L’unità sindacale e il consiglio superiore del lavoro

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. III

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 27/11/1910

L’unità sindacale e il consiglio superiore del lavoro

«Corriere della sera», 27 novembre 1910[1]

Le lotte del lavoro, Einaudi, Torino, 1924, pp. 191-200

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.III, Einaudi, Torino, 1960, pp. 328-336

 

 

 

 

La controversia circa la composizione del Consiglio del lavoro, (vedi qui, alle pp. 153 sgg.), non è finita quando si sia riconosciuta la convenienza di dare tutt’al più un voto consultivo a coloro che non rappresentano gli interessati e di preferire le associazioni sindacali specificamente costituite per regolare i rapporti fra capitale e lavoro alle associazioni generiche, tecniche od economiche. Anzi comincia appena. Poiché subito sorge il problema: quali saranno le associazioni sindacali a cui sarà affidata la nomina dei consiglieri del lavoro? Come si stabiliscono i connotati di queste associazioni per saper distinguere le «buone» dalle «spurie»? i sindacati eletti dai «reprobi»? Che non si tratti di un problema facile è manifesto dall’accanimento posto dai socialisti nell’affermare che soltanto certe associazioni sono le «buone» e che in ispecial modo sono da mettersi al bando le associazioni cattoliche. La scomunica si vorrà estendere certamente alle associazioni cosidette gialle o repubblicane, che nel Ravennate si contrappongono alle associazioni “rosse” o socialiste. Quali siano gli argomenti con cui si vorrebbe impedire alle associazioni cattoliche o repubblicane di concorrere all’elezione dei consiglieri del lavoro confesso di non essere riuscito a comprendere chiaramente e moltissimo mi meraviglia che quei misteriosi argomenti siano stati accettati nel consiglio da uomini di parte liberale. La giustificazione precipua dell’esclusione sarebbe questa: che non si debbono ammettere al diritto di voto le associazioni le quali sorgano per rompere il principio della unità sindacale in forza di una pregiudiziale di partito politico o di confessione religiosa, col condizionare l’accettazione del socio o la sua appartenenza all’associazione a dette pregiudiziali. Ammettere, si afferma, i delegati di associazioni confessionali, perché cattoliche, o perché repubblicane o socialiste, sarebbe un vero privilegio. Le associazioni debbono essere ammesse a nominare i delegati quando esse siano aperte a tutti senza chiedere professione di fede alcuna. Altrimenti esse non sono più associazioni economiche, bensì associazioni religiose o repubblicane o socialiste con vernice economica.

 

 

Chi ha fatto questo ragionamento era per fermo un uomo profondamente illiberale. Innanzi tutto perché lo stato dovrebbe preoccuparsi di mantenere intatto il principio della unità sindacale? In virtù di qual principio lo stato dovrebbe dire: – è utile, è necessario che in ogni mestiere gli industriali e gli operai siano uniti in due soli sindacati, l’uno all’altro opposto? – Non certo in virtù di nessun principio, il quale sia scritto nelle nostre leggi e che possa chiamarsi un principio liberale. Vogliono gli operai, vogliono gli industriali di un mestiere riunirsi in un solo sindacato nazionale per parte? Lo stato non ha nulla a ridire, e non potrà non ammettere di fatto i membri di quel solo sindacato ad eleggere i consiglieri del lavoro. Credono invece gli operai o credono gli industriali di riunirsi in parecchi sindacati, uno per regione, o parecchi nella stessa regione, a seconda del colore politico o delle credenze religiose o a seconda di altre differenziazioni ancor meno interessanti? Lo stato non dovrà far altro che accettare siffatta condizione di fatto e dare il diritto di voto a tutti coloro che sono in realtà operai ed industriali, qualunque sia la loro etichetta politica o religiosa. Lo spezzamento in tanti sindacati diversi campanilistici o partigiani, potrà essere antipatico ai nuovissimi cultori delle scienze economiche, potrà urtare i nervi di chi desidera l’unità sindacale e l’organizzazione accentrata; ma è uno stato di fatto che soltanto la partigianeria più cieca può rifiutarsi di riconoscere. O non sono tutti i cittadini uguali nei diritti e nei doveri?

