L’unione economica italo-austriaca

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 29/08/1922

L’unione economica italo-austriaca

«Corriere della Sera», 29 agosto 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 791-795

 

 

 

Le proposte di unione doganale e monetaria fra l’Austria tedesca e l’Italia sono troppo vaghe sinora perché un giudizio sicuro possa essere dato su di esse. Ed il giudizio economico è nettamente ed intieramente subordinato a quello politico, sicché anche ove la conclusione fosse pienamente favorevole dal punto di vista economico, ben potrebbe e dovrebbe la proposta essere respinta se la ragion politica vi fosse contraria.

 

 

L’unione politica fra due stati, di cui uno, l’Italia, è veramente un tutto compatto ed indipendente, mentre l’altro, l’Austria, è un moncone di nazionalità avulsa dal suo centro naturale tedesco, di cui l’uno fu non molto tempo addietro soggetto e l’altro dominatore, mentre oggi il rapporto avrebbe l’apparenza di essere rovesciato, di cui nessuno si ritiene di civiltà inferiore all’altro, ma certamente sono l’uno dall’altro diversissimi per consuetudini, idee, lingua, modi di vita, quest’unione politica sarebbe un fatto singolare, nuovo e sotto molti aspetti preoccupante.

 

 

Possiamo tuttavia porre il problema altrimenti: supposto che non si parli di fusione propriamente detta, che Austria ed Italia seguitino ad essere due stati politicamente sovrani e l’uno dall’altro indipendente, giova ad essi l’unione doganale e monetaria? Non si tratta soltanto di ipotesi, ma di realtà esistita. Il Lussemburgo fu per lunghi anni parte del territorio doganale germanico, sebbene politicamente fosse uno stato indipendente. Piccoli paesi, come il principato di Lichtenstein, usarono la moneta di altri stati vicini più estesi. L’ipotesi non ha per se stessa nulla di assurdo.

 

 

L’unione doganale – per parlar di questa in primo luogo – vorrebbe dire che il confine doganale fra l’Austria e l’Italia sarebbe abolito, che le merci passerebbero liberamente attraverso la frontiera dall’uno all’altro paese; e che, dalla parte di Oriente, la linea doganale verrebbe spostata verso nord e verso est, ai confini con la Germania, la Cecoslovacchia, l’Ungheria e la Jugoslavia. Il provento dei dazi doganali sull’unico territorio italo-austriaco verrebbe ripartito in certe proporzioni fra i due stati, ad

esempio in ragione di popolazione.

 

 

Come economista, non ho nulla da obbiettare ad un simile piano. Esso sarebbe certamente benefico ad amendue i paesi. Noi avremmo legnami, cellulosa, ferro a più buon mercato, l’Austria avrebbe vino e altre derrate agricole e seterie nostre a migliori condizioni. Il mercato di sbocco delle industrie e dell’agricoltura di ambi i paesi sarebbe allargato, con indiscutibile beneficio dell’economia di entrambe le nazioni.

 

 

Ma, perché noi dovremmo rifiutare a qualsiasi altro paese il vantaggio concesso all’Austria? Per la clausola della nazione più favorita, se noi lasciamo entrare in Italia le merci austriache senza pagar dazio, dovremmo lasciar entrare del pari senza nulla pagare le merci francesi e svizzere e tedesche. Il che io auguro vivamente che accada pel vantaggio dell’Italia; ma non so vedere perché debba accadere solo nei rapporti con l’Austria. Se noi dobbiamo infrangere la regola aurea dell’uguale trattamento di tutte le merci a qualunque nazione appartengano, ciò deve accadere per qualche ragione. La quale non può essere economica; poiché noi non abbiamo nessuna ragione di preferire, per se stesse, le merci austriache a quelle francesi o svizzere o tedesche. Ma deve essere politica. E cioè noi dovremmo desiderare di costituire un unico territorio doganale con l’Austria allo scopo di preparare una più stretta lega o federazione o fusione tra i due stati. Il problema cessa di essere economico, per entrare nel vasto campo politico. Sono davvero gli austriaci tedeschi il popolo con cui noi abbiamo più grandi affinità spirituali? Se dovessimo preparare la fusione con qualche altro popolo, non ne esiste davvero nessuno più affine a noi per lingua, origini, cultura, sentimenti? Il tipo dello stato italiano evolve sul serio verso quello di una Svizzera in grande, con questo di variante che nel suo seno vivrebbero una intiera nazionalità, quella italiana, ed una minoranza tedesca gravitante spiritualmente verso un altro potente paese?

