Marina libera e sussidi

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 03/11/1922

Marina libera e sussidi

«Corriere della Sera», 3 novembre 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 922-925

 

 

 

Il «Corriere» ha pubblicato ieri una lettera del prof. Biancardi in risposta ai nostri articoli sulla marina mercantile. Il prof. Biancardi dice cose molto giuste, ma ha sicuramente torto nella premessa da cui parte; ed è che il «Corriere» si segnali particolarmente per ostili atteggiamenti nei riguardi della classe armatoriale. Se lo levi dalla testa lui e se lo levino dalla testa tutti coloro che fantasticano di pretese ostilità contro Genova e le industrie che del mare vivono: noi siamo ostili a tutti gli industriali, genovesi o milanesi o piemontesi, di qualunque regione siano e qualunque industria esercitino, i quali chiedono sussidi allo stato. Siamo invece lodatori ed estimatori e difensori di tutti quegli altri industriali che arrischiano i proprii denari e non chiedono un soldo a nessuno. Nello stesso articolo, in cui il Biancardi ha voluto vedere tanta animosità contro gli armatori, si lodavano coloro tra gli armatori che «lottano, vincono e soccombono fidandosi solo delle proprie forze»; si parlava delle esigenze della vera marina, quella libera, che non vive della pesca dei milioni dello stato, e si dichiaravano le esigenze delicatissime di essa. Potremmo quindi fare a meno di rilevare il contenuto della lettera indirizzataci. Essa è stata evidentemente scritta per equivoco e mandata ad un indirizzo sbagliato. Il Biancardi rappresenta gli armatori liberi, i quali, osserva egli, non hanno chiesto nulla allo stato ed hanno da questo patito solo danni; e non aveva quindi ragione di scrivere nulla a noi, che non muovemmo nessuna critica a quelli che lo hanno eletto a capo.

 

 

Ma poiché egli ce ne porge il destro, vogliamo muovere un rimprovero anche a questi valorosi, di cui teniamo altissimo conto, sebbene, s’intende, non si abbia il cattivo gusto di lodarli troppo spesso senza necessità. Se la lode è sobria, e perciò più efficace, accolgano essi il richiamo come mosso da chi desidera che la industria italiana salga a destini sempre più alti. Perché gli armatori liberi, quelli che non chiedono favori e denari allo stato, quelli che non si lamentano se lo stato ha assorbito durante la guerra gran parte dei guadagni che essi avrebbero potuto fare se i noli fossero rimasti liberi – se non erriamo questo è il significato dell’economia di tre miliardi che lo stato, secondo il Biancardi, fece durante la guerra – perché essi non separano energicamente, pubblicamente, la loro causa da quella dei loro colleghi che invece chiedono: partecipano alle sovvenzioni, sono interessati nei cantieri e negli stabilimenti siderurgici, e tanto infastidiscono oggi governo e parlamento per ottenere sussidi e premi? Il Biancardi si lamenta che il pubblico non faccia distinzioni e che i ministri nei loro progetti parlino sempre di sussidi alla «marina mercantile», mentre si tratta di protezione data alla siderurgia e all’industria delle costruzioni navali. Ma la maggior colpa della confusione è proprio degli armatori liberi. Questi si comportano precisamente come i fabbricanti di macchine rispetto ai siderurgici, come i costruttori edili in confronto ai vetrai, ai mobiliai, ai fabbricanti in genere di materiali da costruzione. In privato, nelle lettere confidenziali strillano e si lamentano; ma in pubblico, per amore di quieto vivere, stanno zitti, quando non si ascrivono alle federazioni dei loro oppressori. Quando una associazione qualunque, la quale pretende di rappresentare gli interessi di una classe di industriali, manda deputazioni e memoriali al governo e al parlamento per chiedere dazi doganali, si sono mai viste presentarsi delegazioni di industriali danneggiati da quegli stessi dazi per opporsi e gridare e minacciare così come fanno i primi? Quando i cantieri navali ed i siderurgici chiedono premi e commesse di stato; quando gruppi di interessati (sia pure falsi armatori, banche finanziatrici e via dicendo) svolgono dinanzi alle commissioni parlamentari mirabolanti programmi di servizi sovvenzionati per centinaia di milioni di sussidi all’anno, le federazioni degli armatori liberi si sono forse presentate a protestare, hanno fatto pubbliche e doverose campagne per scindere la loro causa da quella delle pecore rognose e per dimostrare al governo, al parlamento ed al paese che non solo quei milioni erano male spesi, ma che la classe armatoriale li respingeva come un danno ed una vergogna? Star zitti, non agitarsi è una colpa. Non basta dire: la cosa non ci interessa; noi non chiediamo niente. Ma quando si vive fianco a fianco; quando nei singoli casi non è netta e chiara la distinzione fra armatori liberi, marina sovvenzionata e cantieri navali, quando le persone singole sembrano passare da una categoria all’altra ed avere interessi interferenti, il pubblico ha ragione di diffidare e ha diritto di essere perdonato se non distingue sempre esattamente.

 

 

Su queste colonne noi abbiamo molte volte insistito sulla necessità di ridurre al minimo le linee sovvenzionate e di rompere i legami tra marina mercantile, cantieri e siderurgia; ed abbiamo ripetuto che gli alti costi e l’inefficiente servizio delle linee sovvenzionate sono dovuti in gran parte al numero irragionevole di approdi ed alle vessazioni dei servizi statali. Ma le nostre parole avrebbero avuto ben maggiore efficacia se, alle insistenze di quelle compagnie o di quegli uomini che avevano interesse di trascinare, con vecchie carcasse, una grama vita a spese dello stato, si fossero opposte le resistenze organizzate di quei liberi armatori che sono il fiore del mare e che devono tutto a se stessi ed al proprio ardimento. Adesso il Biancardi comincia a parlare ed a scagionarsi di colpe non sue. Troppo poco. In questo mondo di prepotenti non è possibile fare la viola mammoletta, sperando di non essere calpestati. Bisogna muovere all’attacco contro coloro che screditano la classe; bisogna aiutare le forze oneste, le quali difendono il bilancio dello stato. Bisogna che gli armatori liberi, i quali sono danneggiati dai cattivi concorrenti viventi a spese dello stato, uniscano le loro forze con gli industriali danneggiati dagli elevati dazi sui prodotti, che essi comprano. Sì, è un’ingiuria – non mai scritta su queste colonne – affermare che tutta l’Italia industriale è protezionistica, cacciatrice di premi, amante di sovvenzioni. Ma, perché l’ingiuria non possa più trovar credito, è necessario che armatori liberi, industriali ed agricoltori rovinati dal protezionismo, si facciano valere, contrappongano alle potenti associazioni protezionistiche e divoratrici dei pubblici bilanci associazioni altrettanto potenti per la libertà degli scambi e per le mani nette del denaro pubblico. Troppo si parla di solidarietà e di unione in certi campi. La solidarietà deve essere rinnegata, l’unione deve rompersi quando il silenzio solo, mentre altri muove all’assalto dello stato, è una colpa.

 

 

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