L’uomo ferito

Tratto da:

L’Italia e il secondo risorgimento

Data di pubblicazione: 27/01/1945

L’uomo ferito

«L’Italia e il secondo Risorgimento», 27 gennaio 1945

 

 

 

Gli italiani, i quali tanto operarono in passato per l’elevazione morale e materiale di se stessi, di nuovo opereranno a fin di bene ove il tragico esperimento durato nel ventennio scorso li abbia veramente persuasi dell’errore commesso nello scegliere nel 1922 la via breve verso l’ascesa. La via breve ha, oltre quello di «dittatura», un altro nome e si percorre anche dietro una guida che non si dice del «salvatore». La via si chiama del «piano», di un qualunque piano e la guida è l’uomo «perito». è ormai vecchia la mia mania di parlar male dei periti, in lingua barbara detti esperti. Imperversarono negli anni dopo il 1918: e ritorneranno ad imperversare domani.

 

 

Perito è lo specialista, il quale conosce a fondo «un» problema e non ha cura degli altri. Il perito deve risolvere e conosce i mezzi appropriati a risolvere «quel» problema. Non sono un tecnico e non so se bastino i periti a risolvere i problemi tecnici; avendo qualche perizia di cose agricole, ascolto con rispetto i tecnici e nel tempo stesso vedo la necessità di tener conto di tanti altri fattori, sovratutto imponderabili, prima di applicare i loro insegnamenti.

 

 

Nelle cose sociali, i legamenti di un fattore con tutti gli altri fattori, dall’insieme dei quali si determina uno stato sociale, sono molti e varii e mutevoli, sicché solo l’esperienza prolungata ed i tentativi ripetuti possono dirci quali siano gli effetti anche di una piccola modificazione che si voglia introdurre nel meccanismo sociale. L’uomo perito non si impaccia di queste difficoltà. Egli è uno scienziato, o crede di esserlo, perché conosce a fondo un pezzo della macchina sociale e conosce i mezzi di far funzionare quel pezzo con perfezione. Ma quel pezzo si ingrana con mille altri pezzi; ed alla cura di ognuno di essi è preposto un altro uomo «perito», il quale conosce pur egli i mezzi di costruirlo perfetto e di farlo funzionare con precisione cronometrica.

 

 

Tuttavia, quando i periti sono insieme riuniti ed ognuno presenta il suo pezzo, solo per miracolo accade che le varie parti del congegno ingranino l’una nell’altra; e, le più volte, la macchina sociale stride, si incanta e forse salta.

 

 

Che cosa è accaduto? Che i periti sono, ognuno di essi, prodotti magnifici delle scuole specializzate, politecniche, scientifiche; e manca il combinatore, il quale può essere soltanto il prodotto di quella grande scuola generica che un tempo si chiamava delle umanità e che talvolta ha luogo, fuor delle università, sulle piazze, nei campi, nelle officine, dove gli uomini imparano ad urtarsi, a conoscersi ed a collaborare. Se il combinatore è anch’egli un perito, formato nelle scuole degli specialisti, nasce il disastro.

 

 

Il disastro fu teorizzato da uomini educati nella prima famosa scuola politecnica sorta in Europa, l’Ecole polytechnique di Parigi. Nessuno degli illustri fondatori della scuola, né quelli della prima generazione: Monge, Fourier, Poinsot, Berthollet, né quelli della seconda: Poisson, Ampere, Gay Lussac, Arago, Cauchy si occupò di problemi sociali. Ma tutti infusero, senza volerlo, nella mente di qualche allievo preoccupato di problemi sociali l’idea che ogni istituto potesse «costruirsi», come si costruisce una macchina, secondo le regole insegnate nei libri. I grandi matematici non trassero la conseguenza fatale; ma la trassero allievi, educati a quella scuola, che si chiamarono Enrico di Saint Simon, Augusto Comte, Enfantin, Considerant. Saint Simon, nel tempo in cui era ancora ricco, mantenne per anni Poisson, invitava a pranzo Lagrange, Monge e Berthollet, per imbeversi dei loro principii e nella scuola di medicina frequentava i corsi di Gall, di Cabanis e di Bichat.