 

 

Non meno formidabili sono i quesiti che fa sorgere il pensiero di una unione monetaria. Secondo l’ipotesi ragionevole di un anonimo economista, l’Italia dovrebbe emettere 160 milioni di lire carta italiana. Con questi ritirerebbe gli 800 miliardi di corone austriache al cambio di 5.000 corone per ogni lira. La Banca austro-ungarica sarebbe posta in liquidazione; la Banca d’Italia creerebbe filiali a Vienna e nelle altre città austriache. Così la corona austriaca sarebbe stabilizzata o meglio sarebbe convertita nella lira italiana.

 

 

Il problema però è più complesso di quanto non appaia da questo primo schema semplicistico. In un primo momento l’Austria disporrebbe per la sua circolazione di 160 milioni di lire carta, invece dei suoi antichi 800 miliardi di corone carta. Ma subito si vedrebbe che i 160 milioni non bastano. Noi siamo 40 milioni di italiani e disponiamo di 20 miliardi circa di biglietti. Allo stesso ragguaglio i 6 milioni di austriaci abbisognano di 3 miliardi di lire carta in biglietti. Possono contentarsi anche di 160 milioni, ma a condizione che in Austria i prezzi di tutte le cose, merci, terreni, case, titoli, subiscano un tracollo spaventevole ossia cadano circa alla ventesima parte del livello italiano. Uno dei punti invero più singolari dell’odierno impazzimento monetario è che le cose valgono meno precisamente dove sembrano valer di più. I giornali raccontavano ieri che la corsa dei trams a Vienna sarà portata a 1.000 corone. Sembra molto, ma al cambio di 5.000 corone ciò vuol dire 20 centesimi soltanto.

 

 

Ed un’altra cagione di formidabili nuove emissioni di lire sarebbe data dal disavanzo del bilancio austriaco. L’unione monetaria, la sostituzione della lira alla corona, non muterebbe di un ette i seguenti fatti:

 

 

  • La popolazione di Vienna è divenuta esuberante. C’è forse un milione di abitanti che vivevano nella capitale di un grande impero ed oggi non sanno come fare a vivere. Bisogna che essi si adattino ad emigrare, e che ci siano stati a popolazione rada che si adattino a riceverli. A questo problema l’unione tra i due stati non reca alcun rimedio;
  • La popolazione esuberante viennese è composta in notevole parte di ex impiegati, di ex pensionati, che non sanno come vivere. Lo stato austriaco spende in sussidi miliardi di corone al giorno. Dovrà spendere milioni di lire. Chi le fornirà?
  • Non certo i contadini austriaci, tirolesi, carinziani, i quali vivono ora agiatamente e si rifiutano nel modo più energico di alimentare la popolazione sovrabbondante della capitale. Se si rifiutano ora, quanto più si rifiuteranno il giorno in cui essi avranno l’impressione che uno stato straniero potente, l’Italia, si sia incaricato di riordinare la baracca austriaca!

 

 

Il problema monetario è appena l’indice del problema vero. Questo consiste in ciò che l’Austria è uno stato macrocefalo, con una enorme capitale, che la campagna non vuole e non può mantenere, con una classe politica priva di forza per far pagare il pane, il carbone, le ferrovie, le poste, le tranvie quanto valgono, con un bilancio il quale vive stampando biglietti. Questo stato continuerebbe ad esistere, tale e quale, con i suoi vizi e con il suo disavanzo, dopo l’unione doganale e monetaria. Peggio anzi: perché avrebbe la tentazione di vivere stampando lire, a debito dello stato italiano associato. Il che noi dovremmo impedire ad ogni costo; né potremmo farlo se non abolendo il parlamento austriaco e le diete provinciali ed assumendo noi la somma del potere.

 

 

In ultimo, il problema dell’unione economica italo austriaca si riduce dunque a questo: ci sentiamo noi di mandare un dittatore a Vienna, affinché provveda a far emigrare un milione almeno di cittadini viennesi esuberanti ed a far pagare durissime imposte ai contadini austriaci recalcitranti? Un dittatore che sappia mettere l’ordine nel bilancio austriaco e faccia cessare le nuove emissioni cartacee?

 

 

Se l’avessimo, quest’uomo geniale e ferreo, io proporrei di tenercelo tutto per noi, ché anche noi abbiamo problemi gravissimi da risolvere, analoghi a quelli austriaci, sebbene per ora non altrettanto pericolosi. Ma se non l’abbiamo, temo forte, che l’unione economica non abbia altro effetto se non di fare dell’Italia Austria uno stato un po’ più solido dell’Austria, ma più pericolante di quanto non sia l’Italia. Il sistema di far la media ha sempre condotto a maggior rovina gli speculatori di borsa perdenti; ed ho paura che non sia diverso il risultato di quell’interessante operazione che sarebbe la media aritmetica fra due paesi.

