Tratto da:

Il Mondo

L’uomo libero e la terra. (Lettere a un confinato)

«Il Mondo», 11 giugno 1949, p. 5

 

 

 

In un mondo in cui tutti tendono o sono forzati a diventare impiegati, il possesso diffusissimo anche solo di un brandello di proprietà può salvare la società dall’imbarbarimento peggiore di tutti, che è la barbarie della servitù, di Luigi Einaudi

 

 

III

 

In una lettera indirizzatami a Ventotene il 18 settembre 1941, Einaudi mi scriveva: «Mi pare di aver capito che lei ha scritto il suo lavoro sulla questione agraria. Sono certo che a leggerlo mi arrabbierei, ma mi farebbe piacere arrabbiarmi».

 

 

Appena terminata la monografia su «La riforma agraria» (che, come ho detto, venne poi pubblicata a Milano nei giorni della liberazione) gliela mandai. In essa esponevo un progetto di riforma, molto radicale, basato sulla esperienza cecoslovacca; per trasferire tutta la terra dei proprietari non coltivatori ai diretti coltivatori.

 

 

Per diversi mesi Einaudi non trovò il tempo per leggere il mio lavoro. Solo nella seconda parte di una lunga lettera datata da Torino il 10 luglio 1942, mi scrisse le pagine che vengono ora pubblicate.

 

 

I fogli di questa lettera non hanno in margine le mie annotazioni (come le hanno le cartelle sull’«area di convenienza economica della piccola proprietà coltivatrice»), ma ho copia della risposta (senza data) ad Einaudi, dalla quale riporto, in nota, le mie repliche ai diversi punti:

 

 

«Forse lei ha ragione nel lamentarsi che io, quando un meccanismo non mi piace, non voglia neppure discutere se esso sia adatto allo scopo. È una vera questione di principio. A certe cose bisogna subito opporre il principiis obsta. Se ci si lascia pigliare il dito mignolo, il meccanismo, di concessione in concessione, divora tutto.

 

 

«Per questa stessa ragione non discuto il suo progetto sulla riforma agraria, che ho letto durante questo tempo di esami.

 

 

«Non credo di avere atteso insino ad oggi nell’avere espresso: 1) una opinione favorevole alla proprietà coltivatrice media e piccola; 2) un apprezzamento più alto di quello comunemente manifestato dagli economisti dei fattori immateriali di valutazione della terra; 3) un apprezzamento assai alto dei vantaggi sociali e politici di una classe numerosa indipendente di proprietari coltivatori.

 

 

«Quindi, a parte i particolari tecnici, ritengo approvabile tutto ciò che favorisce il graduale incremento del ceto dei proprietari che direttamente coltivano e geriscono i loro fondi.

 

 

A condizioni:

 

 

  1.       I.        che il movimento non abbia luogo d’un tratto, per grandi masse, sostituendo alla classe attuale proprietaria non coltivatrice manuale diretta un’altra classe composta di tutti quelli o di gran parte di quelli, degni o non degni, i quali accidentalmente capitino ad essere contadini non provvisti di un fondo sufficiente per la propria famiglia. Non interessa nemomamente allo stato ed alla collettività che alla classe A si sostituisca la classe B, quando dopo poco tempo la classe B è destinata ad avere le stesse caratteristiche della A; ossia a diventare in parte notevole non coltivatrice manuale diretta. Cambieremo di nuovo la B; e al posto suo metteremo i mezzadri e fittaioli e salariati? Si tratta di vedere se i B od i figli di B saranno tanto deboli o scemi come gli A e non opporranno forza a forza. In mezzo a continue guerre sociali, il mio ideale di una società sana, solida, bene equilibrata, in cui abbiano parte notevole e nelle campagne socialmente decisiva i proprietari autonomi (provvisti di fondo sufficiente), invece di avvicinarsi, si allontanerebbe nel tempo. Quella che è realtà della Germania centrale, quella che è realtà di tanta parte del Piemonte, (purtroppo senza la cultura del contadino tedesco della Vestfalia, che lo rende uno dei tipi rappresentativi della società ideale) invece di ottenersi in qualche generazione, non si raggiungerebbe mai. Non presenta alcun interesse sapere che il territorio di un comune di 10.000 ettari è posseduto da 500 capi di famiglia provveduti ciascuno di un fondo agrariamente autonomo di 20 ettari. Quel che importa è che essi siano stati selezionati in un certo modo, che i fondi siano il frutto di un’ascesa faticosa avvenuta in una o parecchie generazioni, che i proprietari, non dovendo dire per la loro proprietà grazie a nessuno, siano e si sentano indipendenti e re. Ciò non si ottiene con leggi agrarie; ed è in questo soltanto l’effetto che a me interessa conseguire. La divisione dei 50.000 ettari in 500 fondi è roba da progettisti, geometri ed agronomi. Non è niente. L’uomo di stato deve volere altro.