 

 

Poiché la scienza deve essere maestra e donna, divorziò dalla prima moglie, in ubbidienza alla norma biologica per cui il primo uomo del mondo, che era lui, doveva essere sposato alla prima donna del mondo, corse a Coppet, e disse alla signora di Staël: «voi siete la donna più straordinaria della terra, io sono l’uomo più straordinario; insieme noi produrremo un bambino ancora più straordinario». La signora di Staël, che conosceva gli uomini di questo mondo, pensò che i bambini perfetti non si producono colle regole degli allevatori dei cavalli da corsa; e Saint Simon dovette restringere le sue cure alla fabbrica della società.

 

 

Nel suo progetto del 1803 di un consiglio intitolato a Newton e destinato a redimere e governare la umanità, vuole perciò che il supremo consiglio, governatore del mondo, sia composto di 3 matematici, 3 fisiologi, 3 chimici, 3 fisici, 3 letterati, 3 pittori e 3 musici. Ai ventuno presiede un matematico. Sian cacciati via dal tempio i filosofi, i moralisti ed i metafisici, quelli che oggi sarebbero i sociologi, gli economisti ed i politici.

 

 

Collaborando insieme, Enrico di Saint Simon ed Augusto Comte, il filosofo positivista al quale risalgono le correnti del pensiero sociale e «scientificizzante» del secolo passato e del presente e le correnti sociali ispirate al concetto dei «piani» congegnati da consigli supremi, pongono nel 1819 il problema della società perfetta nel dilemma famoso: «durerebbe di più una società dalla quale fossero eliminati i 50 più grandi scienziati, artisti, banchieri, industriali ed artigiani, ovvero quella che fosse decapitata dei 50 maggiori nobili cortigiani ed ecclesiastici»?

 

 

Dato il tempo, che era quello della restaurazione, le parole «nobili cortigiani ed ecclesiastici» erano sinonimi di «classe politica dirigente»; ed il dilemma illumina il pensiero di chi era fermamente persuaso il governo delle società umane spettasse ai tecnici ed ai periti nelle varie branche dell’attività economica concreta e non ai generici politici. Infatti egli affida il governo dello stato e della società a tre camere: la prima detta delle invenzioni e vi appartengono 200 ingegneri e 100 artisti; la seconda detta di esame e ne fanno parte 100 biologi, 100 fisici e 100 matematici; la terza detta esecutiva ed è composta di industriali, ovverosia tecnici pratici.

 

 

È inutile dilungarsi nell’esposizione di questi primi progetti, i quali a torto sono irrisi come utopistici. Essi sono alla radice di correnti ideali, le quali hanno esercitata una influenza profonda sui movimenti sociali e politici dell’ultimo secolo.

 

 

Che cosa è lo stato ultimo al quale tendono le società nella concezione marxistica, quando per la vittoria definitiva delle forze del lavoro sulle forze del privilegio economico, al governo degli «uomini» sarà sostituito il governo delle «cose», se non l’ideale della macchina sociale governata da «periti» (sezione esecutiva), sotto la guida degli «scienziati» (sezione inventiva e costruttiva)? Non più uomini, ceti, classi con passioni ed interessi ed ideali contrastanti, ma semplicemente «cose», ossia «congegni» da far funzionare, da ingranare l’un nell’altro affinché il meccanismo lavori senza attriti e produca i beni, desiderati dagli uomini, in abbondanza siffatta che tutti i desideri «ragionevoli» degli uomini possano essere soddisfatti. Non occorrono politici per governare cose; abbisognano scienziati e periti i quali sanno combinare meccanismi e farli lavorare.

 

 

In tempi recenti, il piano sansimoniano di governo delle cose assunse la figura della rappresentanza «professionale», detta anche «corporativa». Via le camere politiche elette dall’«uomo». Non esiste l’«uomo» in generale, come non esiste l’homo oeconomicus ed altre simili astrazioni dell’intelletto. Le camere elette dagli «uomini» sono incapaci a legiferare, perché i loro componenti non sono e non sanno nulla, perché non rappresentano alcun interesse concreto; e sono necessariamente forzate a divenire «botteghe di chiacchiere» volte all’arraffa arraffa dei ministeri. Gli uomini veri sono agricoltori, contadini, mezzadri, fittavoli, banchieri, industriali, commercianti, artigiani, impiegati, operai qualificati, manovali, braccianti, professionisti, artisti, letterati, militari, sacerdoti, ecc. ecc.

