Miliardi che bruciano le mani

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 04/05/1924

Miliardi che bruciano le mani

«Corriere della Sera», 4 maggio 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 695-699

 

 

 

I rapporti, veramente insigni, dei due comitati dei periti, l’uno chiamato a studiare i mezzi di stabilizzare la moneta della Germania e di equilibrare il suo bilancio e l’altro a valutare i capitali evasi dalla Germania ed i mezzi di farli ritornare in patria, offrono argomento di meditazione a chi li voglia leggere congiuntamente. Essi hanno, in sostanza, un addentellato strettissimo: se i tedeschi, invero, sono riusciti in passato a far evadere tanti miliardi dalla Germania, perché non potrebbero essere obbligati a spedirne altri molti a vantaggio degli alleati? Se si può spedire un miliardo di marchi-oro all’estero per sottrarlo al fisco od alla rivoluzione, è chiaro che si può anche spedirlo per consegnarlo ai vincitori. Se non si fa, ciò non accade per impossibilità, come affermano i tedeschi, ma per mala volontà. Se è possibile esportare finché l’esportazione giova all’esportatore, senza far nascere cataclismi, perché non dovrebbe essere possibile solo perché farebbe d’uopo consegnare altrui le somme esportate?

 

 

Ma il confronto dei due rapporti dimostra senz’altro che il metodo tenuto dai tedeschi per mettere in salvo dal fisco o dalla rivoluzione le proprie ricchezze all’estero, non è metodo buono per pagare riparazioni.

 

 

Come riuscirono invero i tedeschi ad esportare all’estero a proprio vantaggio da sette ad otto miliardi di marchi-oro? Versando marchi-carta in una banca del proprio paese e vendendo ad uno straniero il credito risultante dal versamento contro corrispondente accreditamento in moneta estera in una banca straniera a favore del venditore tedesco. Muller, tedesco, versa 1 milione di marchi-carta alla sede di Berlino della Deutsche Bank. Smith, inglese, versa 25.000 lire sterline alla Lloyds Bank di Londra. Poiché, all’epoca del versamento, 40 marchi-carta valevano ancora 1 lira sterlina, Muller vende 1 milione di marchi-carta contro 25.000 lire sterline. Con semplice scambio di accreditamenti in banca, alla fine dell’operazione, Muller possiede 25.000 lire sterline a Londra e Smith 1 milione di marchi-carta a Berlino.

 

 

Perché non si potrebbe ripetere l’operazione per inviare all’estero le somme necessarie per le riparazioni? Non fece d’uopo di avere una eccedenza di esportazione, come dicono gli economisti, perché Muller potesse cambiare i suoi marchi in sterline e metterli in salvo all’estero. Perché dovrebbe crearsi questa necessità per cambiare marchi in sterline e dollari e con questi pagare le esportazioni?

 

 

Il «perché» si indovina facilmente. Nel dopo – guerra, i tedeschi poterono cambiar marchi contro sterline, dollari, franchi, lire e pesete perché trovarono molta buona gente, persuasa della grandezza della Germania, che barattò con entusiasmo i proprii buoni crediti in banca, espressi in monete solide, con marchi cattivi. I periti ci rivelano adesso che i compratori dei 7 od 8 miliardi di marchi-oro (marchi-carta pagati a quel prezzo in oro, non furono meno di un milione, sparpagliati in tutti i paesi del mondo. Questo milione di persone fece passare a favore di tedeschi i proprii buoni crediti in banca in Inghilterra, Stati uniti, Francia, Spagna, Italia; ed i tedeschi diedero in cambio crediti in banca espressi in marchi. Alla fine questi ultimi si ridussero a valore zero; ed i tedeschi guadagnarono netta la salvezza dei 7-8 miliardi ben conservati all’estero.

 

 

Per ripetere il medesimo gioco per le riparazioni, sarebbe necessario che gli alleati, pur non dando nulla in cambio, accettassero di essere pagati dai tedeschi in marchi-carta o in qualche altra moneta cartacea, di vecchia o nuova denominazione. Ossia accettassero di non essere pagati affatto.

 

 

È chiaro che il gioco può riuscire una volta; non una seconda. Gli alleati vogliono essere pagati in cose solide, non in carta immaginaria. Appunto perciò sorgono difficoltà gravissime. Forse il merito maggiore del rapporto del primo comitato di periti è la chiarezza con cui nettamente distingue due fatti completamente differenti: la capacità della Germania a pagare, che i periti valutano, a regime stabile, in 2.500 milioni di marchi-oro all’anno; e la possibilità di spedire all’estero le somme pagate. La Germania, quando la sua economia sia riorganizzata, può agevolmente pagare 2.500 milioni, perché essa non ha più l’onere delle imposte necessarie per il servizio dei debiti pubblici e il suo antico debito privato è quasi scomparso. Ma come spedire all’estero i 2.500 milioni, senza creare una eccedenza delle esportazioni sulle importazioni, ossia senza lasciarsi «inondare» da merci tedesche a buon mercato, senza scompigliare i cambi e senza rovinare il piano di risanamento finanziario, da cui dipende la stessa possibilità di pagare? Ecco le ragioni del piano complesso escogitato dai periti per provvedere all’invio all’estero dei pagamenti fatti dalla Germania.

