Ce qu’on voit et ce qu’on ne voit pas dans l’Economie politique di Bastiat; e forse allora potremo ragionare insieme con profitto.

 

 

Attendendo quel giorno – che probabilmente non verrà mai – ci limitiamo oggi a tre brevissime osservazioni di fatto ai tre capitali rimproveri da lui mossici.

 

 

1. Il professore Masè Dari incomincia le sue critiche con l’avvertire che veramente i nostri ragionamenti e i nostri dati non sono così originali da giustificare la nostra affermazione: che cioè essi dimostrano luminosamente la necessità di una politica liberista, la riprova delle verità economiche e la condanna dei sofismi della protezione.

 

 

E qui conveniamo pienamente col nostro critico. Non sono nuovi i fatti: noi non li abbiamo inventati, sibbene li ricavammo da quelle statistiche ufficiali, che nello studio nostro ci prendemmo la cura di citare. E nemmeno sono nuovi i ragionamenti: prima di noi, li aveva esposti in un libro «un po’ vecchiotto» uno scozzese, certo Adamo Smith, seguito poi nei suoi ragionamenti da parecchi altri autori di non ultima fama, che rispondono al nome al Ricardo, Stuart Mill, Cairnes, Say, ecc.

 

 

Ma che colpa ne abbiamo noi se l’Italia è piena di Masè Dari e se quindi, per vedere di non farci divorare, si è costretti a refutare gli antichi sofismi con gli antichi ragionamenti?

 

 

La teoria del libero scambio, al pari di tutte le altre teorie positive, si basa e si comporta sui fatti: ogni nuova categoria di dati che la confermino aggiunge un grado di più di probabilità alla verità sua.

 

 

Questo ci proponemmo appunto di fare nello studio nostro, il cui ordine logico si può riassumere brevemente così. Premesso che teoricamente oramai la teoria protezionista è stata completamente smantellata, abbiamo voluto vedere se nell’ordine dei fatti sociali, di cui lo impulso economico non è che un fattore, esistono, perciò che riguarda il nostro paese, ragioni speciali a favore dei gruppi protezionisti. E per ciò fare, ci siamo posti dal punto di vista di questi gruppi stessi. Ci siamo cioè chiesti: ammettendo come esatto il loro concetto, che il protezionismo ha ragione di esistere in quanto serve a porre le industrie nazionali in condizioni da resistere alla concorrenza delle industrie similari stranieri più robuste e deve esistere fin quando non sia raggiunto un pareggiamento di forze, ammesso questo, ripetiamo, passiamo ad esaminare nelle singole industrie del nostro paese: 1. se ora è venuto il momento accettato dagli stessi protezionisti per diminuire ai consumatori l’onere gravissimo della protezione; 2. se questa sia riuscita a rendere vive e vitali quelle industrie la cui esistenza era combattuta da quella famosa dei costi comparati che il prof. Masè Dari ignora.

 

 

E, quanto al primo punto, abbiamo visto una serie di casi, nei quali la protezione oramai riesce di solo danno ai consumatori, senza recare vantaggi produttivi.

 

 

Quanto al secondo punto, ci si sono presentate dinanzi due industrie tipiche, quella del ferro e la cerealicola, per le quali la protezione non ha ottenuto il minimo dei risultati da essa previsti. E allora, tralasciando di occuparsi dell’industria del ferro, i cui motivi in Italia sono puramente politici nel largo senso della parola (e i fatti di questi giorni ce lo dimostrano), abbiamo appuntato le critiche più specialmente contro il dazio sui cereali, come il più iniquo, il meno logico, il più dannoso per le classi povere per l’immensa maggioranza degli agricoltori.

 

 

Ci siamo anche chiesti: perché, se quanto noi diciamo è vero, il sistema doganale in Italia continua ad essere così oneroso e rovinoso per le masse, a vantaggio esclusivo dei portafogli dei pochi? E la riposta è stata che questi pochi erano bene organizzati in “impresa politica”, per rubare una frase felice all’amico prof. Montemartini, mentre i molti costituiscono una massa amorfa.

 

 

Di qui concludemmo con l’appello alla maggioranza degli italiani di riunirsi solidamente attorno alla bandiera liberista, la quale in fondo, nell’attuale momento, porta a conseguenze politiche di primaria importanza.

 

 

Il prof. Masè Dari, senza aver visto nulla di questo processo logico, si aggrappa ad una frase secondaria e affatto incidentale del nostro lavoro; moltiplica, divide, somma e sottrae, per concludere alla difesa dei latifondisti del suo cuore.