 

 

Con qual diritto vogliamo mettere al bando i cattolici perché essi intendono far parte dei sindacati cattolici e i repubblicani di Ravenna perché si tengono stretti ai sindacati gialli e non vogliono entrare nei sindacati rossi? Dicono i socialisti ed i falsi liberali in combutta coi socialisti: lo stato deve riconoscere solo i sindacati neutri. Allegazione ipocrita questa della neutralità; perché più della neutralità scritta negli statuti vale la partigianeria delle persone che si trovano a capo delle organizzazioni cosidette neutre. Ma anche astrazion fatta dall’ipocrisia evidente dell’obiezione, vi è una cosa sola da osservare: che cioè, per ragioni buone o cattive, spiacevoli o piacevoli a certi organizzatori od a certi economisti, vi sono uomini i quali non vogliono entrare in certe associazioni perché le ritengono disadatte a difendere i loro, bene o male intesi, interessi e vogliono invece entrare in altre associazioni, che hanno un’altra etichetta, occulta o palese. Gli industriali milanesi od alcuni di essi non vorranno, ad esempio, entrare a far parte della Confederazione generale dell’industria, che ha sede a Torino, benché questa sia aperta a tutti. Avranno magari torto ad astenersene, ma intanto questa è la loro ferma, decisa volontà. Gli operai repubblicani di Ravenna non vogliono aderire alle organizzazioni neutre. Rompono con ciò l’unità sindacale operaia, così come alcuni industriali milanesi rompono l’unità sindacale padronale. Sarà questo un fatto lacrimevole, forse, ma è un fatto. Anzi il solo fatto di cui lo stato deve tener conto. Lo stato non è né cattolico, né socialista, né repubblicano, né partigiano delle organizzazioni milanesi né di quelle torinesi. Lo stato, non potendo negare a nessun uomo la libertà di agire come crede entro i limiti della legge, non può obbligare i socialisti ad entrare nelle organizzazioni cattoliche e non può, per converso, obbligare i cattolici ad abbandonare le loro leghe cattoliche e costringerli ad entrare nelle leghe neutre che essi aborrono, appunto perché neutre. I difensori, operai o padroni, dell’unità sindacale se vogliono veder trionfare il principio caro al loro cuore hanno una sola via onesta dinanzi a loro: far propaganda allo scopo di persuadere gli adepti delle altre fedi ad abbandonare le organizzazioni dissidenti ed accedere all’organizzazione neutra. Il giorno in cui sarà scomparso l’ultimo sindacato cattolico, giallo, milanese o torinese, lo stato dovrà riconoscere non il principio ma il fatto dell’unità sindacale. Riconoscendolo prima, come oggi fa, gli esclusi avranno ragione di lamentarsi di denegata giustizia e di dire allo stato: voi ci escludete dal diritto di voto, perché siamo religiosi, perché siamo repubblicani, perché siamo affezionati alla piccola regione nostra e diffidiamo delle organizzazioni nazionali troppo grandiose; ed escludendoci, voi agite da tiranno o, se meglio vi piace, da giacobino, il che è peggio di tiranno.

 

 

Senonché la tesi liberale del diritto di rappresentanza concesso imparzialmente a tutti gli operai ed industriali, qualunque sia la fede, negativa o positiva o neutra, dei loro sindacati, urta contro una difficoltà pratica. Come organizzare invero il suffragio? Anno per anno dovrebbe essere riveduta la lista delle associazioni sindacali costituite con specialità di fine allo scopo di discutere le questioni del lavoro. Fatica non lieve e non immune da pericoli. Come impedire, ad esempio, che si costituiscano associazioni di falsi operai e di falsi industriali, le quali verrebbero a perturbare il risultato genuino delle elezioni? Come far sì che un operaio od un industriale, iscrivendosi a parecchie associazioni, neutra o confessionale, regionale o nazionale, non riesca a pesare due volte col suo voto sulla designazione dei consiglieri del lavoro? Poiché nessun privilegio si deve sancire a favore delle associazioni nazionali contro le associazioni regionali, poiché nessun obbligo deve essere imposto a queste ultime di federarsi nazionalmente, ben potendo darsi che gli interessati preferiscano l’una all’altra forma di organizzazione, i doppioni saranno inevitabili e si andrà incontro a difficoltà pressoché inestricabili.

