Minimo di leggi “guadagno della nazione” secondo un economista finlandese del XVIII secolo

Tratto da:

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/07/1932

Minimo di leggi “guadagno della nazione” secondo un economista finlandese del XVIII secolo

«La Riforma Sociale», luglio-agosto 1932, pp. 467-470

Saggi, La Riforma Sociale, Torino, 1933, parte II, pp. 497-502

 

 

 

Anders Chidenius: The National Gain, with an introduction by GEORG SCHAUMAN (un vol. in-16° di pag. 92, in tela d’editore, 1931, London, Ernest Benn. Prezzo 5 scellini net).

 

 

Anders Chidenius, nato nel 1729 e morto nel 1803 in Finlandia fiorì durante il periodo illuministico svedese, in politica detto “èra della libertà” o della monarchiostituzionale limitata dalle regolari sessioni dei quattro stati, in economia dominato dal mercantilismo, – ed a questo si inspirava il product placat o legge di navigazione emanata nel 1724 per proibire al naviglio forestiero di importare in Svezia merci diverse da quelle del loro proprio paese – nella scienza dalla fondazione avvenuta nel 1739 della Accademia delle scienze ad opera di Linneo e nel 1740 di una cattedra jurisprudentiae, oeconomiae, et commerciorum nella Università di Uppsala. La grossa opera Arcana Oeconomiae et Commerci (1730) del Nordencrantz faceva testo inspirandosi ad un moderato mercantilismo, a Davenant, a Temple, a Child ed a Mandeville. Erano tradotti dall’inglese i libri di Mun, Bacone, Locke e Davenant; dal francese quelli di Melon, Herbert, Dangeul, Gournay e Mirabeau e pure dal francese quelli degli inglesi Child, Culpeper e Tucker.

 

 

Il Chydenius, di famiglia di pastori, fu pastore egli stesso in Finlandia, rappresentò il clero della sua provincia nelle diete del 1765-1766, del 1778-1779 e del 1792 e in esse diede prova di carattere indipendente sostenendo tesi contrarie agli interessi dei suoi mandanti. Lo Schauman, autore di una istruttiva introduzione (pag. 7-43 del presente volumetto) dà notizie di dieci scritti, quasi tutti brevi saggi di occasione, redatti dal C. per combattere provvedimenti da lui giudicati nocivi od invocare leggi vantaggiose. Queste egli riassumeva in una: «Una sola legge, la quale riduca il numero delle leggi vigenti, mi è sembrato degno di studio piacevole ed io la raccomando fortemente come la primissima e più importante di tutte, prima che si inventi qualsiasi nuova legge» (91-92). A dare mezzo agli studiosi non svedesi di apprezzare l’importanza scientifica del Chydenius – noto sinora, si osservi per incidenza, nella letteratura internazionale solo per un breve succoso riferimento del nostro diligentissimo Cossa – lo Schauman ha curato la traduzione inglese del saggio più generale del C., intitolato Den National Vinsten (Il guadagno o vantaggio nazionale) pubblicato nel 1765. Breve saggio, il quale non occupa più di 48 pagine (da 45 a 92) del libretto qui recensito; ma tutto nervi e sostanza. Vi dà inizio la consueta proposizione mercantilista, così frequente negli scrittori del tempo: «l’eccesso del valore delle merci esportate su quello delle merci importate giustamente detto guadagno della nazione e l’eccesso del valore delle merci importate su quello delle merci esportate sarà sempre la sua perdita»; ma fatta la genuflessione di rito all’idolo del tempo, il Chydenius subito lo dimentica per occuparsi di quello che è il suo vero problema: quale è per una nazione il modo migliore per produrre la massima quantità di ricchezza? La risposta è: il risultato si ottiene da una nazione «non coll’occuparsi in parecchie differenti industrie, ma col lavorare in quelle che rendono maggiormente, in quelle cioè in cui il minimo numero di persone produce il massimo valore di merci» (49). Premi di importazione, premi di esportazione, proibizioni, dazi, vincoli al commercio al minuto, divieti di emigrazione, leggi di navigazione, privilegi corporativi sono ad uno ad uno sottoposti a critica dal C., il quale conclude dichiarandoli impedimenti, argini con cui è impedito lo spontaneo flusso del lavoro e del capitale verso gli impieghi più produttivi. Come in altri scrittori accusati, da chi non li ha mai letti, di astrattezza, la critica del Chydenius è fresca, attinta ad esempi osservati nel piccolo mondo di villaggi rurali, di città di mercato e di mare in cui egli vive. La Finlandia è per il Chydenius quella che fu la Scozia per il maggiore suo contemporaneo, Adamo Smith; ma il C. pubblicò il suo elegante saggio undici anni prima della comparsa della Ricchezza delle nazioni. Qualche decennio innanzi ancora, il Bandini scriveva il discorso economico sulla maremma, rimasto inedito sino al 1775. Le idee di libertà erano nell’aria e partorivano frutti magnifici di pensiero un po’ dappertutto. Il libretto del C. non è il meno singolare di questi frutti. Molte sue osservazioni sono vive ancor oggi.

