Monarchia e federazione

Tratto da:

Lo scrittoio del Presidente

Data di pubblicazione: 01/01/1956

Monarchia e federazione

Lo scrittoio del Presidente (1948-1955), Einaudi, Torino, 1956, pp. 85-88

 

 

 

Per varie ragioni il Belgio sembra opposto «a forme di delega della sovranità che vengono giudicate incompatibili con il permanere e l’affermarsi dell’istituzione monarchica e preferiscono, a costo di qualsiasi sacrificio, la forma confederativa a quella federativa nell’edificio politico europeo che si tratta di creare».

 

 

«Monarchie che abbiano vissuto e anche prosperato in una organizzazione confederale se ne sono viste. A parte il progetto neoguelfo della confederazione degli stati italiani, che non ha conosciuto esistenza, si è veduto un altro esempio probante: quello dell’impero tedesco dove le varie case regnanti coesistevano, pur avendo delegato parte delle proprie attribuzioni sovrane. Ma casi di federazioni, nei quali le istituzioni monarchiche avrebbero ceduto tutti i poteri, o meglio si fossero dichiarate in partenza disposte a divenire semplici esecutrici di deliberati di un’autorità superiore ed estranea, non se ne sono visti mai».

 

 

Giova mettere in luce alcuni equivoci che si annidano nel brano citato:

 

 

1)    Le parole confederazione e federazione sono adoperate nel linguaggio costituzionale in maniera spesso diversa da quella usata nel linguaggio scientifico più rigoroso. Ad esempio, quella Svizzera si dice confederazione nonostante essa sia una vera federazione. Nella costituzione americana non si parla né di confederazione né di federazione essendosi invece usata la terminologia Stati Uniti d’America; ed è solo l’amministrazione che dicesi federale.

 

2)    L’impero tedesco era una vera e propria federazione e non una confederazione. Dicesi invero federazione quella in virtù di cui i singoli cantoni, stati e anche case regnanti rinunciano all’esercizio di alcuni poteri a favore di un ente superiore. Nel caso dell’impero tedesco le case regnanti e alcune pochissime città anseatiche avevano rinunciato in favore delle autorità imperiali (Dieta e consiglio federali insieme coll’imperatore) ad alcuni poteri, ma i singoli stati e quindi il re di Prussia, il re di Baviera ecc. ecc. conservavano in piena sovranità gli altri poteri senza dipendere affatto, per i poteri riservati, dalle deliberazioni dell’impero.

 

 

3)    Quindi non occorre immaginare il caso di istituzioni monarchiche che avrebbero ceduto tutti i poteri, o meglio si fossero dichiarate in partenza disposte a divenire semplici esecutrici di deliberati di un’autorità superiore ed estranea, perché questi casi non possono esistere in regime di federazione. Il re del Belgio, se il Belgio deciderà di far parte di una federazione, continuerà ad esercitare tutti i poteri che non avrà ceduto e non avrà alcuna occasione di eseguire deliberati di un’autorità superiore, perché questi deliberati superiori saranno direttamente posti in esecuzione dalla medesima autorità superiore. Così si deve intendere l’idea della federazione e non vi è nessun bisogno di complicare quell’idea facendola diventare diversa da quella che è.

 

 

Di confederazione si può fare a meno di parlare perché essa è semplicemente qualche cosa che non ha alcuna autorità propria. Era una confederazione la Svizzera prima del 1848 perché i cantoni conservavano una propria completa autorità in materia fiscale e di guerra. La confederazione poteva operare solo se i cantoni condiscendevano a fornire denari ed uomini; ed il sistema non poté durare sicché fu necessaria la guerra del Sonderbund per farla finita. La Società delle nazioni, le Nazioni unite, la Polonia prima della spartizione, comunque si chiamino o si chiamassero, erano o sono una specie di confederazioni soggette al diritto di veto dei singoli stati e persino di singoli membri del parlamento e conducono vita grama.

