Monografia economico agraria del comune di Dogliani proveniente dal Laboratorio di economia politica della R. Università di Torino

Tratto da:

Bollettino del Comizio agrario del circondario di Mondovì

Data di pubblicazione: 01/01/1894

Monografia economico agraria del comune di Dogliani proveniente dal Laboratorio di economia politica della R. Università di Torino

«Bollettino del Comizio agrario del circondario di Mondovì», XXVIII, 1894, pp. 115-127

In estratto, Mondovì, Tip. e libr. G. Issoglio, 1894, pp. 15

 

 

 

I

 

Dogliani è un comune compreso nel Circondario di Mondovì ed appartenente all’estesa zona viticola che si estende alla destra del Tanaro tra Mondovì, Alba ed Acqui. Il territorio colligiano si presta mirabilmente alla coltivazione della vite anche per la sua natura prevalentemente marnosa e argillosa. Il vitigno predominante vi è il dolcetto il quale preferisce terreni leggeri provenienti da rocce marnose. Le uve di dolcetto provenienti da terreni marnosi danno un vino che sviluppa prontamente un buon aroma ed è di pronta maturazione tanto che puossi consumare immediatamente nell’inverno. Più aspri, tannici e di maturazione più lenta sono quelli prodotti dalle uve coltivate nei terreni argillosi, particolarmente in quelli rossi per ossido di ferro. Questi sono di più lunga e sicura conservazione e come tali sono preferiti dal commercio. La raccolta delle uve suolsi fare nella terza decade di settembre e circa la metà del raccolto si vende alla vendemmia. L’altra metà è adibita alla vinificazione dai proprietari. Il territorio allibrato misura giornate 9023.47.9 corrispondenti ad ettari 3429.81.21. Di questi più della metà si possono reputare coltivati a vite. Queste nozioni sulle condizioni del territorio doglianese servono a spiegare come, per il predominare delle culture arborescenti, la proprietà vi sia divisa e come non abbia potuto attecchir e mai la grande coltivazione e l’affitto. Della esistenza di numerosi proprietari noi abbiamo indizi fino dal 1300 dalle «franchixie et libertates concesse hominibus Doliani per magnificos condominos Doliani ac conventiones inter eosdem Dominos et Homines»; secondo le quali non potevano i Signori acquistare, se non per permuta, altra terra all’infuori di quella da loro già posseduta, ed ove per confische a loro pervenissero terre nuove, doveano rivenderle a prezzo d’estimo alla Comunità. Aveano già fin d’allora capito i liberi homines di Dogliani che primo fondamento della libertà è la proprietà e che all’asservimento economico non avrebbe tardato a seguire la soggezione politica. Per queste ragioni nel 1793 la proprietà feudale ed ecclesiastica immune da tasse comprendeva solo 645 giornate, senza essere stata mai gran fatto maggiore. Notizie precise sul numero dei proprietari cominciano ad avere solo nel 1677 in cui erano 485. D’allora in poi aumentarono sempre: da 638 nel 1793 crebbero a 685 nel 1820, ad 859 nel 1855, a 1118 nel 1883 e finalmente a 1299 nel 1893. Gli abitanti in Dogliani erano 3500 nel 1750, 3650 nel 1800, 3652 nel 1814, 4205 nel 1824, 4644 nel 1838, 4950 nel 1840, 4794 nel 1858, 5115 nel 1861, 4914 nel 1871, 5432 nel 1881. L’aumento nel numero dei proprietari è maggiore di quello della popolazione; questa in 130 anni aumentò nel 55,2%; quelli in un secolo del 137 per cento. Così mentre nel 1793 vi era un proprietario ogni 5,7 persone, oggi ogni 4,3 ve ne è uno; è dunque anche proporzionalmente minore ora che non 100 anni fa il numero di quelli che sono esclusi dalla proprietà della terra. Ma quale fosse 100 anni fa e quale sia adesso la distribuzione della proprietà fondiaria in Dogliani si può vedere nella tabella che riporto qui sotto compilata secondo ricerche mie personali nel catasto comunale esatto per quanto mi è stato possibile in tal genere di lavori:

 

 

N. della categoria

Categorie

Numero dei proprietari

 

Estensione occupata da ciascun gruppo di proprietari

1793

1893

 

1793

 

1893

Ettari

Are

Cent.

Ettari

Are

Cent.

