Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Mentre si aspetta l’ufficio del lavoro governativo

«La Stampa», 25 luglio 1902[1]

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 497-501

 

 

Per un anno si è trascinato dinanzi al parlamento il disegno di legge sull’ufficio del lavoro; ed è prevedibile che, dopo l’approvazione legislativa, dovrà ancora passare qualche tempo prima che gli studi i quali si stanno ora compiendo al ministero di agricoltura siano tradotti in realtà.

 

 

Frattanto allo scopo che non poté ancora essere conseguito dall’opera dello stato, intende con successo l’iniziativa privata. A Milano, coi fondi della Società umanitaria, istituita dal munifico lascito Loria, si sta organizzando un ufficio di statistica e di collocamento del lavoro, che ci sembra meritevole di essere studiato, poiché ci fornisce l’esempio di un istituto nuovo per l’Italia e siffattamente congegnato da arrecare notevoli vantaggi alla classe lavoratrice. La relazione, scritta dal prof. G. Montemartini, è un documento sobrio, guida preziosa sull’argomento.

 

 

Varii sono i metodi con i quali si è cercato di provvedere al collocamento dei disoccupati. Gli uffici privati di collocamento sono più dannosi che utili, perché hanno interesse a non trovare uno stabile posto al disoccupato per poter percepire ad ogni cambiamento una nuova mediazione. Gli uffici pubblici gratuiti di collocamento, sia di stato che municipali, presentano il pericolo del possibile predominio di un partito politico sugli altri partiti. Gli uffici di collocamento confessionali offrono il fianco alla obbiezione di venire a preferenza in aiuto ai lavoratori che appartengono alla corrente di idee morali o religiose o politiche degli amministratori. Il pericolo si è manifestato nelle più note e grandiose di quelle istituzioni, quali l’Esercito della salute in Londra e l’ufficio della Church Army, pure in Londra.

 

 

Migliori sono gli uffici di collocamento istituiti dagli imprenditori o dai lavoratori medesimi, sovratutto da questi ultimi. L’ufficio di collocamento nelle mani dei lavoratori non esercita la semplice funzione intermediaria; significa anche organizzazione dell’offerta. Essi giovano così, non solo a collocare i disoccupati, ma a farli pagar meglio. È questa una delle funzioni principali delle Trade-Unions inglesi, le quali cercano lavoro ai soci disoccupati, e nel frattempo, coi fondi per la disoccupazione, permettono all’operaio di ottenere migliori salari, astenendosi dall’accettare patti inferiori a quelli ritenuti sufficienti dall’unione. Codesti uffici dispongono di un nucleo di persone tecniche che rappresentino i diversi mestieri, che conoscano direttamente le esigenze delle singole industrie e dei singoli lavori. Semplici impiegati non sarebbero adatti. E le persone tecniche si formano in seno alle associazioni dei lavoratori.

 

 

Il prof. Montemartini conclude perciò che i rimedi contro la piaga della disoccupazione non possono essere messi in opera che dalla medesima classe lavoratrice, direttamente interessata; e che il modo più efficace per combattere la disoccupazione, in tutte le sue forme, consiste nell’organizzazione della classe lavoratrice, in modo da poter controllare la vendita della forza di lavoro ed il mercato del lavoro. Siccome il sussidio più potente all’organizzazione operaia sta nella conoscenza delle reali condizioni di offerta e domanda su un determinato mercato del lavoro, così il Montemartini propone alla Società umanitaria di costituire un ufficio del lavoro, il quale abbia per iscopo di illuminare la classe lavoratrice sulle condizioni di occupazione e disoccupazione nel mercato del lavoro, sulla piazza di Milano.

 

 

L’ufficio dovrebbe avere per iscopo: – la raccolta, per i lavoratori organizzati per arti e mestieri, dei dati statistici riflettenti le condizioni di fatto, specialmente economiche, dei lavoratori, occupati e non occupati, organizzati e non organizzati, che trovansi sulla piazza di Milano; – la raccolta di dati statistici riflettenti il movimento migratorio interno ed esterno per i lavoratori dei campi, ed il movimento emigratorio dei lavoratori industriali in rispetto alla piazza di Milano; – la raccolta di dati statistici riflettenti le condizioni di fatto, specialmente economiche, dei lavoratori dei campi, per l’Italia settentrionale e per l’Emilia.