 

 

In fondo l’esistenza di case regnanti implica la necessità di salvare un poco più la faccia di quanto non accada per i regimi repubblicani. Bisognerà, come si fece per la Comunità del carbone e dell’acciaio, dare all’autorità suprema della federazione dei modesti nomi, poco altisonanti cosicché l’autorità loro effettiva in un certo campo non offuschi quella formalmente più alta dei re o granduchi. Esigenza del resto la quale per ragioni di prestigio nazionale non può essere dimenticata del tutto neppure per i presidenti di repubbliche. I diplomatici sono fatti apposta per risolvere queste difficoltà di etichetta.

 

 

13 giugno 1953.

 

 

Sulla necessità di non dar peso a fattori secondari, mantenendo fermi i principi essenziali, si intratteneva brevemente una nota, la quale reca una data precedente.

 

 

C’è qualcosa di buono nel metodo della gradualità. Il sistema anglosassone o meglio britannico di non agire logicamente ma a pezzi e bocconi per la spinta delle circostanze, adattandovisi alla meglio senza badare ai principi, è un sistema ottimo il quale ha prodotto magnifici risultati, sebbene esso sia contrario alla logica francese, all’abitudine americana di mettere tutte le leggi per iscritto ed alla Grundlichkeit tedesca. Per fortuna la parola caratteristica italiana in materia sta nel verbo arrangiarsi e quindi noi possiamo credere di trovarci su buona via. Appunto perché noi siamo pronti a tutti gli arrangiamenti, trovo ragionevole il gradualismo nell’attuazione di una eventuale federazione europea. Anche se la federazione europea sarà qualche cosa di meno logico di quello che non siano le federazioni degli Stati Uniti e della Svizzera; anche se gli inglesi entreranno nella federazione in una forma impreveduta e priva completamente di logica, né repubblica, né monarchia, od in parte l’una ed in parte l’altra, né fuori né dentro, od in parte dentro ed in parte fuori la vecchia comunità britannica delle nazioni, poco male. È però difficile di immaginare come si possa giungere ad una qualsiasi specie di federazione, se non si parte davvero da una qualche specie ben definita di essa, sia pure intitolata altrimenti. Per esempio, l’idea che prima si possa procedere ad una unificazione economica in materia di dogane o di banche di emissione e poi si passi ad una federazione politica è un’idea inconsistente. Innanzitutto unione doganale senza unione monetaria è un non senso; e come si può giungere ad una unione monetaria se non rinunciando ad una quota notevole della sovranità politica? Occorre che i singoli paesi doganalmente uniti rinuncino al diritto alla stampa dei biglietti come vi rinunciarono i comuni o le province in uno stato unitario ed il diritto al torchio passi a qualcun altro.

 

 

D’altro canto unione doganale vera e propria senza preliminare unione politica è cosa storicamente mai avveratasi, salvo che per territori insignificanti come la Repubblica di San Marino verso l’Italia, il Principato di Liechtenstein verso la Svizzera e simili. Ma gli italiani discussero invano il problema dell’unione doganale dal 1770 al 1860 e l’unione doganale venne soltanto quando Vittorio Emanuele II e Garibaldi si incontrarono al Garigliano e l’Italia fu una. Ma l’unione doganale svizzera si ebbe nel 1848 dopo la guerra del Sonderbund. Ma l’unione doganale americana si ebbe solo nel 1787 quando, disperati della lotta fratricida decennale fra le ex colonie, gli americani si decisero a fondare una vera e propria federazione politica. Ma la lega doganale tedesca non sarebbe mai nata se un governo prussiano liberale non ancora bismarckiano non si fosse imposto agli altri stati creando la Confederazione del nord. Non si esclude che l’avvenire ci offra esperienze diverse e saranno benedette. Giova però aspettare di vederle per credervi.

 

 

21 ottobre 1948.

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