1

Da 38 ettari in su

12

4

801

95

82

169

92

44

2

Da 19 ettari a 38

27

21

730

58

82

557

54

03

3

Da ettari 7,60 a 19

77

76

928

09

33

859

93

47

4

Da ettari 3,80 a 7,60

78

140

420

33

07

745

94

46

5

Da ettari 1,90 a 3,80

116

216

326

50

19

586

62

62

6

Da are 95 ad ettari 1,90

97

207

136

44

05

282

19

08

7

Da 38 are a 95

109

269

67

97

83

170

11

64

8

Da are 9,50 a 38

69

217

16

66

05

51

35

86

9

Da centiare 9,50 ad are 9,50

53

149

1

25

05

3

85

23

Totale

638

1299

3429

80

21

3427

48

83

 

 

N. della categoria

Categorie

Percentuale di ciascun gruppo sul numero totale dei proprietari

 

Quota percentuale del territorio occupato da ciascun gruppo

 

1739

 

1893

1739

1893

1

Da 38 ettari in su

1

88

0

31

23

38

4

96

2

Da 19 ettari a 38

4

23

1

62

21

30

16

27

3

Da ettari 7,60 a 19

12

07

5

85

27

06

25

08

4

Da ettari 3,80 a 7,60

12

23

10

77

12

25

21

76

5

Da ettari 1,90 a 3,80

18

18

16

63

9

52

17

11

6

Da are 95 ad ettari 1,90

15

20

15

94

3

98

8

24

7

Da 38 are a 95

17

08

20

71

1

98

4

97

8

Da are 9,50 a 38

10

82

16

70

0

49

1

50

9

Da centiare 9,50 ad are 9,50

8

31

11

47

0

04

0

11

 

Totale

100

00

100

00

100

00

100

00

 

 

L’aumento nel numero dei proprietari da 638 a 1299 ci indica che un mutamento nella economia agraria del nostro paese dovette prodursi. Il predominare infatti nel 1793 delle proprietà da ettari 7,60 a 19 e da 19 in su, che da sole occupavano il 71,74% del territorio doglianese, ci mostra come fossero allora più frequenti quegli organismi agrari a cultura promiscua dove si producevano tutti i generi necessari al consumo delle famiglie che dalla campagna traevano la maggior parte delle loro sussistenze. Il metodo di coltivazione era bene espresso nell’aforisma: casa quanto capi, campo e prato quanto vedi, vigna quanto bevi. I prodotti agrari non erano destinati alla vendita se non per piccola parte, bensì al consumo locale o meglio famigliare; i limitati bisogni non richiedevano che si sforzasse la terra a produrre più di quanto occorresse al ristretto consumo delle famiglie. In questo ambiente tranquillo di medi proprietari, la rivoluzione francese non fece sentire molto viva la sua influenza perché qui mancavano i grandi domini signorili su cui poteva esercitarsi la cupidigia del contadino privo del suo istrumento inseparabile, la terra: essa fu una importazione esotica notevole solo per aver trasformata la poca nostra proprietà feudale in allodiale, rendendola così atta a passare nelle mani di chi sapesse meglio utilizzarla. Il frazionamento della proprietà veniva ad acquistare un impulso nuovo in quell’epoca dalla introduzione del Codice napoleonico e degli altri fatti a sua simiglianza che prescrivevano la divisione totale o parziale fra gli eredi dei beni immobili. A questi motivi di indole generale e giuridica vennero ben presto ad aggiungersene altri dipendenti più strettamente dalle condizioni della produzione agricola. Superata la crisi che nel ventennio 1848-68 ridusse a mal punto per la malattia dell’oidio la nostra viticoltura, questa riprese un nuovo slancio: l’agiatezza meglio diffusa nelle altre parti del Piemonte e gli accresciuti mezzi di comunicazione ebbero una benefica influenza sulla agricoltura che da estensiva facendosi intensiva e da promiscua specializzata parve aver trovato il mezzo di rendere più agiata le sorte dei proprietari doglianesi. Al ventennio 1868-88 rimonta la maggior parte dei diboscamenti e delle piantagioni di fiorenti vigne, le quali arrecarono, per gli elevati prezzi delle uve, un aumento considerevole nel valore della proprietà fondiaria. Non parvero eccessivi i prezzi di 40 lire per tavola corrispondenti a circa 10 mila lire l’ettaro; i capitali si rivolsero fiduciosi alle terre; o la speculazione finanziaria ebbe parte non piccola nell’elevare artificiosamente il valore della terra. Gli ebrei ed in genere le banche non assorbirono, come in altri paesi, la terra, ma dopo averla comprata la misero in vendita a lotti dando così agio ai coltivatori di diventare proprietari. Il vario complesso di cause, che ho enumerate, l’aumento della popolazione elevarono così il numero dei proprietari a 1300 onde ben si può dire che in Dogliani quasi ogni famiglia è legata alla terra dal vincolo di proprietà. Certo questa condizione fortunata di cose contribuì molto ad attutire i mali della crisi economica che attraversiamo da più di un quinquennio,[1] permettendo ai coltivatori di riparare in parte al mancato guadagno sulle uve col limitare il consumo domestico agli altri prodotti del podere, ma non per questo i danni sono stati meno gravi. Le raccolte deficienti ed il diminuito prezzo delle uve condussero ad un rapido ribasso nel valore delle proprietà terriere (dopo essersi elevato a 2600 il prezzo medio dell’ettaro è caduto a 1300 lire) e posero in grave imbarazzo quei proprietari che avevano contratto prestiti allo scopo di comprare terre e di introdurvi miglioramenti culturali. Ed è male perché la classe dei proprietari coltivatori, o, come qui si dicono, dei particolari, legata da intenso affetto alla terra che possiede e che lavora talvolta da più generazioni è quella che ha fatto e fa ancora il nerbo dei nostri contadini; e si può asserire che da essa sono stati piantati i più bei vigneti. Ma i miracoli della piccola proprietà coltivatrice sono troppo ben conosciuti perché io qui mi indugi a descriverli; noterò solo che la oramai troppo lunga serie di anni sfavorevoli alla viticoltura ha esausto i risparmi da loro accumulati e li costringe a prestiti impossibili ad ottenersi ad un tasso minore del 7 per cento.

