Mancate promesse

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 13/09/1922

Mancate promesse

«Corriere della Sera», 13 settembre 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 827-831

 

 

 

È venuto di moda, sui fogli socialisti e su quelli democratici, lamentare che la borghesia rinneghi tutte le promesse fatte durante la guerra.

 

 

«Dopo avere promesso, alle masse operaie e contadine, un domani di pace vera, di lavoro bene ordinato e di giustizia distributiva; dopo avere proclamato che esse lottavano e soffrivano per una patria più grande, più libera, più giusta, oggi la borghesia italiana non ha vergogna di rinnegare in blocco le antiche promesse, di chiudere tutte le porte a gran parte di quel popolo lavoratore, cui ispirò già tante illusioni e tante speranze».

 

 

Con strana contraddizione questi fogli soggiungono che le larghe riforme sociali oggi non sono possibili e che purtroppo non c’è nessuna ricchezza da dividere, ma lamentano ugualmente le mancate promesse della terra e del controllo operaio e gridano contro il tentativo di infrangere le leghe di resistenza, i monopoli della mano d’opera ed in genere tutti i presidi e gli istituti del lavoro associato, che nacquero nei giorni delle lotte memorabili contro il pauperismo e contro la disoccupazione.

 

 

Poiché la stolida accusa, a furia di essere ripetuta, può finire di sembrare fondata a coloro che non riflettono e non ricordano, sarà bene mettere le cose a posto. Non ci lusinghiamo di convincere gli accusatori sovratutto perché si sono fabbricata un’immagine artificiosa di borghesia, a cui attribuiscono tutti i malanni e i danni della vita presente italiana. Può essere che uomini politici ansiosi soltanto di mantenere la loro popolarità abbiano promesso mari e monti, abbiano fatto luccicare agli occhi dei combattenti i tesori di Golconda. Può essere che gli arricchiti, a cui avevano dato alla testa i facili guadagni del tempo di guerra, si siano immaginati di poter indefinitamente pagare salari crescenti ai loro operai e tuttavia continuare a lucrare. Chi può mettere un limite alle fantasie degli incompetenti, degli arrivisti e dei faciloni in tempo di guerra e in tempo di pace?

 

 

Ma che questa gente rappresenti la borghesia, no; ma che le chiacchiere di costoro possano impegnare perpetuamente le classi dirigenti di un paese, no. Le classi dirigenti di un paese, sovratutto in un momento grave come l’attuale, sono impegnate a questo soltanto: fare il bene della patria. Per meritare il nome di classe dirigente la borghesia liberale deve avere un solo programma: essere favorevole a tutto ciò che è utile agli operai, essere nimicissima di tutto ciò che agli operai è dannoso. Non monta che si attraversi un periodo di prosperità o di crisi. Anzi, sono forse i momenti di crisi, come proclamava il conte di Cavour, i più adatti alle sane riforme sociali, come alle arditissime riforme doganali liberiste. Se noi siamo convinti che le riforme sono apportatrici di bene e di ricchezza, perché aspettare a compierle quando possediamo già il benessere? Non deve appunto il travaglio del male essere lo stimolo più efficace ad innovare?

 

 

Il punto sta solo nel sapere se una data riforma sia produttrice di bene o di male. Sono un bene le leghe operaie, e la loro salda costituzione, la loro vigorosa e sapiente battaglia contro le leghe padronali è uno dei maggiori coefficienti di progresso operaio. Noi non abbiamo nessuna obbiezione da fare contro gli scioperi: e confidiamo soltanto che le leghe operaie, dotate di fondi cospicui, guidate dai migliori uomini venuti su dalla fabbrica e divenuti capaci a difendere, con sapienza tecnica ed economica, gli interessi dei loro compagni, sappiano vincere le loro battaglie senza uopo di decretare ad ogni momento l’abbandono del lavoro. Senza voler prefiggere alcun limite alla loro azione, ci auguriamo – e dovrebbero augurarselo anche coloro che hanno sempre condannato la guerra in genere – che le più belle vittorie operaie siano ottenute con la diplomazia piuttosto che con la guerra aperta. Siamo avversari delle leghe solo quando queste pretendono al monopolio legalmente riconosciuto, vogliono vietare con la forza della legge ad altri di lavorare fuor della loro egida o di costituire leghe concorrenti. Se una lega riesce, per sua virtù, ad irreggimentare sotto le sue bandiere tutti gli operai di una industria, bene sta. Ma se esse pretendono l’intervento del braccio secolare per impedire ai dissidenti operai di costituirsi in lega concorrente, diciamo che lo stato deve negare questo intervento e mantenersi imparziale. Vana è la pretesa di convertire Marx in uno scienziato e di far passare il suo vangelo politico dell’unità della fronte operaia come un teorema dimostrato vero dalla scienza economica. O perché dovremmo dare dei monopoli operai un giudizio diverso da quello che diamo dei monopoli capitalistici? Se l’esistenza di questi è una buona ragione per l’intervento repressivo dello stato, perché i monopoli operai dovrebbero essere non solo lasciati liberi, ma protetti e codificati e difesi? Noi li lasciamo liberamente prodursi, perché non conosciamo alcun mezzo pratico di limitarli, ma è stranissimo che ci sia taluno il quale, non contento di lasciarli vivere, voglia ancora che la legge vieti l’uguale libertà altrui di contrastarli e di opporre organizzazione ad organizzazione.