 

 

Solo chi produce, lavora, arrischia, pensa, vale qualche cosa per quel che fa e sa quel che si deve fare perché si faccia bene. Solo l’uomo «operante» ha diritto di parlare e di decidere; non l’uomo astratto, che non si sa chi sia e quale attività eserciti. Vaghi ricordi di istituti che mai non esistettero nei tempi del loro fiorire nella forma immaginata dappoi, fecero supporre che in una favoleggiata età dell’oro medioevale gli uomini vivessero felici e concordi perché distinti in ceti professionali e perché ai consoli delle varie corporazioni delle arti e dei mestieri era affidato il governo della città. Verso il 1919-1922 si sentì molto discorrere in Italia di gruppi di competenze e di governo delle competenze; e dappoi, quando la dittatura volle salvare la faccia del governo di popolo dinnanzi allo statuto ed al mondo, il concetto del parlamento delle competenze fu messo in onore.

 

 

Esisteva da noi il precedente del senato, tratto da «categorie» di alti funzionari, di antichi politici, di censitari, di scienziati e di «illustri» per alta fama conseguita colle opere e col pensiero; fu serbato perché la scelta delle persone nelle «categorie» spettava al dittatore. Vi si accodò una camera, anche essa tratta dalle «competenze» distinte per corporazione di datori di lavoro e lavoratori, di artisti, di professionisti dell’amministrazione politica del paese (partito unico).

 

 

Se le camere fasciste erano una beffa tragicomica, avevano il pregio perlomeno di essere una beffa divertente, e perciò migliore di quella che sarebbe la realtà di una camera professionale effettivamente operante e legiferante. Alla vigilia dell’avvento del nuovo regime, nel 1922, scrissi, supponendo a torto che i propositi di rappresentanza professionale potessero dare luogo a qualche seria attuazione, contro quel che mi pareva gravissimo pericolo per la libertà economica e spirituale degli uomini; e nuovamente fa d’uopo oggi elevare la voce contro di essa. Di nuovo, gli uomini, corrono dietro all’idea dell’uomo «perito» nella vana speranza che possa darsi una realtà migliore della farsa.

 

 

No. La realtà sarebbe peggiore. Che cosa è una camera composta di delegati dei gruppi economici professionali, artisti, ecc. ecc. in cui si scompone una società? Una copia peggiorata di quella brutta cosa che è la rappresentanza professionale. Parlai già male di questa; e non importa ripetere il già detto.

 

 

Una camera eletta colla proporzionale è, però, composta di gruppi, i quali hanno ottenuto il suffragio degli elettori perché hanno fatto appello ad ideali. Belli o brutti che siano, generali o particolari, gli ideali sono in massima rispettabili. Può essere difficile formare un governo stabile in un paese di 45 milioni di abitanti, dove gli ideali sono molti, quando, nel sistema della proporzionale, i gruppi parlamentari per ubbidire ai tanti ideali, abbiano la tendenza a moltiplicarsi.

 

 

I numerosi partiti e gruppi, invece di giungere ad un compromesso su una soluzione media, nella quale tutti credono, sebbene ciascuno debba rinunciare ad una parte del proprio credo, sono spinti a contrattare d’adesione al postulato altrui, al quale repugnano, pur di ottenere al postulato proprio il consenso di chi recisamente vi è contrario. Inconvenienti gravi per fermo, e tuttavia lievi in confronto a quelli della rappresentanza professionale.

 

 

In questa combattono non ideali, ma interessi. Essa è la brutale incarnazione legislativa della teoria del materialismo storico. Poiché questa, e neppur questa, ma una sua grossolana interpretazione, dichiara che arte, religione, scienza, morale e politica sono la superstruttura esteriore, il frutto e quasi l’escrescenza degli interessi di classe, degli interessi economici, il legislatore cinicamente conclude: riconosciamo la realtà e, traducendola in legge, affermiamo che non l’uomo intiero, l’uomo nella sua personalità completa multiforme, l’uomo nella sua unità spirituale è il vero autore della propria sorte, è colui il quale decide la via che lo stato, ossia egli stesso, cooperante cogli altri uomini intieri, deve seguire, la meta alla quale deve aspirare, le norme che vuole dettare alla propria azione; ma la via, la meta deve essere segnata da pezzi d’uomo, dall’uomo agricoltore, dall’uomo industriale, dall’uomo operaio, dall’uomo professionista, dall’uomo artista e simiglianti parziali e quindi falsi pezzi od atteggiamenti dell’uomo intero.

 

 

Che cosa può essere una camera delegata da pezzi d’uomo e richiamata per le sue origini a considerare esclusivamente interessi particolari, soluzioni parziali, ad ignorare gli interessi generali, a non badare sovrattutto agli ideali, che soli hanno veramente valore agli occhi dell’uomo? La rappresentanza professionale mette in primo piano gli interessi di classe, gli interessi materiali, economici di ogni singolo ceto a danno degli interessi generali, ciò che divide a danno di ciò che unisce, il ventre al di sopra del cuore e del cervello.