 

 

«Corriere della Sera», 29 agosto 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 791-795

 

 

 

 

Le proposte di unione doganale e monetaria fra l’Austria tedesca e l’Italia sono troppo vaghe sinora perché un giudizio sicuro possa essere dato su di esse. Ed il giudizio economico è nettamente ed intieramente subordinato a quello politico, sicché anche ove la conclusione fosse pienamente favorevole dal punto di vista economico, ben potrebbe e dovrebbe la proposta essere respinta se la ragion politica vi fosse contraria.

 

 

L’unione politica fra due stati, di cui uno, l’Italia, è veramente un tutto compatto ed indipendente, mentre l’altro, l’Austria, è un moncone di nazionalità avulsa dal suo centro naturale tedesco, di cui l’uno fu non molto tempo addietro soggetto e l’altro dominatore, mentre oggi il rapporto avrebbe l’apparenza di essere rovesciato, di cui nessuno si ritiene di civiltà inferiore all’altro, ma certamente sono l’uno dall’altro diversissimi per consuetudini, idee, lingua, modi di vita, quest’unione politica sarebbe un fatto singolare, nuovo e sotto molti aspetti preoccupante.

 

 

Possiamo tuttavia porre il problema altrimenti: supposto che non si parli di fusione propriamente detta, che Austria ed Italia seguitino ad essere due stati politicamente sovrani e l’uno dall’altro indipendente, giova ad essi l’unione doganale e monetaria? Non si tratta soltanto di ipotesi, ma di realtà esistita. Il Lussemburgo fu per lunghi anni parte del territorio doganale germanico, sebbene politicamente fosse uno stato indipendente. Piccoli paesi, come il principato di Lichtenstein, usarono la moneta di altri stati vicini più estesi. L’ipotesi non ha per se stessa nulla di assurdo.

 

 

L’unione doganale – per parlar di questa in primo luogo – vorrebbe dire che il confine doganale fra l’Austria e l’Italia sarebbe abolito, che le merci passerebbero liberamente attraverso la frontiera dall’uno all’altro paese; e che, dalla parte di Oriente, la linea doganale verrebbe spostata verso nord e verso est, ai confini con la Germania, la Cecoslovacchia, l’Ungheria e la Jugoslavia. Il provento dei dazi doganali sull’unico territorio italo-austriaco verrebbe ripartito in certe proporzioni fra i due stati, ad

esempio in ragione di popolazione.

 

 

Come economista, non ho nulla da obbiettare ad un simile piano. Esso sarebbe certamente benefico ad amendue i paesi. Noi avremmo legnami, cellulosa, ferro a più buon mercato, l’Austria avrebbe vino e altre derrate agricole e seterie nostre a migliori condizioni. Il mercato di sbocco delle industrie e dell’agricoltura di ambi i paesi sarebbe allargato, con indiscutibile beneficio dell’economia di entrambe le nazioni.

 

 

Ma, perché noi dovremmo rifiutare a qualsiasi altro paese il vantaggio concesso all’Austria? Per la clausola della nazione più favorita, se noi lasciamo entrare in Italia le merci austriache senza pagar dazio, dovremmo lasciar entrare del pari senza nulla pagare le merci francesi e svizzere e tedesche. Il che io auguro vivamente che accada pel vantaggio dell’Italia; ma non so vedere perché debba accadere solo nei rapporti con l’Austria. Se noi dobbiamo infrangere la regola aurea dell’uguale trattamento di tutte le merci a qualunque nazione appartengano, ciò deve accadere per qualche ragione. La quale non può essere economica; poiché noi non abbiamo nessuna ragione di preferire, per se stesse, le merci austriache a quelle francesi o svizzere o tedesche. Ma deve essere politica. E cioè noi dovremmo desiderare di costituire un unico territorio doganale con l’Austria allo scopo di preparare una più stretta lega o federazione o fusione tra i due stati. Il problema cessa di essere economico, per entrare nel vasto campo politico. Sono davvero gli austriaci tedeschi il popolo con cui noi abbiamo più grandi affinità spirituali? Se dovessimo preparare la fusione con qualche altro popolo, non ne esiste davvero nessuno più affine a noi per lingua, origini, cultura, sentimenti? Il tipo dello stato italiano evolve sul serio verso quello di una Svizzera in grande, con questo di variante che nel suo seno vivrebbero una intiera nazionalità, quella italiana, ed una minoranza tedesca gravitante spiritualmente verso un altro potente paese?