 

 

Lo stato liberale è del pari propizio alle cooperative, che ha promosso con una imponente legislazione regolatrice. Ma si soggiunga subito che la cooperazione ha avuto maggior successo quando più ha fatto affidamento sullo spirito di sacrificio dei proprii soci, sulla loro solidarietà, sulla capace scelta dei dirigenti. Mentre sono andate a male per lo più quelle cooperative le quali sono state sussidiate dallo stato. E quindi deprechiamo quei sussidi, così come condanniamo sussidi e protezionismi a favore degli industriali. Se eccezioni ci hanno da essere, siano chiare, ben definite e veramente rarissime per casi particolari.

 

 

La legislazione sul lavoro delle donne e dei fanciulli, sulle casse di maternità, sugli infortuni del lavoro è sacrosanta; e sono appunto i tempi di crisi quelli nei quali più rigidamente se ne deve curare l’osservanza; perché sono quelli i momenti nei quali è più agevole la tentazione nei genitori di mandare al lavoro precocemente i loro bambini e negli operai di cedere alle profferte di un eccessivo allungamento della giornata di lavoro. La legislazione sociale, quando è ragionata e bene ordinata, ha questo di caratteristico: di essere utile agli operai e nel tempo stesso agli industriali. Quando gli industriali sono uomini rozzi, venuti su da poco dalle file operaie e propensi, perciò, a maltrattare i loro compagni di lavoro di ieri, devono essere persuasi con la forza della legge a ridurre i loro costi in tempo di crisi ricorrendo al perfezionamento dei metodi tecnici invece che al facile sfruttamento del lavoro. Alla lunga, una buona legislazione sociale è un ottimo investimento di capitale e frutta ben più di un ampliamento della fabbrica.

 

 

È lecito invece rimanere dubbiosi, in qualunque tempo, intorno alle frettolose imitazioni che in Italia si sono volute decretare durante la guerra dei sistemi tedeschi di assicurazione obbligatoria contro la invalidità e la vecchiaia e contro la disoccupazione; e intorno alle mastodontiche assicurazioni, che da taluno si vorrebbero adottare, contro le malattie. Ed anche qui, le obbiezioni possibili, da parte liberale, non sono contro l’istituto nuovo, bensì contro il metodo di sua attuazione. Che all’operaio di fabbrica sia assicurata una pensione di vecchiaia, è ottima cosa. Gli dà tranquillità d’animo durante la sua vita produttiva; a poco a poco lo induce a guardare innanzi a sé con fiducia, a provvedere con qualche presidio volontario addizionale agli anni in cui, venendo meno la capacità di lavoro, dovrà riscuotere la pensione di stato.

 

 

Ma in Italia non ci si è voluti contentare di ciò. Si è creata d’un colpo una enorme macchina la quale distribuisce a chi vuole e a chi non vuole, agli operai che resteranno tali, alle domestiche che diverranno mogli di proprietari agricoli ed ai contadini, la cui aspirazione è la proprietà, la cui pensione sarà la terra, milioni e miriadi di libretti, di marche da bollo ognora cangianti di colore e di validità; si sono imposti obblighi a proprietari privi di reddito di assicurare affittavoli assai più agiati di loro. Tutto ciò, con quale risultato? Di alimentare una nuova crescente enorme burocrazia, di sperperare in falsi costi gran parte delle somme che gli obbligati all’assicurazione pagano. Peggio sarà per le malattie, se prevarrà il concetto di sostituire alla scelta libera del medico di fiducia la cura obbligatoria del medico d’ufficio.

 

 

È lecito dire che i cattivi metodi di fare la politica sociale, che i sussidi di disoccupazione dati a chi lavora o potrebbe lavorare, che i lavori pubblici deliberati solo per dar lavoro nelle regioni indicate dai deputati influenti sono cattivi sempre, in tempi di larghezza ed in tempi di miseria? è lecito in questo giornale, che ha propugnato, fin da quando nessuno ci pensava, la causa della ricostruzione del mezzogiorno, dire che la causa stessa non farà un passo solo perché si sarà dato modo agli accoliti del partito popolare italiano di impadronirsi di qualche bene scelto latifondo della Sicilia? Bonifiche, strade, rimboschimenti, laghi artificiali, ferrovie, case coloniche sono tutte buone cose quando si facciano con misura, con un piano studiato ed in un tempo ragionevole. Ma tuttociò non ha niente a che fare con i laghi, i quali non tengono l’acqua e bisogna poi cementarne il fondo, come se si trattasse di una cisterna; con le ferrovie che si stanno costruendo da vent’anni e non finiscono mai, con le direttissime che mangiano interessi, con la gara dei prefetti e dei deputati ad ingrossare le cifre dei disoccupati, per strappare al governo una più larga percentuale dei fondi che per ludibrio si intitolano alla disoccupazione.

 

 

Benedetta la crisi la quale costringe a mancare alle promesse sciocche e balzane che ministri e uomini politici leggeri ed inconsapevoli fecero per ammansare gli schiamazzatori dell’estrema sinistra! Benedetta, perché mancare a quelle promesse significa poter mantenere gli obblighi di elevamento dei lavoratori che sono doverosi per lo stato moderno. La promessa che è puramente elettorale è cosa spregevole e caduca. Il dovere, anche se non suffragato da alcuna promessa parlata o scritta, è un imperativo categorico per lo stato. Sempre, in ogni tempo, sereno o torbido, felice od avverso.

 

 

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