 

  1.     II.        che la moltiplicazione del numero dei proprietari coltivatori autonomi non vieti:

 

 

a)    la persistenza di un certo numero di proprietari maggiori non coltivatori manuali diretti; e non necessariamente agricoltori. Il loro numero potrà essere qua piccolo là grande. Decideranno le colture, la vicinanza della città, la formazione dei capitali cittadini, ecc. Ha ragione Cattaneo a dire che la fioritura dell’agricoltura lombarda dal nulla del 1000 ai trionfi del 1400, del 1700 ed attuale fu dovuta ad ondate successive di guadagni ottenuti nelle città. E la esperienza si ripeté qua e là dopo il 1918 e si ripete saltuariamente oggi. Non vedo, quando si impedisca (cosa da studiare e non impossibile) il costituirsi dei latifundia nel senso classico, che da ciò nascano danni sociali bastevoli a controbilanciare il vantaggio economico.

 

 

«Che un decimo del territorio di un comune sia posseduto da un proprietario non coltivatore manuale, intelligente, ambizioso, progressivo è una fortuna per tutti. I suoi contadini vivono nelle case più belle, coltivano i fondi migliori, hanno i redditi più alti in confronto dei contadini proprietari autonomi appartenenti al loro stesso ceto. Quel proprietario è esempio e sprone agli altri. Così ce ne fossero dappertutto! Quelli che coltivano male, io li vedo eliminati. Si rialzino i prezzi delle terre, anche solo nel nome monetario, e tutti costoro filano via.

 

b)    la persistenza di un certo numero di proprietari minori non coltivatori manuali, appartenenti al ceto dei professionisti, commercianti, piccoli industriali, artigiani della città e dei borghi. A me non interessa che solo 500 proprietari coltivatori diretti manuali si sentano re nel loro fondo. Socialmente ritengo più sana una società della quale costoro essendo solo 400, vi siano però uno o due maggiori proprietari l’uno di 100 e l’altro di 50 ettari, esempio, guide del resto, e 1000 piccoli re, ciascuno a capo di un regno di 5, o 3, o 2 o 1 ettari od anche meno; ciascuno fiducioso di trovare in quel regno un piccolo asilo entro le incertezze, un piccolo reddito di derrate in natura o di soddisfazioni immateriali di sole, di aria, di senso di proprietà palpabile e visibile. In un mondo in cui tutti tendono o sono forzati a diventare impiegati pubblici o privati, ossia servi, il possesso diffusissimo anche solo di un brandello di proprietà in cui si senta re, può salvare la società dall’imbarbarimento peggiore di tutti, che è la barbarie della burocrazia e dell’universale servitù. Sarà solo un relitto salvato dal naufragio; non sono disposto a sacrificarlo sull’altare di nessuna riforma agraria;

 

 

  1.    III.        che quel qualunque provvedimento legislativo dovesse essere preso per favorire l’aumento del numero dei proprietari diretti coltivatori di un fondo sufficiente non implichi il concetto del manualismo. È coltivatore diretto tanto chi coltiva manualmente, quanto chi viva sul fondo, ne diriga la coltivazione e si serva di mano d’opera salariata o di mezzadri per la manualità della coltivazione. L’essenziale, per me, è la formazione di una data classe sociale, che abbia la psicologia rurale, che si senta qualcosa, che non dipenda da nessuno. Il Bauer tedesco, che Lorenzoni ha descritto ripetutamente anche nella mia rivista (1938, p. 281 e segg.), non è necessariamente coltivatore manuale. Può anche essere, e Lorenzoni ne descrive un caso, un professore di università. Importante è solo che egli sia e si senta l’uomo libero padrone della terra e, come tale, dia il tono alla società. È questa una della scoperte di quel grande uomo dimenticato di Le Play, a cui io faccio indarno la pubblicità. E, per ottenere questo risultato, ai miei occhi il solo essenziale, è necessario che vi sia una minoranza di non coltivatori manuali tra i proprietari diretti coltivatori autonomi. Il difetto, fra tante qualità del ceto contadino proprietario autonomo del Piemonte, che conosco, è di non essersi affrancato abbastanza dall’abito morale del lavoratore manuale. Hanno lo sguardo rivolto a terra, calcolatori a scadenza vicina, non curanti del futuro quanto più lontano sia; suppongono, e da quanto li conosco hanno sempre supposto, universale in tutti la venalità; agiscono corrispondentemente nei rapporti sociali, e sono assenti politicamente. Il contadino francese patisce di analoghi difetti, ma per sospetto contro i preti e gli aristocratici, ha abdicato la propria volontà a pro di professionisti della politica, in notevole parte responsabili, per la loro qualità borghese, e per mancanza di contrappeso di altre forze sociali, principalmente terriere, della dissoluzione che ha condotto quel paese alla disfatta;