 

 

Deve essere istituito un comitato dei trasferimenti, presieduto dall’agente dei pagamenti di riparazioni e composto di cinque delegati appartenenti alle nazionalità americana, francese, inglese, italiana e belga. Il comitato dovrà convertire le somme pagate dalla Germania in divise estere nei limiti in cui il mercato dei cambi lo permetterà, senza rischiare la stabilità della moneta tedesca.

 

 

Il comitato potrà altresì vendere marchi a stranieri, affinché questi possano fare investimenti duraturi di capitale in Germania. In questo modo non si spedisce danaro tedesco all’estero; e si ripete, in altra forma, l’operazione del dopo-guerra, in cui tanti stranieri persero le penne. Ma la differenza è grande e sostanziale: non più Muller vende marchi a Smith in cambio di sterline; ma il comitato dei trasferimenti, che ha ricevuto un milione di marchi-oro dal governo tedesco, lo vende a Smith, inglese, in cambio di un accreditamento in sterline a Londra, credito che il comitato trasferirà agli stati creditori. Smith, provveduto di un credito di un milione di marchi-oro su una banca tedesca, se ne dovrà servire per acquistare titoli, azioni, case, terreni, fabbriche, a suo piacimento. Il governo tedesco non dovrà porre ostacoli a codesti acquisti, purché essi non gli tolgano «il controllo della sua economia interna». Il che vuol dire che gli alleati potranno essere pagati in tal forma, entro i limiti consentiti dalla necessità di non dare a stranieri la padronanza delle più importanti imprese tedesche.

 

 

Il comitato, non riuscendo a trasferire danari all’estero coll’acquisto di divise, o non potendo vendere crediti in marchi ad acquirenti stranieri di beni tedeschi, terrà il saldo dei pagamenti ricevuti in deposito presso la nuova banca di emissione. Se però il totale dei depositi in banca e degli investimenti in beni tedeschi superi i cinque miliardi di marchi-oro, i periti propongono che i pagamenti annuali della Germania si riducano al disotto di 2.500 milioni di marchi-oro, di tanto quanto occorre affinché l’accumulazione non superi i cinque miliardi. Il limite dei cinque miliardi può essere superato solo se il comitato si persuada che il governo tedesco o qualche gruppo finanziario tedesco compia manovre artificiose rivolte ad impedire il trasferimento all’estero delle somme pagate. Può anche, a maggioranza dei due terzi, sospendere i pagamenti tedeschi prima che il limite dei cinque miliardi sia raggiunto, quando si persuada che l’accumulazione di fondi in sue mani «costituisca una minaccia per la situazione fiscale od economica della Germania o per gli interessi dei paesi creditori».

 

 

Dall’insieme delle cautele riassunte, il lettore probabilmente ha tratto la conseguenza che ai periti l’idea di non sapere come disporre dei danari ricevuti dia un grande fastidio, superiore al piacere di essere pagati dalla Germania. Si direbbe che quei miliardi brucino loro le mani in anticipazione. Essi temono di «turbare i cambi» se li spediscono all’estero; temono che al governo tedesco sia tolto «il controllo della sua propria economia interna» se li impiegano a comprare, per conto di stranieri, beni tedeschi; paventano di «minacciare la situazione fiscale ed economica della Germania» se li accumulano in depositi eccessivi, «a credito degli alleati» presso la banca tedesca; temono persino che un deposito troppo grande nuoccia «agli interessi dei paesi creditori». Quando mai si vide un creditore spaventato dalla visione dell’aumento progressivo dei proprii depositi in banca?

 

 

Eppure, tutto ciò è ragionevole. Queste riparazioni sono un incubo finché non sono pagate: Ruhr, dissidi tra alleati, timori di egemonie. Diverranno un incubo forse peggiore, quando saranno pagate e non si saprà come fare a versarle ai creditori.

 

 

Americani ed inglesi hanno firmato questo rapporto. Pare probabilissimo che il capitolo relativo alle difficoltà di inviare all’estero le riparazioni pagate sia stato massimamente inspirato da essi. Prendiamone atto. Quando americani ed inglesi chiederanno a noi sul serio il pagamento delle nostre riparazioni – vulgo interessi dei debiti interalleati – li pregheremo di tracciare un piano di versamenti. Come faranno la Francia e l’Italia a versare? Accettano forse i creditori franchi e lire in carta stampata? Mai no. Accettano merci? Vade retro Satana. Accettano rimesse di emigranti? Ma il contingente italiano è stato ridotto a quattromila. Che cosa vogliono dunque i politici che di fronte ai loro elettori insistono sulla necessità di essere pagati?

 

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