 

 

Non meno formidabili sono i quesiti che fa sorgere il pensiero di una unione monetaria. Secondo l’ipotesi ragionevole di un anonimo economista, l’Italia dovrebbe emettere 160 milioni di lire carta italiana. Con questi ritirerebbe gli 800 miliardi di corone austriache al cambio di 5.000 corone per ogni lira. La Banca austro-ungarica sarebbe posta in liquidazione; la Banca d’Italia creerebbe filiali a Vienna e nelle altre città austriache. Così la corona austriaca sarebbe stabilizzata o meglio sarebbe convertita nella lira italiana.

 

 

Il problema però è più complesso di quanto non appaia da questo primo schema semplicistico. In un primo momento l’Austria disporrebbe per la sua circolazione di 160 milioni di lire carta, invece dei suoi antichi 800 miliardi di corone carta. Ma subito si vedrebbe che i 160 milioni non bastano. Noi siamo 40 milioni di italiani e disponiamo di 20 miliardi circa di biglietti. Allo stesso ragguaglio i 6 milioni di austriaci abbisognano di 3 miliardi di lire carta in biglietti. Possono contentarsi anche di 160 milioni, ma a condizione che in Austria i prezzi di tutte le cose, merci, terreni, case, titoli, subiscano un tracollo spaventevole ossia cadano circa alla ventesima parte del livello italiano. Uno dei punti invero più singolari dell’odierno impazzimento monetario è che le cose valgono meno precisamente dove sembrano valer di più. I giornali raccontavano ieri che la corsa dei trams a Vienna sarà portata a 1.000 corone. Sembra molto, ma al cambio di 5.000 corone ciò vuol dire 20 centesimi soltanto.

 

 

Ed un’altra cagione di formidabili nuove emissioni di lire sarebbe data dal disavanzo del bilancio austriaco. L’unione monetaria, la sostituzione della lira alla corona, non muterebbe di un ette i seguenti fatti:

 

 

  • La popolazione di Vienna è divenuta esuberante. C’è forse un milione di abitanti che vivevano nella capitale di un grande impero ed oggi non sanno come fare a vivere. Bisogna che essi si adattino ad emigrare, e che ci siano stati a popolazione rada che si adattino a riceverli. A questo problema l’unione tra i due stati non reca alcun rimedio;
  • La popolazione esuberante viennese è composta in notevole parte di ex impiegati, di ex pensionati, che non sanno come vivere. Lo stato austriaco spende in sussidi miliardi di corone al giorno. Dovrà spendere milioni di lire. Chi le fornirà?
  • Non certo i contadini austriaci, tirolesi, carinziani, i quali vivono ora agiatamente e si rifiutano nel modo più energico di alimentare la popolazione sovrabbondante della capitale. Se si rifiutano ora, quanto più si rifiuteranno il giorno in cui essi avranno l’impressione che uno stato straniero potente, l’Italia, si sia incaricato di riordinare la baracca austriaca!

 

 

Il problema monetario è appena l’indice del problema vero. Questo consiste in ciò che l’Austria è uno stato macrocefalo, con una enorme capitale, che la campagna non vuole e non può mantenere, con una classe politica priva di forza per far pagare il pane, il carbone, le ferrovie, le poste, le tranvie quanto valgono, con un bilancio il quale vive stampando biglietti. Questo stato continuerebbe ad esistere, tale e quale, con i suoi vizi e con il suo disavanzo, dopo l’unione doganale e monetaria. Peggio anzi: perché avrebbe la tentazione di vivere stampando lire, a debito dello stato italiano associato. Il che noi dovremmo impedire ad ogni costo; né potremmo farlo se non abolendo il parlamento austriaco e le diete provinciali ed assumendo noi la somma del potere.

 

 

In ultimo, il problema dell’unione economica italo austriaca si riduce dunque a questo: ci sentiamo noi di mandare un dittatore a Vienna, affinché provveda a far emigrare un milione almeno di cittadini viennesi esuberanti ed a far pagare durissime imposte ai contadini austriaci recalcitranti? Un dittatore che sappia mettere l’ordine nel bilancio austriaco e faccia cessare le nuove emissioni cartacee?

 

 

Se l’avessimo, quest’uomo geniale e ferreo, io proporrei di tenercelo tutto per noi, ché anche noi abbiamo problemi gravissimi da risolvere, analoghi a quelli austriaci, sebbene per ora non altrettanto pericolosi. Ma se non l’abbiamo, temo forte, che l’unione economica non abbia altro effetto se non di fare dell’Italia Austria uno stato un po’ più solido dell’Austria, ma più pericolante di quanto non sia l’Italia. Il sistema di far la media ha sempre condotto a maggior rovina gli speculatori di borsa perdenti; ed ho paura che non sia diverso il risultato di quell’interessante operazione che sarebbe la media aritmetica fra due paesi.

 

 

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