 

  1.   IV.        che quel qualunque provvedimento legislativo di cui sopra sia emanato solo dopo ampio e libero dibattito, in cui abbiano modo di farsi sentire e di influire le classi espropriande alla pari delle classi espropriatrici. Mi è parso intravvedere qua e là nella sua memoria una tendenza verso metodi di legislazione imposti d’autorità; rapidamente, colla forza della rivoluzione che ha un programma e che vuole attuarlo, schiacciando qualunque opposizione. Assai mi dolgo che questa mentalità sia divenuta la sua. Non ho fiducia in questo tipo di legislazione; e sono persuaso che quel veleno che la Rivoluzione francese ha lasciato nella società del secolo XIX e di quello presente derivi in notevole parte da questa causa.

 

 

«La violazione delle condizioni ora poste e di altre che, se riflettessi, forse mi verrebbero in mente e che del resto si muoverebbero nello stesso ordine di idee, può essere probabilmente difesa con argomenti tratti dalla pura logica, principalmente economica, principalmente esemplata su opere tipo The Economics of Welfare di Pigou e simili. Qualche accenno si legge nella sua memoria.

 

 

«In materia di politica in genere e di politica sociale in particolare ho in sommo rispetto la pura logica. Una delle idee più belle di quel libro tedesco (Roepke) di cui pubblicherò la recensione riassunta nel prossimo fascicolo è che gli istituti economici sono resi caduchi dalla loro logica piena applicazione. L’istituto della concorrenza (e cito questo perché è quello di cui si occupa quel libro) può durare solo, perché e se ad esso sono messi limiti tali da garantire agli uomini campi chiusi alla concorrenza. Se non si creano oasi franche dalla concorrenza, oasi di privilegio, regni inaccessibili ai nuovi venuti, al legislatore, uccidiamo quella stessa concorrenza che è desiderabile come norma generale e cadiamo nel più abbominevole collettivismo.

 

 

«Se non limitiamo il campo della proprietà autonoma coltivatrice, se non lasciamo sussistere attorno ad essa oasi di grande proprietà, di piccola proprietà non autonoma, di proprietà autonoma non coltivatrice, quella non vive. È un paradosso? Può darsi. Ma una società è sana e viva e vitale solo se in essa ci sono molte cose incomprensibili, e solo se gli uomini sono disposti a difendere ad ogni costo colla propria vita queste cose incomprensibili. Se gli uomini di una società si mettono a ragionar di tutto, si può essere certi che quella società è prossima alla sua dissoluzione.

 

 

«Non mi pare che noi siamo d’accordo sui punti ora esposti. Epperciò non discuto i particolari della sua memoria. Però se ella potesse farmi l’elenco dei particolari tecnici della sua memoria che possono essere discussi senza che la loro discussione implichi un consenso qualsiasi nelle sue tesi fondamentali, in quanto contrastino con le mie, io seguiterei volentieri nella conversazione. Trattengo all’uopo la memoria, che del resto riporrei volentieri nel gruppo suo proprio dei libri componenti la mia biblioteca agraria».

 

 

Nella sopra citata mia lettera senza data a proposito del pensiero, riportato da Einaudi, sui limiti che occorre riconoscere alla libera concorrenza per renderla vitale, dopo aver letta la recensione del libro del Ripke sulla «Rivista di storia economica», notavo anche:

 

 

«Il pensiero del Ripke mi sembra molto confuso. Non dicendo niente riguardo al limite al di là del quale la concorrenza riuscirebbe dannosa, le sue affermazioni potrebbero giustificare qualsiasi intervenzionismo statale e qualsiasi monopolio.

 

 

«Sono d’accordo che “se si lascia libero gioco al laissez faire, laissez passer, passano soprattutto gli accordi e le sopraffazioni dei pochi contro i molti, dei ricchi contro i poveri, dei forti contro i deboli, degli astuti contro gli ingenui”. E, benché non capisca come si possa parlare di “un ritorno alle origini pure del sistema di concorrenza”, vedo anch’io che, per evitare tali conseguenze è necessario “altrettanto e forse più intervento di qualunque altro sistema economico”. Ma non intendo come questo intervento debba essere diretto “a serbare intatta l’azione della concorrenza, unica vera forza che dal contrasto degli interessi fa sprigionare l’osservanza dell’interesse comune”, se è vero che “l’economia di concorrenza vive e dura, data l’indole umana, solo se non è universale”.

 

 

«Invece di dire che “la concorrenza è l’unica forza che dal contrasto degli interessi fa sprigionare l’osservanza dell’interesse comune” a me sembra convenga piuttosto dire, come dice il Robbins, che la concorrenza va pure debitamente pianificata, contenendola entro gli argini giuridici appropriati, perché dal contrasto degli interessi sprigioni l’osservanza dell’interesse comune».