 

 

La vigilanza sul funzionamento tecnico dell’ufficio dovrebbe essere deferita ad un apposito consiglio del lavoro, composto:

 

  • da 11 rappresentanti delle 11 industrie in cui è divisa la locale camera del lavoro, secondo le disposizioni della legge dei probi – viri, ed eletti dal consiglio generale della camera del lavoro di Milano;
  • da 11 rappresentanti dei lavoratori agricoli organizzati, nominati dalle federazioni provinciali e regionali delle leghe dei contadini dell’alta Italia;
  • da due rappresentanti nominati dall’umanitaria;
  • dal direttore tecnico dell’ufficio.

 

 

L’ufficio sarebbe costituito: – da un direttore tecnico, incaricato di dirigere le operazioni di rilevazione, di coordinare ed elaborare i dati raccolti, di attendere alle pubblicazioni; – da impiegati fissi per le rilevazioni dei dati riguardanti Milano; – da impiegati viaggianti, i quali dovranno raccogliere i dati statistici riguardanti i lavoratori dei campi ed i lavoratori industriali nelle regioni che interessano la piazza di Milano, e cioè: la Lombardia, il Veneto, l’Emilia, la Romagna, il Piemonte. Le operazioni statistiche sarebbero controllate da un comitato esecutivo composto di tre membri della Società umanitaria, che in tal modo manterrebbe sempre una oculata sorveglianza sull’intero andamento dell’ufficio.

 

 

L’attuazione del progetto importa lire 23.200 di spesa annua per il personale e lire 22.500 per il funzionamento (affitto, cancelleria, stampati, pubblicazioni, inchieste, ecc.); in tutto lire 45.700. È un progetto il quale si basa su due concetti cardinali. Il primo, che a lenire i mali della disoccupazione giovi sovratutto avere una conoscenza esatta della domanda e della offerta del lavoro. Il concetto difficilmente può essere posto in dubbio, poiché, a meno di proporsi scopi di impossibile raggiungimento, il compito di un ufficio di collocamento sta appunto nel mettere a contatto capitale e lavoro; scopo tanto più agevole a raggiungere quanto meglio si conosca se e dove la richiesta di operai abbondi e se e dove difetti ed abbondi invece l’offerta.

 

 

Più controverso parrà il secondo principio informatore del disegno: quello della grande e quasi esclusiva preponderanza che nella direzione dell’ufficio del lavoro viene data alle organizzazioni degli operai ed alle leghe dei contadini.

 

 

Forse alcuni rimarranno scandolezzati che si pensi ad attribuire così larga

influenza a corpi non legalmente costituiti. Già si scandolezzò il senato nel vedere introdursi nel consiglio del lavoro governativo alcuni rari rappresentanti delle organizzazioni operaie; più grande sarà quindi lo scandalo di vedere a Milano un consiglio del lavoro, dove non avranno parte né governo, né comune, né camere di commercio, ecc. ecc., e dove sederanno esclusivamente i rappresentanti delle leghe operaie e contadine!

 

 

Malgrado lo scandalo, è opportuno che l’ufficio del lavoro sorga a Milano in questa forma. Dopo tutto, gli uffici di collocamento concepiti come emanazione diretta degli operai organizzati fioriscono in Inghilterra; e l’Inghilterra è uno dei paesi in cui la lotta contro la disoccupazione è meglio combattuta. Le leghe operaie hanno steso su tutto il paese una mirabile rete, grazie alla quale l’operaio disoccupato non si sente mai solo; e trova dappertutto appoggio e consigli nei suoi compagni di lavoro. Lo stesso ufficio del lavoro governativo si basa quasi esclusivamente sulle informazioni inviate dai segretari delle leghe operaie. È molto probabile che ciò che è riuscito così bene in Inghilterra riuscirà anche nell’alta Italia, e che coi mezzi della Società umanitaria si riuscirà a fare bene ciò che il governo non è riuscito a fare né bene né male, ciò che gli uffici municipali del lavoro compiono con iscarso successo e gli uffici privati di collocamento fanno molto male.

 

 

Che la necessità dell’ufficio sia sentita, e che gli uffici municipali e gli uffici privati non bastino all’intento, è verità dimostrata dal fatto che più o meno dappertutto sorgono iniziative per provvedere al nuovo bisogno. A Torino abbiamo la «borsa del lavoro», presieduta dal prof. Mosca e contrassegnata dalla cooperazione di imprenditori e di operai. A Milano l’ufficio del lavoro sorge in base a principii diversi e con basi finanziarie molto più forti. Amendue le iniziative potranno riuscire utili alla classe operaia. Dati i larghi mezzi che l’Umanitaria possiede, l’esperimento di Milano, che la pratica contribuirà a perfezionare, potrà riuscire di guida preziosa anche alle altre regioni d’Italia.

 

 



[1] Con il titolo Contro la disoccupazione. Mentre si aspetta l’Ufficio del lavoro governativo [ndr]

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