Messaggio del presidente della Repubblica italiana

Tratto da:

Bulletin de l’Institut international de statistique

Data di pubblicazione: 01/01/1960

Messaggio del presidente della Repubblica italiana

«Bulletin de l’Institut international de statistique», tome XXXIV, 1960, pp. 103-105

 

 

 

Signor presidente e cari colleghi,

 

 

era un mio desiderio vivissimo di porgervi personalmente un saluto non solo e non tanto come presidente della Repubblica italiana, quanto sovratutto come membro di questo Istituto internazionale di statistica, della cui compagnia grandemente mi onoro di essere stato chiamato a far parte or volge un quarto di secolo. Circostanze diverse mi vietano il soddisfacimento del desiderio; e me ne dolgo. Ma consentitemi ugualmente di dire che la nostra è una compagnia che il grande pubblico – il pubblico degli uomini politici, degli amministratori e dei pubblicisti – è chiamato ogni giorno più a rispettare e dalla quale attende ammaestramenti sempre più vantaggiosi al bene comune.

 

 

Rispettare in primo luogo. Basta scorrere rapidamente anche solo i titoli delle memorie che i membri e gli invitati presentano alla XXVIII sessione dell’Istituto per dovere ammirare il rigore del metodo, la raffinatezza degli strumenti di indagine, la delicatezza del ragionamento, che oramai sono il fondamento necessario del lavoro quotidiano compiuto dagli studiosi teorici e dai direttori ed ufficiali di statistica in tutti i paesi del mondo. Nella compagnia nostra ed in quella più vasta dei cultori e dei produttori di statistiche entra forse, al par di me, qualche amatore; non entrano dilettanti e procaccianti. Negli anni più neri della tirannide fascistica e nazista fu talora vietato agli statistici professionali di pubblicare ed utilizzare dati non graditi ai dominatori ma non si riuscì a far compilare e sottoscrivere statistiche contrarie al vero. Furono fabbricate teorie economiche e sociali ad usum delphini; non poterono essere messe sul mercato statistiche consapevolmente false. Lo vietò il rigoroso crescente tecnicismo dei produttori di statistica, che fa spesso riflettere ai laici: meglio non tentare di chiedere quel che gli statistici, ben difesi da complicate notazioni matematiche, dicono di non poterci dare! Eppure, anche i politici, consumatori obbligati di statistiche, debbono chiedere qualcosa agli statistici professionali: di perseguire, perfezionandola, l’antica tradizione di offrire al pubblico esposizioni semplici e chiare dei risultati ottenuti dalle loro laboriose indagini. Ritorna qui in Roma il ricordo di Luigi Bodio, iniziatore e segretario per lunghi anni dell’Istituto e compilatore della prima serie del nostro Bollettino; e ritorna il compiacimento provato in anni lontani nel leggere i risultati dei suoi studi sul commercio internazionale e sulla bilancia dei pagamenti in Italia. Tutto chiaro, tutto limpido e persuasivo, anche laddove dichiara che tante cose egli non le sapeva.

 

 

Consumatore quotidiano, per dovere di ufficio, di statistiche io stesso, posso affermare di comprendere sempre bene tutto ciò che mi è offerto? Oggi che, al centro degli interessi di governi e di parlamenti sono, forse primi fra tanti importantissimi, i dati sui pubblici bilanci e sul reddito nazionale, posso sempre essere sicuro di aver capito e di ricordare bene quel che si è tentato di spiegarmi?

 

 

Nei bilanci britannici ricordo sempre bene il significato della distinzione fra le cifre scritte sopra e quelle scritte sotto la linea? Quando leggo nelle statistiche italiane la distinzione fra le imposte le quali colpiscono il reddito e quelle le quali colpiscono i consumi e vedo pubblicisti inorridire dinnanzi alla esiguità delle prime ed alla altezza delle seconde, sono sicuro che in quelle cifre e in quelle proporzioni non si annidi qualche equivoco di interpretazione dovuto a non sempre bene spiegate particolarità tecnico amministrative? Quando nei calcoli del reddito nazionale di non pochi stati leggo cifre di reddito calcolato «al costo dei fattori» e cifre di reddito calcolato «ai prezzi di mercato» e vedo che la differenza è data dall’ammontare di certe imposte, sono sicuro che almeno l’uno per cento dei parlamentari e dei politici, ad istruzione ed ammaestramento dei quali quei calcoli sono costrutti, sia in grado di penetrare il mistero per cui certe imposte, le quali a primo tratto paiono erogazioni o spese, diventano invece componenti di reddito? Quando intuisco che certe valutazioni di reddito del 1953 sono fatte partendo da dati più o meno sicuri di venti anni addietro e di qui riportate, con aggiunte e detrazioni molteplici di numero di lavoratori, di fattori produttivi, di quantità prodotte, di costi e di prezzi, a dati attuali, rimango dubbioso e, pur ammirando l’ingegnosità e la coscienziosità dei compilatori, non posso far a meno di concludere: oh! non sarebbe stato preferibile scrivere hic sunt leones? Quando vedo calcolato l’ammontare della quota risparmiata del reddito nazionale per differenza fra un reddito prodotto e un reddito consumato e rifletto ai margini talora notevoli di errori probabili nel calcolo del prodotto e del consumato, non posso non concludere che i dati del calcolo sono troppo incerti per non aver bisogno di molte riprove di accertamenti diretti e di molte riserve sui risultati raggiunti.

 

 

A che pro tanti desideri, che potrebbero parere, e non sono, recriminazioni di un socio che appartiene alla vostra compagnia solo per il suo fervore, non mai venuto meno, di consumatore di statistiche? I desideri sono mossi dalla persuasione che voi siate i soli i quali possono soddisfare ad una esigenza, certamente umile, ma pur certa: la statistica deve essere, oltreché una cosa seria, anche popolare. Che sia una branca rigorosa della scienza è dimostrato dai vostri lavori: di sessione in sessione, i contributi che gli statistici apportano al progresso delle scienze naturali, biologiche, matematiche, economiche e sociali sono sempre più preziosi. Non v’ha branca dello scibile umano alla quale gli statistici non abbiano dato impulso. Ricordiamo tuttavia che, fra i tanti i quali attendono lume dalle vostre indagini, siamo anche noi amministratori della cosa pubblica, politici e pubblicisti. Ricordiamo anzi che il primo campo di studio della scienza statistica, oramai volta a tanto più ampio orizzonte, fu appunto quello delle cose politiche, sociali ed economiche. Di qui il dovere degli statistici professionali di dare alla sete di sapere dei consumatori di statistiche una guida, che sia chiara, semplice, limitata a ciò che si sa per cosa certa ed atta perciò a giovare alla condotta di uomini che troppo spesso sono chiamati a decidere e ad operare rapidamente, e vorrebbero essere confortati dal possesso di dati e di indici altrettanto rapidamente atti ad essere intesi ed a recare persuasione altrui. Voi vorrete, caro presidente e cari colleghi, perdonare la espressione dell’onesto desiderio del vostro consocio.

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