Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Macchina indietro!

«Corriere della Sera», 30 aprile 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 141-144

 

 

 

Improvvisamente, i discorsi elettorali minacciano, in argomento di finanza e di imposte, di prendere una direzione che ben pochi avrebbero immaginato due mesi or sono quando, a conclusione di un defatigante dibattito sul prezzo del pane, vennero votati in furia e senza quasi discussione due miliardi di imposte nuove, che più mai congegnati non potevano essere.

 

 

Quei due miliardi erano l’offa che veniva buttata alla folla che dicevasi protestasse contro un rialzo del prezzo del pane forse insufficiente; e furono dovuti trangugiare, a guisa di rospi vivi, da coloro i quali, pur essendo persuasi del danno grave di quei provvedimenti tributari demagogicamente concepiti e male studiati, anteponevano ad ogni altra cosa la salvezza del bilancio dello stato, minacciato dalla voragine del pane sotto costo.

 

 

Non sono passati ancora due mesi e di un tratto la situazione è capovolta. Il pane, che dava tante preoccupazioni al ministro del tesoro, ora si annuncia fecondo nel prossimo anno di un cospicuo vantaggio per l’erario nazionale. La gestione statale del pane, da un disavanzo di 6 e forse di 8 miliardi all’anno, promette di passare, l’anno prossimo 1921-22, ad un avanzo che potrebbe anche superare il miliardo di lire. Prima il disavanzo era dovuto al fatto che lo stato vendeva il frumento a 60 lire e lo comperava all’interno a 110-120 lire ed all’estero da 250 a 300 lire il quintale. Domani l’avanzo sarà determinato da ciò che la legge 27 febbraio impone che il prezzo del pane debba ragguagliarsi al prezzo di requisizione del frumento interno, ossia a 150 lire al quintale in media. Sul pane fatto con frumento interno lo stato dunque né perderà né guadagnerà. Ma poiché il pane venduto al consumatore interno si produce sopra tutto con frumento estero (il frumento nazionale è mangiato per la quota maggiore dai contadini), bisogna badare al prezzo di questo per sapere come si chiude la gestione statale. Ora, il frumento estero è ribassato e sta ribassando. Il governo ha acquistato forti partite di frumento a consegna luglio a dollari 5,50 reso a Genova. Poiché i cambi sono ribassati, ciò vuol dire che il frumento estero costa a Genova da 110 a 120 lire, con un lucro di 30-35 lire per ogni quintale dei 335 milioni di quintali di frumento importati dall’estero. La previsione d’un avanzo di un miliardo di lire nella gestione del grano non è dunque azzardata. Il lucro potrà essere maggiore o minore, a seconda delle oscillazioni, imprevedibili, del prezzo del frumento all’origine e dei cambi esteri; ma per lo meno la ricomparsa del disavanzo sembra esclusa.

 

 

Parecchi problemi sono imposti dalla nuova situazione:

 

 

  • deve continuare l’attuale gestione statale dei cereali di fronte ad un ribasso così accentuato nei prezzi?
  • fino a che punto è logico che lo stato guadagni in futuro su quella stessa gestione che gli è stata causa di tante perdite? è ammissibile la teoria del ricupero dei 15 miliardi persi sul pane per mezzo del pane stesso?
  • può lo stato, dopo avere imposto ai cerealicultori prezzi d’imperio inferiori ai prezzi di mercato, non mantenere la promessa fatta ad essi di mantenere il prezzo d’imperio per il raccolto del 1921, quando il prezzo di imperio sarebbe superiore al prezzo di mercato? è ammissibile la teoria dei guadagni per sé e delle perdite per gli altri?
  • cosa dobbiamo fare dei due miliardi di imposte creati con la legge 27 febbraio per sopperire ad un presunto corrispondente disavanzo della gestione pane? Scomparso il disavanzo, non sarebbe logico abolire le imposte create a bella posta per sopperire a quel disavanzo?

 

 