 

 

Principiis obsta; poiché il primo monopolio genera nuovi monopoli all’infinito. L’atto di navigazione svedese, il product-placat del 1724 concentra il commercio nei grandi porti, dove soltanto possono approdare le navi estere cariche esclusivamente di merci forestiere; obbliga i fabbricanti all’esportazione per mezzo delle grandi case importatrici; dà ad esse il monopolio delle divise estere (81-82).

 

 

«Non lamentiamoci dei molti oziosi e vagabondi che ospitiamo nel nostro paese. Gli uomini oziano quando le leggi impediscono ad essi di addirsi al lavoro liberamente scelto. Più numerose sono le occasioni per gli uni di vivere sulla fatica altrui, meno possono gli altri godere il frutto del proprio lavoro, più è uccisa la solerzia; i primi diventano insolenti, gli ultimi disperati e amendue oziosi» (70-71).

 

 

«Se le leggi costringono gli uomini a raccogliersi in gruppi, scemano le possibilità del negoziare, e in ogni gruppo un piccolo numero di privilegiati si mantiene al sommo, sopra la massa dei concittadini; pigliandosi a pretesto la opulenza loro per affermare che la nazione è prospera» (64).

 

 

«È certamente vantaggioso per una nazione scoprire nuovi rami di attività». Purché il campo nuovo «sia più profittevole dei vecchi e possa così aumentare il vantaggio nazionale» (86).

 

 

Ma il nuovo ramo deve essere liberamente veduto ed eletto. Le leggi le quali inducono gli uomini a dedicarsi a determinate attività preferite dall’uomo di stato possono danneggiare la nazione in quattro maniere: in primo luogo i piani raccomandati all’uomo di stato sono numerosi e contraddittori. Mirabeau preferisce l’agricoltura, Eric Salander l’artigianato; O.R. è propenso al commercio; A.S. dichiara che le ferriere sono la sorgente della massima esportazione svedese. Una casa costruita su disegni così diversi avrà la necessaria stabilità? In secondo luogo, scelta la industria o le industrie migliori, come potrà la legge fissare il numero migliore di operai (il C. parla di “operai” soltanto, perché quello era il coefficiente di produzione allora dominante; ma il ragionamento vale per tutti i fattori produttivi) da impiegare per il più opportuno numero di anni? Non è probabile si provochi abbondanza di lavoro nell’una e scarsità nell’altra industria? In terzo luogo, siamo certi che la scelta non venga fatta da chi ha interesse a promuovere quella data industria? In terzo luogo, la migliore scelta è sempre temporanea. Le leggi dovrebbero mutare di giorno in giorno per adattarsi alle mutevoli circostanze del momento ed alla mutata convenienza. «Fra le migliaia di possibilità offerte agli uomini anche l’ottima fra le leggi è utile solo nei pochi riguardi per cui fu emanata e dannosa in tutti gli altri» (59-63).

 

 

Gli inventori dei piani più ingegnosi devono perciò conchiudere che l’applicazione della loro ricetta non ha approdato «ad altro che a togliere dalle tasche degli uni quello che ha messo nelle tasche degli altri» (85).

 

 

Tutto ciò è vivo, fresco, attuale; come sono sempre vive, fresche ed attuali le teorie le quali si sostituiscono alle posizioni assurde: è migliore il sistema del capitalismo o del socialismo, dei consorzi grossi o delle imprese piccole, della mezzadria o dell’affitto, la posizione scientifica: quale soluzione deve darsi in un dato paese, in una data industria al problema di rendere massimo il reddito complessivo dei componenti la società e migliore la distribuzione di esso? Il Chydenius ha chiara la posizione esatta del problema; intende, salvo la iniziale citata incertezza di linguaggio, per “guadagno della nazione” la somma dei redditi netti dei componenti di essa; pone un suo ideale di ottima distribuzione alieno dalle grandi fortune dei pochi e dalla miseria dei più e propenso a quella che, grosso modo, può dirsi distribuzione democratica, ma non ugualitaria, dei redditi. E, ragionando sulla base delle osservazioni di fatto nella Svezia del tempo suo, il Chydenius conclude essere il liberismo doganale, commerciale, industriale, operaio, lo strumento migliore per raggiungere il fine proposto di massimo. Il merito maggiore del piccolo libretto offerto oggi dallo Schauman e dagli «amici della storia finnica» (Historian Ystavain Liitto) agli studiosi della scienza economica parmi consista appunto nella trattazione rigidamente logica e scientifica del problema, trattazione in cui le contaminazioni da principi estranei a quello economico sono ridotte al minimo. Merito che può dirsi, purtroppo, ancor oggi non comune, ed era certo singolarissimo a mezzo il settecento.

Torna su