 

 

La difficoltà massima dell’elettorato «corporativo» sta del resto nella definizione della parola «sindacato di mestiere». S’intende che la difficoltà è tale per chi si metta dal punto di vista liberale e nel tempo stesso voglia far salve le ragioni supreme di vita dello stato nella forma oggidì vigente. Bisognerebbe trovare una definizione che ammettesse tutti i sindacati, quelli nazionali e quelli regionali o rossi insieme coi gialli ed i neutri e poscia, se si potesse, i sindacati dei disorganizzati e dei crumiri. Tutti costoro sono cittadini italiani, possono essere operai od industriali, e possono avere interesse a fare il mestiere del rosso o del giallo o del crumiro, ed hanno perciò diritto di voto per far valere quei loro interessi. Opinar altrimenti è un voler far risorgere le caste chiuse e negare i diritti individuali dell’uomo. Una definizione siffatta del «sindacato di mestiere» è quasi impossibile. La legge francese del 1884, che si è trovata allo sbaraglio della definizione, ha detto che i sindacati professionali sono «associazioni di persone che esercitano lo stesso mestiere, o mestieri simili, od attendono ad occupazioni connesse, concorrenti alla produzione di determinati oggetti, ed hanno esclusivamente per oggetto lo studio e la difesa di interessi economici, industriali, commerciali e agricoli». Fare a meno di quell’esclusivamente è difficile; se non si vogliono considerare come sindacati anche associazioni aventi per iscopo la lettura di giornali umoristici, e lo sport della corsa a piedi, o il premio al miglior bevitore di vino dello stabilimento. Includerlo, vuol dire dar causa vinta ai dogmatici dell’unità sindacale ed agli esclusivisti sotto bandiera di neutralità. Né uno stato monarchico potrebbe esplicitamente riconoscere, con una registrazione ufficiale presso la prefettura, un sindacato repubblicano il quale si proponga, oltre gli scopi professionali, anche l’intento di sovvertire la forma esistente di governo; e neppure potrebbe registrare un sindacato cattolico il quale invocasse il ristabilimento del potere temporale.

 

 

Il dilemma è chiaro: da un lato lo stato liberale non può negare agli operai ed industriali repubblicani o cattolici di difendere i loro interessi di classe in seno al Consiglio del lavoro, anche se essi non vogliono iscriversi ad un sindacato neutro, perché non può mettere nessun uomo al bando della società e perché è altamente impolitico, oltreché ingiusto, lasciare radicare in alcuni gruppi della popolazione il convincimento che ad essi giustizia è negata; dall’altro lato lo stato non può in una legge sancire il principio che siano riconosciuti sindacati legalmente costituiti per cospirare contro l’ordine politico costituito o contro l’unità della patria. Dal dilemma non si esce con una definizione del sindacato; od almeno a me non è riuscito di intravvedere la definizione.

 

 

Di qui l’opportunità della soluzione più radicale: che cioè il diritto elettorale sia dato direttamente agli operai e agli industriali singoli. E la proposta messa innanzi, in una forma un po’ grezza e certamente emendabile, dall’on. Luzzatti quando era ministro di agricoltura e che fu accolta con glaciale silenzio dall’attuale Consiglio del lavoro e subito mandata agli archivi. Miglior dimostrazione dello spirito nettamente settario, oggidì dominante in quell’alto consesso, non era possibile dare. Le obiezioni invero che ragionevolmente possono muoversi all’elettorato individuale diretto non sono fondamentali. Non vale dire che la formazione del corpo elettorale sia difficile od anche difficilissima; perché è ben più facile definire l’operaio o l’industriale che non il sindacato. Né si può addurre la ragione della spesa per le elezioni generali, quando la spesa sarebbe limitata finché il corpo elettorale rimanesse in gran parte assente e sarebbe giustificatissima quando gli elettori si appassionassero alla lotta. Né è necessario vi sia un collegio unico, a scrutinio di lista, per tutta Italia. Sulla base del prossimo censimento della popolazione e delle industrie, non sarebbe impresa troppo ardua organizzare nelle industrie un collegio nazionale per ogni grande gruppo di mestieri e nell’agricoltura un certo numero di collegi corrispondenti alle maggiori divisioni regionali in zone agricole. Certo, l’organizzazione dovrebbe andar perfezionandosi per sperimenti successivi; ma quale è quell’istituto umano che sia nato perfetto?