Mi limiterò, oggi, a talune osservazioni su quest’ultimo punto, perché è quello su cui si sono avute già alcune dichiarazioni autorevoli, indirette e dirette, ed altre se ne attendono. Cominciò l’onorevole Giolitti nella relazione al re a dichiarare apertamente che il problema tributario del domani non era più quello di creare nuove Imposte, sibbene l’altro di applicare meglio e ripartire equamente le vecchie imposte. L’on. Bertone, sottosegretario alle finanze, ribadì a Mondovì il medesimo concetto, contribuendo a far tirare il fiato lungo alla gente, che oramai vede rosso quando sente parlare di nuovi balzelli, tanto sono tormentosi e preoccupanti quelli esistenti. Lontano dal governo, l’on. Nitti, parlò più chiaro; e disse apertamente che taluni dei nuovi tributi, come l’avocazione dei sovraprofitti e certe tasse sul lusso, erano stati dannosi e conveniva rifar il cammino a ritroso. L’influenza della scomparsa del disavanzo sul pane era già visibile. Ed ora si annuncia che l’on. Soleri manifesterà il 3 maggio a Cuneo il pensiero del governo e dirà se la nuova situazione consenta di fare a meno di applicare taluno tra i più malvagi dei nuovi tributi approvati per fronteggiare il disavanzo del pane. E sui giornali romani si è accesa viva una polemica sulla preferenza da darsi, per l’abolizione, a questo o a quel tributo.

 

 

Bisogna, prima di esprimere un’opinione, sbarazzare il terreno da un ingombro fastidioso. Il fatto che il conto-pane non si chiuderà in disavanzo, non porta necessariamente alla conseguenza che si debbano abolire le imposte che fu affermato doversi creare per sopperire a quel disavanzo. Il conto-pane è una invenzione ridicola, che non ha alcuna rispondenza nella realtà. Nel bilancio dello stato non vi sono imposte destinate a tappare un buco, mentre gli altri buchi rimangono aperti. Non esiste un disavanzo «pane», più che non esista un disavanzo «occupazione della Dalmazia» o un disavanzo «sussidi ai disoccupati» ecc. ecc. Finché c’è un disavanzo in generale, sono necessarie imposte per colmarlo. Siccome pur troppo non siamo alla fine del disavanzo generale, così in principio non si può discorrere di abolizione di imposte.

 

 

Di fatto, sta però che il disavanzo totale non è più così pauroso come prima: da 14 miliardi siamo, pare, discesi ai 4 e, secondo dichiarazioni autorevoli degli on. Schanzer e Bertone, ci avviamo al pareggio. Non discuto le previsioni; constato soltanto la diversa situazione psicologica in cui ci troviamo. Quando eravamo presi con l’acqua alla gola del disavanzo dei 14 miliardi, non potevamo scegliere e si ingoiava qualunque rospo vivo. A chi tentava, come feci su queste colonne, opporre qualche critica, si rispondeva con male parole. Adesso, finalmente, si può ricominciare a ragionare, con la speranza di farsi sentire.

 

 

Adesso deve essere lecito di dire che l’avocazione dei sovraprofitti di guerra fu un grossissimo errore ed una vera bricconata tributaria, a cui bisogna porre subito riparo, rimangiandosi pari pari il regolamento sebbene appena venuto alla luce. È o non è una ingiustizia portar via ad un industriale un milione di lire perché le sue merci erano aumentate di prezzo fino al 30 giugno 1920, quando adesso le stesse merci sono ribassate ed egli non ha più il milione che la finanza pretende aver egli guadagnato? È o non è un portare il paese alla rovina far dichiarare più di 500 fallimenti contro industriali e commercianti per mancato pagamento di imposte su fantasticati sovraprofitti? È o non è una iniquità senza nome costringere tanti modesti risparmiatori, i quali posseggono capitali di 50, di 100, di 200.000 lire, coi redditi dei quali si vive peggio di un qualunque modesto contadino, a pagare due rate e mezza d’un colpo di imposta patrimoniale su titoli valutati a prezzi del 10, del 20, del 100, e talvolta più, per cento superiori a quelli a cui quei risparmiatori sono oggi costretti a venderli per pagare balzelli pesantissimi? È o non è vero che molti dirigenti di società, ossia lavoratori degni di essere trattati alla stregua di ogni altro lavoratore, si vedono confiscato fin l’80% dei loro redditi, quasi fossero bestie selvagge contro cui si deve aizzare la muta dei cani a sbranarli? È o non è vero che la cosidetta tassa sui consumi di lusso è applicata parzialmente e, finché rimane del 10% e tanto più quando prossimamente salirà al 20%, non potrà essere applicata se non a carico della buona gente la quale vorrà pagarla? È o non è vero che la tassa renderebbe di più se l’aliquota fosse ridotta al 5%? È o non è vero che tutti i funzionari delle finanze, dal primo all’ultimo, sono persuasi che le aliquote delle imposte e tasse fanno più danno che vantaggio al tesoro? Se tutto ciò è vero, notissimo, evidente; se finalmente la paura verde di parere meno demagogici dei socialisti è alquanto scemata; se tutti, a cominciare dai socialisti, sono concordi nel ritenere che la politica delle imposte alte è suicida, perché non si comincia a ragionare e a gridare: macchina indietro?

 

 

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