 

 

Peggio. La rappresentanza professionale, il dominio degli uomini «periti» è il ritorno al sistema delle caste. Se essa significasse soltanto il trionfo degli interessi, gli uomini, i quali, nonostante la materia li tragga in basso, anelano pur sempre all’alto, troverebbero modo di evadere verso il mondo dei sogni, e cioè verso l’avvenire, verso il nuovo, verso l’ideale, che è bello, perché non esiste ancora, perché gli uomini, tra le cure quotidiane, non ne hanno ancora avvelenato il sapore e guastato il profumo. Ma la rappresentanza professionale è per necessità tecnica insormontabile, quasi si direbbe per definizione, la rappresentanza degli interessi dei ceti, delle classi, che «esistono». Gli uomini intieri mandano o possono mandare in parlamento rappresentanti di ideali non ancora costituiti, solidificati.

 

 

Anzi se si tratta veramente di ideali, questi sono rivolti sempre all’avvenire. Anche il conservatore difende un tipo di organizzazione sociale, che altri detesta, ma egli ama perché non la vuole quale essa è ma quale agli occhi suoi dovrebbe essere. Anche egli difende un ideale e lo difende perché lo reputa più bello di quello altrui. Non esistono invece classi, interessi, ceti futuri. Il duro mondo è composto di interessi, di classi esistenti. La rappresentanza professionale solidifica, cristallizza, dà un corpo e un viso legali agli interessi costituiti.

 

 

Contro chi? Contro gli interessi, contro i ceti, contro le classi che ancora non esistono. Essa organizza e dà il diritto di far leggi agli uomini che sono a posto contro gli uomini che vogliono conquistare il loro posto, ai morti ed ai vivi contro i nascituri.

 

 

Nessun delitto più orrendo potrebbe essere commesso contro l’umanità, contro l’avvenire, contro l’innalzamento dell’uomo. Con il sistema delle rappresentanze di periti professionali, le leggi sono fatte dagli industriali che hanno già impiantato la impresa, contro coloro che la devono ancora iniziare, dai possessori delle invenzioni passate contro coloro i quali troveranno l’idea nuova la quale manderà in rovina coloro i quali si sono adagiati e vivono dell’idea vecchia.

 

 

Nel mondo non si lotta fra vecchi e giovani. Solo i filibustieri della politica, solo coloro i quali hanno gridato l’Italia a noi! hanno potuto creare un contrasto fra vecchie e nuove generazioni, che non esiste in natura perché in natura vi sono giovani e vi sono vecchi, i quali ugualmente non hanno mai avuto e non avranno mai un’idea nuova, una iniziativa feconda e ripeteranno sempre come pappagalli le idee comuni, le idee che tutti ripetono perché le leggono sui giornali o le odono nei comizi: e vi sono vecchi che seguitano ad avere sempre la «curiosità» dell’imparare la quale è la sorgente fresca di tutto ciò che di bene si fa su questa misera terra. Nel mondo vi è lotta continua fra l’esistente e ciò che non è ancora, tra l’accaduto e ciò che diventa, fra l’interesse costituito e l’interesse non ancora divenuto concreto, fra coloro che sono a posto (i jacobins nantis) e coloro che aspirano a prenderne il posto, tra i fabbricanti di merci note con procedimenti noti e coloro che tentano le vie di produrre merci nuove con procedimenti ignoti, tra i produttori di idee fruste, del tipo materialistico, a cui si inspira il culto degli interessi, ed i cercatori di idee nuove i quali romperanno, guasteranno e distruggeranno gli interessi costituiti, i ceti e le classi e le professioni oggi esistenti e prosperanti.

 

 

Date il potere ai jacobins nantis, agli interessi costituiti; esigete in rappresentanza legale le classi sociali, i gruppi professionali: e, ristabilendo il sistema delle caste, voi avrete condotto l’umanità al punto da tanti desiderato dello stato stazionario, dello stato felice e tranquillo, dove tutto è regolato, tutto è prestabilito, dove i rapporti fra uomo e uomo, fra mestiere e mestiere, fra gruppo e gruppo sono ordinari e fissati da leggi, da regolamenti compilati da periti sapientissimi. Ossia, conducendolo al punto dello stato finale stazionario, felice e tranquillo, alla riva fortunata del governo delle cose, voi avrete condotto l’uomo alla morte.