 

 

Noi diciamo: occorre trasformare coraggiosamente l’industria cerealicola e, dove essa non si regge, sostituirvi la coltura del frutto e dell’ortaggio.

 

 

Il nostro critico risponde: se noi dovessimo sostituire ad un tratto, in tutti i terreni attualmente coltivati a cereali, la coltura intensiva del frutto e dell’ortaggio, occorrerebbero tanti miliardi di uomini (veramente più tardi vi sostituisce delle diecine di milioni) e tanti miliardi di lire.

 

 

Se, ad onore e lustro d’Italia, il prof. Masè Dari fosse vissuto nei primi anni dello scorso secolo, quando si parlava della necessità di sostituire nell’Europa la vaporiera ai carrettieri, egli avrebbe gravemente obbiettato: per sostituire, a tutte le strade carrozzabili di Europa, altrettante linee ferroviarie; per porre, in luogo di tutte le vetture, delle locomotive e dei vagoni, occorrono 250 mila chilometri di nuove strade, non sappiamo quante diecine di miliardi di lire, oltre un milione di ferroviarie, e intanto si rovinano i conduttori di carrozze. L’impresa è impossibile, tiriamo avanti coi carrettieri!

 

 

2. Il Professore, con quella nota sua smania di fare delle moltipliche smisuratamente inverosimili, trova che, per trasformare l’Italia agricola, ci voglion subito 14 miliardi e mezzo; e par che abbia l’aria di dirci: li avete voi questi miliardi da regalare ai nostri agricoltori?

 

 

Noi abbiamo sfogliato pazientemente il nostro opuscolo per vedere quanto mai avevamo dichiarato la necessità di trasformare da un anno all’altro l’agricoltura italiana; e non vi abbiamo trovato nulla di simile. E non ve lo deve avere trovare nemmeno l’egregio Professore, perché subito dopo, citando un calcolo del professore Valenti, si contenta di ricordarci che, per trasformare parzialmente la cultura agricola in Italia, occorrono da 30 a 50 anni ed una spesa intorno ai sette miliardi. Come se anche noi non conoscessimo benissimo i calcoli del prof. Valenti, ed anzi uno di noi non se ne fosse servito in un articolo della Tribuna del 4 febbraio 1903 – un po’ prima dunque che al Masè Dari venisse la geniale idea di servirsi di un calcolo sensatissimo in appoggio alle sue fantastiche moltiplicazioni -appunto per dimostrare errate le speranze assurde di una rigenerazione a pronta scadenza dell’agricoltura a base di credito a buon mercato!

 

 

Lo sappiamo anche noi che in Italia il capitale è scarso, difficile e caro; ma il metodo migliore, per allettarlo a venire dall’estero ed a rivolgersi amoroso verso la terra, non è certo quello di tener su a furia di dazi una industria artificiosa, come la cerealicola, che ripete in molti terreni la sua esistenza dal voto di una precaria coalizione di interessi. Come volete che i capitali vadano verso la terra, quando non sanno se e fin quando la cultura a grano continuerà ad essere remunerativa e quando hanno ogni ragione di temere che un vento di giustizia butti a terra un edificio a mala pena tenuto su dai puntelli dei dazi? Altro ci vuole: possibilità di sbocchi all’estero, aumento della capacità di consumo delle masse operaie, cittadine e contadine, compensi per i miglioramenti ai conduttori agricoli, svalutazione delle terre e diminuzione conseguente dei fitti. Quando queste condizioni ci saranno, il capitale andrà di per sé alla terra, non in quella misura enorme che il signor Professore gratuitamente ci affibbia, ma in quelle proporzioni che saranno determinate dal tasso dell’interesse sul mercato e dalla produttività comparativa delle varie industrie. Di questo sono convinti i migliori fra gli agricoltori veri, ai quali il dazio sul grano sta già diventando indifferente. Sentite cosa dice il signor A. Bocchi, presidente dell’Associazione dei conduttori di fondi del Cremonese: «A noi l’abolizione del dazio sul grano può dare poco danno. Se poi essa fosse accompagnata da una corrispondente diminuisce del canone d’affitto, ci avrebbe completamente favorevoli». (Giornale degli Economisti, maggio 1903).