 

 

L’obiezione più forte, almeno in apparenza, all’elettorato individuale è quella che la Confederazione italiana dell’industria riassunse dicendo che nelle regioni non organizzate gli elettori rimarranno assenti e l’elettorato individuale rimarrà privo di effetti pratici, mentre nelle regioni fortemente organizzate l’elettorato individuale favorirà i disorganizzati, ossia la «massa inerte che non comprende, che non conosce, che non sente le nuove direttive e i nuovi problemi della vita sociale» a danno degli organizzati, ossia degli «uomini più illuminati, consapevoli dell’importanza e delicatezza dei rapporti sociali da classe a classe e che tendono ad esplicare, a mezzo dei sindacati, un’azione diretta all’incremento e alla difesa degli interessi di classe».

 

 

La critica è illogica. Non si vede come i disorganizzati, i quali se ne staranno assenti, a confessione della Confederazione dell’industria, nelle regioni, ad esempio, del mezzogiorno, diverranno d’un tratto elettori solertissimi nelle regioni dove l’organizzazione è progredita. Si tranquillizzino gli attuali dirigenti dei sindacati operai e padronali! Difendendo l’elettorato individuale non mi sono illuso che esso debba servire a fare effettivamente votare i disorganizzati, i crumiri ed a dare la vittoria a qualcosa d’altro dai sindacati. Purtroppo i ribelli alle organizzazioni, gli individui insofferenti dei freni corporativi, questi veri pionieri del progresso non andranno a votare e non avranno mai rappresentanti in seno a nessun consiglio del lavoro in nessun paese del mondo. Difendendo l’elettorato individuale, intendo soltanto trovare una soluzione automatica, liberale al problema dell’unità o varietà sindacale, delle rappresentanze generiche o specifiche, ecc. ecc. Sarebbero eletti i rappresentanti di quelle organizzazioni che di fatto si fossero dimostrate più attive, più energiche, meglio atte ad accaparrare i voti degli interessati. Io non sono di quelli i quali ritengono che, col metodo ora proposto, i delegati sarebbero l’emanazione genuina e diretta di tutti gli operai e di tutti gli industriali, anche non organizzati. Lungi da me siffatta utopia. Gli eletti nelle elezioni politiche od amministrative o professionali non sono mai gli eletti della generalità, sibbene della minoranza meglio organizzata. In fondo l’elezione non sarebbe fatta dagli elettori, sibbene dalle organizzazioni, ossia dai comitati direttivi dei sindacati operai e padronali. Il sistema dell’elezione apparentemente individuale presenterebbe però questo grandissimo vantaggio sul sistema dell’elezione attribuita ai sindacati: che non sarebbero fissati per regolamento i nomi dei comitati direttivi organizzatori delle elezioni. Se si fanno eleggere i consiglieri del lavoro dai sindacati operai o padronali noi: 1) costringiamo lo stato a scegliere i sindacati investiti del diritto di scelta; 2) cristallizziamo questi sindacati, almeno per un certo tempo e diamo un posto preminente ai dirigenti gli attuali comitati sindacali. È una vera oligarchia che si forma, difficilissima a spossessarsi e gelosa di tutte le nuove forze sociali sorte all’infuori della sua egida.

 

 

Se invece l’elezione è attribuita agli elettori singoli, operai ed industriali, sebbene l’elezione sia sempre fatta in realtà dai comitati sindacali, questi però non costituiscono un ruolo fisso, oligarchico. Vinceranno i comitati più abili nell’accaparrarsi gli elettori. Nell’industria tessile vinceranno, ad esempio, i sindacati operai cattolici e le associazioni industriali milanesi; nell’industria metallurgica la vittoria spetterà ai sindacati operai socialisti ed alle associazioni industriali nazionali. Domani le proporzioni muteranno e la vittoria sarà di nuovi gruppi, quelli più numerosi e fattivi. Potrà persino darsi, nel caso che in qualche regione od industria arretrata dove il proletariato sia poco cosciente, riesca persino ad essere nominato delegato uno di quegli esseri antidiluviani che hanno nome di liberali. Elezione individuale vuol dire vittoria di quei sindacati rossi, gialli, cattolici, liberali, nazionali o regionali che riescano ad accaparrarsi di fatto, volta per volta, or gli uni or gli altri, i voti degli elettori. Ogni altra soluzione sembra attissima soltanto a consacrare la tirannia di alcune oligarchie di devoti al principio della unità sindacale.



[1] Con il titolo La Riforma del Consiglio superiore del Lavoro [ndr].

Torna su