 

 

Dove non è lotta, dove non è conflitto tra idee vecchie ed idee nuove, dove l’invenzione non va all’assalto delle abitudini antiche e le idee vecchie e le abitudini antiche non resistono all’assalto, ivi la mancata resistenza dei tessuti connettivi vecchi provoca il dissolvimento caotico della società ovvero il mancato fluire del sangue nuovo trae la società all’irrigidimento ed alla morte.

 

 

Prima della morte, giungerà il giorno dell’ottenebramento della mente. Una società fabbricata, come una macchina, da uomini «periti», da scienziati specializzati ciascuno nel proprio ramo, nella quale le norme della convivenza sociale (leggi) siano dettate dagli uomini incasellati nella loro particolare cellula, è una società, i cui dirigenti non possono, non debbono sbagliare. Se la scienza è vera scienza, come può essa condurre all’errore?

 

 

Se il perito consiglia e se il legislatore legifera e il ministro esegue sulla base di un principio scientifico, di una verità dimostrata dalla matematica, dalla fisica, dalla chimica, dalla meccanica razionale, come potrebbero le conseguenze dell’azione essere erronee? Come potrebbero essere ammesse tergiversazioni e discussioni e contrasti intorno al miglior modo di far leggi?

 

 

Vi è un unico modo di risolvere i problemi ed è quello indicato dal «perito». Ogni altra maniera è assurda ed antisociale.

 

 

Lo scienziato il quale conosce la verità, il quale sa le vie lungo le quali la verità si attua, non tollera, non può tollerare la bottega delle chiacchiere che si chiama «parlamento». C’è forse qualcuno il quale neghi la verità della legge di gravitazione? Perché si dovrebbero negare le verità della meccanica sociale scoperte dai periti? Non esistono due verità scientifiche; la sola vera verità si impone. Chi la nega è un criminale antisociale e deve essere eliminato. Sentenze cosiffatte si leggono suppergiù in modernissimi libri i quali pretendono di illustrare i compiti sociali della scienza. In Inghilterra studiosi ammiratori dei piani «scientifici» atti ad amministrare le cose sociali, scrivono (J. G. Crowter, The Social relations of Science, 1941; L. Hogben, Science for the Citizen, 1938 ed altri) libri di 665 pagine per dimostrare che non solo si debbono far piani scientifici per organizzare l’umanità e condurla al porto della felicità: ma anche la scienza deve proporsi come «unico» scopo il bene sociale.

 

 

Ogni ricerca scientifica cosidetta disinteressata, rivolta alla scoperta della verità pura è perciò antisociale e futile. La resistenza degli scienziati al controllo sociale delle loro ricerche e la loro pretesa ad una compiuta libertà di pensiero è irragionevole.

 

 

L’asservimento del governo degli stati agli uomini «periti» pare una conquista della «scienza»; ma finisce colla rovina di questa. Non esiste scienza la quale non parta dalla premessa della possibilità della negazione delle verità accettate. Il «perito» sa invece quel che si deve fare e non tollera l’eterna domanda che si legge nel Vangelo: quid est veritas? Più di cent’anni fa, Saint Simon, grande precursore dei moderni organizzatori scientifici, proclamando che un ordine sociale perfetto è possibile solo se «assegniamo ad ogni individuo o nazione la precisa specie di attività a cui sono adatti» si scagliava contro la «rivoltante mostruosità» contro il «dogma antisociale» della libertà di coscienza e dichiarava essere necessario un «potere spirituale» il quale deliberatamente costruisca il codice morale da osservarsi dagli uomini (nel Producteur, 1825-1827).

 

 

L’uomo perito finisce necessariamente tiranno e Giovanni Stuart Mill, dopo 20 anni di intrinsichezza spirituale con Augusto Comte, è costretto a concludere maliconicamente nell’«Autobiografia» che i piani di organizzazione scientifica della società accarezzati per tanto tempo erano «il più compiuto sistema di despotismo spirituale e temporale mai uscito da cervello umano, eccetto forse quelli concepiti da Ignazio de Loyola». Guardiamoci dagli assertori della verità, da coloro i quali «conoscono» la verità e ricordiamo ogni giorno umilmente a noi stessi che la vera sapienza comincia dalla confessione di non sapere niente. Chi sa di ignorare ed è ansioso di sapere, colui soltanto ama la sapienza e la libertà.

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