 

 

A queste mie osservazioni, Einaudi, in una lunga lettera che comincia: «Oggi compio i 69 anni e mi prendo il lusso di una specie di sosta scrivendo lettere», in data 24 marzo ’43, da Dogliani mi rispose:

 

 

«Sempre la stessa storia di quando scrivevo sul Corriere. Quando si espone un concetto non si deve deviare, con riserve, casi, eccezioni, rinvii.

 

 

Meglio correre il rischio, anzi avere la certezza che il lettore dica: che asino costui, il quale non sa che bisogna tener conto dei fatti B, C, D .. N; e spiega solo A! Io sono ostinato nel credere che quando si parla di A non bisogna parlar d’altro. Prima e dopo, se occorra, si parlerà poi distintamente di B, C, D .. N. Per parlarne insieme, occorre il libro che nessuno legge, e non l’articolo di giornale o di rivista.

 

 

«Nel primo articolo, ero partito contro il colossale, contro la città industriale. Quando vedo al mattino ed alla sera i tram ed ora i treni pieni di operai e di impiegati che vanno a chiudersi là dentro, rabbrividisco: è vita codesta? E quel che più fa rabbrividire è lo stato non dico di rassegnazione ma di soddisfazione in cui vivono i moderni schiavi. Ho viaggiato molto in terza classe, in questi mesi di sfollamento, di qui a Torino. Mia moglie ed io abbiamo avuto l’impressione che gli operai, nonostante la dura faticosa vita (alzarsi alle 4 e tornare a casa alle 22) non fossero di umor tetro. Trovammo giovialità, scherzi tolleranza reciproca, cortesia assai più che in seconda classe. Ora questo è confortante e nel tempo stesso melanconico. Condurre una vita tanto lontana da quella dell’uomo vero e non saperlo. Ed essere di solito tanto invidiati dai contadini proprietari che invece stanno tanto meglio. Essi chiedono salari migliori, chiedono di tornare a Torino, non chiedono di lavorare in modo diverso, non in caserme, sempre sotto il comando altrui. Pensano tutti nello stesso modo, non come gli impiegati, i negozianti, i pensionati, i redditieri del medio ceto, che pensano colla testa del loro giornale. È un po’ meglio, ma sempre si tratta di pensare non con la propria, ma con la testa di tutti i loro compagni. È la Vermassung di Ripke, il livellamento universale, il fenomeno più spaventoso del mondo contemporaneo.

 

 

«Se il fenomeno è tecnico, dovuto a ragioni di prevalenza del grande, si tratterà di trovare antidoti, di offrire beni d’ozio tali da obliterare una parte del male. Ma il mio dubbio è che in parte notevole (non so quale, ma credo non lo sappia nessuno), il livellamento sia artificiale, dovuto a legislazioni di privilegio a favore del colossale. E in questo caso e in questi limiti c’è qualche buona ragione per non gridare contro il colossale? E per non chiedere riforme?

 

 

«Ma le riforme per essere sul serio efficaci mi ostino a dire che debbono essere graduali. Riforma radicale è concetto che assomiglia a quello di assemblea costituente. Nulla di più salto nel buio. Dove il livello di vita delle masse, materiale e morale, è più alto? Svizzera, Olanda, Scandinavia, paesi britannici. E son paesi dove si ignorano le riforme radicali, e si amano i graduali innesti sull’esistente, fatti qua e là, sezione per sezione di territori e di occupazioni. A un passo dopo l’altro si arriva lontani. A far le cose d’un colpo, si precipita. La Francia è precipitata anche per questa mania del logico, del perfetto, dell’insieme.

 

 

«Benjamin Constant deve aver scritto un bel libro intitolato De l’esprit de conquête et de l’usurpation. È su Napoleone, ma dai sunti che ho visto, pare sia sovrattutto sui danni del fare in grande, del livellamento che era nello spirito della Rivoluzione francese. Non vedo in che cosa le pagine di Menger contraddicono alla affermazione che le riforme a quel che esiste debbano essere discusse e meditate e condotte per esperimenti progressivi. Sono certo che anche Menger, come Pantaleoni (non fermarsi al linguaggio tagliente e reciso di questi: sono modi talvolta utilissimi per ficcare un’idea nella testa del lettore), aborrivano da ogni legislazione che fosse il prodotto di una costituente, ossia, non inorridisca alla mia definizione, di un’assemblea nella quale le persone sensate, sperimentate, ragionanti si arretrano e sono schiacciate dai dottrinari (non teorici), dai demagoghi, dai bei parlatori, dagli esaltati. La fine ultima è un Napoleone, il quale, nel periodo buono manda a spasso i convenzionali e legifera coll’aiuto di un Consiglio di stato a porte chiuse. Salvo il secondo, ugualmente inevitabile, periodo che chiude a Waterloo».

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