 

 

Della stessa opinione sono i più valenti fra gli agronomi italiani che vivono della vita dei campi. E citiamo il Bordiga, che della vita agricola del Mezzogiorno d’Italia è competentissimo conoscitore. Che se poi il prof. Bordiga non bastasse, rimandiamo il nostro contraddittorio all’ultimo lavoro del prof. Savastano, pure della Scuola superiore di Portici, il quale, trattando della coltura arborea in Italia, avverte come la coltura granaria potrà progredire solo quando, a renderle razionale, intervengano i capitali guadagnati dalla coltura arborea stessa, aiutata da opportune condizioni economiche. Perché precisamente tutti i più intelligenti agricoltori d’Italia non ritengono già che, abolito il dazio, la cerealicoltura anderebbe senz’altro a rifascio. Sarebbe rovinato bensì l’odierno sistema neghittoso e incivile della coltura cerealicola; ma ne potrebbe sorgere un altro, rigoglioso e trionfate, di coltura nazionale intensiva, al quale il dazio protettivo sarebbe perfettamente inutile. E questa tesi, sostenuta dai nostri migliori studiosi di cose agrarie, conferma per altra via il teorema del Loria: che il dazio sui grani è utile solo ai latifondisti e ai proprietari di terreni che già danno rendita e che si coltivano estensivamente. Tutta la immensa massa dei piccoli coltivatori e dei mezzadri, dal dazio sui cereali non ricava un centesimo.

 

 

3. L’ultimo tasto, che il Professore predilige, è quello del mercato mondiale. Ma, come! – egli dice – voi invitate gli agricoltori a produrre ed esportare vino, agrumi, frutta, ortaggi in Svizzera, Russia, Germania, America, Inghilterra; e non sapete che in tutti quei paesi noi siamo distanziato dai concorrenti spagnuoli, greci, turchi, australiani, americani della Florida e della California! Il posto è preso ed a noi non resta che raccogliere le briciole della mensa. Specialmente la California lo spaventa. Un giorno egli ha mangiato delle pesche e delle susine californiane ed il dolcissimo ricordo non lo ha più abbandonato.

 

 

Noi non abbiamo l’abitudine di andare ghiottamente scegliendo nelle vetrine dei negozi le squisite frutta esotiche, che sono la predilezione del professore Masè Dari; ma abbiamo avuto la ventura di discorrere a lungo con parecchi fra i produttori di frutta e di vino precisamente del paese spauracchio dell’egregio Professore: la California. L’altro giorno uno di noi si è incontrato con un suo compaesano che nella California si trova a capo di una delle più grandi case produttrici di vino; e naturalmente, memori della risposta che dovevamo scrivere sulla Critica Sociale, gli abbiamo chiesto notizia sulla spaventosa inondazione di frutta ed agrumi americani e sulle sue cause.

 

 

«L’inondazione c’è e diventerà sempre più terribile, (ci disse il nostro interlocutore, un piemontese completamente americanizzato); ma la colpa è vostra. Noi dobbiamo lottare con condizioni più difficili delle vostre: tariffe ferroviarie enormi, mano d’opera carissima, geli intempestivi che obbligano a distruggere il lavoro di anni ed anni per non perdere le fatiche avvenire; ma vi abbiamo posto riparo con una organizzazione tecnica ed una organizzazione commerciale perfetta. Coll’impiego delle macchine su vasta scala noi rendiamo remuneratori dei prezzi così bassi, che a voi italiani farebbero gettare alte strida e ricorrere piagnucolando per aiuto al Governo; con degli Uffici di vendita noi non lasciamo un punto di tutto il territorio americano che non sia controllato e dove arrivi un arancio od un libro di vino di più di quelli richiesti dai prezzi correnti. Fate voi altrettanto, e vedrete che l’America è ancora aperta largamente per i vostri prodotti. Ma occorre che siate onesti, organizzati e tenaci. Se no, non caverete dalla vostre spedizioni nemmeno le spese di trasporto; e sarete meritatamente vinti».

 

 

Quelle cose, che a noi diceva il nostro interlocutore, il prof. Masè Dari le può trovare quasi testualmente riprodotte (e la concordanza mirabile fra due persone, l’una che sta a San Francisco e l’altra a Washington, è la prova della esattezza delle loro affermazioni) in un bellissimo rapporto del Ravaioli, delegato commerciale italiano a Washington, rapporto che tutti possono leggere nel bollettino Ufficiale del Ministro di Agricoltura (numero del 9-14 aprile 1903). Sembra del resto che la concorrenza della California non abbia sinora recato all’Italia quei grossi danni che il prof. Masè Dari, pieno del suo goloso ricordo, mostra di temere. Difatti, dal 1892 in poi, la nostra esportazione di agrumi, frutta fresche, legumi e ortaggi è andata vertiginosamente crescendo; citiamo a questo proposito le cifre dell’ultimo quinquennio:

 

 

 

ESPORTAZIONE (unità = 1 quintale)

1898

1899

1900

1901

1892

Agrumi

1.970.550

2.392.175

2.004.982

2.444.324

3.200.846

Frutte fresche

461.188

702.516

395.544

586.841

751.845

Frutti, legumi e ortaggi preparati

47.377

46.513

68.265

71.882

107.336

 

 

Il che dimostra che, almeno in fatto di frutta e legumi e degli infiniti preparati che con essi si possono produrre, l’umanità , che non può concedersi i lussi del prof. Masè Dari, presenta ancora un tale margine al consumo, da permettere un aumento ancora quasi indefinito di produzione all’Italia, senza nessun danno dei nostri amici della California. Precisamente come a uno di noi, assai goloso in materia di vini finissimi, la presenza in Italia del Bordeaux e dello Johannisberg non ha mai fatto concepire seri timori sull’avvenire prossimo e futuro del Barolo o del Lacryma Christi.

 

 

Abbiamo ricordato quel dialogo ed il rapporto del Ravaioli per provare una cosa soltanto: che noi italiano possiamo ancora aprirci una via nel mercato mondiale. Certo noi non dobbiamo illuderci di trionfare senza far nulla, in virtù del monopolio del bel cielo. I monopoli naturale del cielo e della terra non ci son più; e del Masè Dari affetta di credere, alla verità della dottrina del libero scambio. Noi, libero scambisti, non diciamo niente affatto agli agricoltori: «con le porte aperte dell’estero voi siete sicuri di asportare e di lucrare largamente. Questa sarebbe menzogna sfacciata» e incoraggiamento all’infingardaggine. Noi non adoperiamo queste arti disoneste di cattivarci la gente; e non vogliamo imitare in ciò i protezionisti, i quali coi dazi sul grano presentano ai cerealicultori un mercato nazionale sicuro, sebbene impoverito, da sfruttare all’ultimo sangue. La mancanza di coraggio nell’aprirsi nuove vie ed il desiderio di non aver da lottare con nessuna concorrenza, di vincere senza combattere nessuna battaglia, questi sentimenti bassi ed ignobili dei popoli infingardi noi li lasciamo ai nostri avversari del protezionismo agrario.

 

 

La nostra dottrina è una dottrina di coraggio e di audacia, di tentativi perseveranti, di sconfitte momentanee e di vittorie finali. I libero scambisti non additano l’Eldorado sul mercato mondiale; essi non dicono agli agricoltori di slanciarsi nel giardino incantato per cibarsi tranquillamente delle frutta di bontà mirabile. Essi sanno che per vincere nella lotta della concorrenza è d’uopo lottare e che solo i forti e gli ardimentosi vincono. Ma vogliono che nella lotta accanita i combattenti non siano impacciati da pesanti armature; essi sanno che sarà più facile conquistare un mercato estero quando i dazi siano del 10%, che non se i dazi siano del 50 per cento. Anche a parità di condizioni con gli spagnuoli, con i greci, con i californiani, ecc., ecc., è più probabile la vittoria se i dazi sono bassi, perché allora non ci urteremo più contro una barriera non frangibile per legge; ma dovremo combattere solo contro la maggiore abilità o la più perfetta organizzazione altrui. Ed allora vinceremo se sapremo diventare più abili e sapremo organizzarci ancor meglio degli stranieri.

 

 

L’Italia si trova ad un bivio solenne del suo cammino storico: o rimanersi adagiata sul miserabile giaciglio di apparente sicurezza del protezionismo agrario; o fare un tentativo di conquista dei mercati stranieri, concedendo larghe riduzioni di tariffe ai nostri provveditori di manufatti, di grano, di petrolio, di caffè, in cambio di corrispondenti riduzioni di dazi sulle nostre esportazioni. Noi speriamo che, malgrado le querimonie degli interessati e dei professori di protezionismo, l’Italia vorrà scegliere la seconda alternativa, sapendo di scegliere una vita che condurrà alla luminosa vittoria solo attraverso a fatiche inenarrabili ed a sforzi sovrumani. Ma il popolo, che non sapesse durare quelle fatiche e compiere quegli sforzi, non sarebbe degno di continuare ad occupare un posto sulla scena del mondo.

 

 

ATTILIO CABIATI e LUIGI EINAUDI

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