 

 

Una parte dei fondi non direttamente coltivati da proprietari sono, specialmente quelli in prossimità dell’abitato e di non grande estensione, condotti ad economia per mezzo di salariati ad anno od a giorno. Veramente una numerosa classe di salariati non esiste; e tali sono specialmente i proprietari di appezzamenti di terra troppo piccoli perché possano bastare al loro sostentamento annuo od i figli di troppe numerose famiglie. Il salario giornaliero può dirsi in media di due franchi; in inverno scende più basso, mentre al tempo delle messi si alza fino a tre o qualche volta fino a cinque franchi. Nei lavori straordinari delle vendemmie accorrono contadini dalla pianura piemontese o dalle montagne circostanti. Il salario annuo dei servitori di campagna varia secondo l’età dai 100 a 240 franchi all’anno oltre l’alloggio ed il vitto comune coi contadini che coltivano il podere. Il salario è calcolato pel mese di giugno e luglio 6 volte più grande che pei mesi di gennaio e dicembre. Frammezzo a questi estremi le corrispondenti coppie di mesi sono calcolate come 2, 3, 4, 5. Pei poderi non grandi e che il proprietario può sorvegliare direttamente si usa come metodo di conduzione la cosidetta schiavanderia. Gli schiavandai (ordinariamente una famiglia intera) si obbligano a prestare a prestare l’opera loro per un anno a cominciare dal San Martino in quei lavori che loro saranno indicati dal padrone tenendosi sempre a sua disposizione ed abitando nella casa di cui ogni podere è qui fornito. I lavoranti necessari pei maggiori lavori, come la vendemmia, la messe, sono pagati dal padrone ma mantenuti dagli schiavandai. Essi devono custodire le bestie che appartengono al padrone. Questi in corrispettivo della loro opera paga un salario annuo di circa 350 lire ed inoltre in natura 10-12 ettolitri di grano,  di meliga,  di vino in media. Qualche volta invece di una quantità fissa di vino si dà loro una partecipazione di un decimo sul raccolto dello uve. Questo contratto però non è molto frequente o limitato a terre di alta produzione e direttamente sorvegliate dal proprietario.

 

 

Il sistema di condizione preferito nella maggior parte dei casi è la mezzadria, come quello che meglio di ogni altro stimola il lavoratore all’operosità per la speranza di maggiori guadagni. Le clausole principali di questo contratto si possono così riassumere:

 

 

1)    La mezzadria principia all’11 novembre ed è progressiva di anno in anno qualora non si dieno le parti congedo nel mese di marzo di ciascun anno.

 

2)    Il mezzadro nell’uscire dal podere deve lasciarvi il fieno e la paglia non consumata; ha diritto però di lasciarvi con un guardiano le sue bestie finché non l’abbiano tutta consumata sul luogo, però entro il mese di marzo.

 

3)    Dall’intiero raccolto del grano, dedotta la sementa per l’anno venturo il padrone preleva qualche rara volta la vigesima parte, corrispondente in origine, credo, al fitto della casa rurale o, meglio, alle antiche decime feudali ed ecclesiastiche, e di cui ora si è perso il significato; il resto viene diviso in parti eguali fra il padrone ed il mezzadro.

 

4)    Le uve od il vino spettano di solito per due terzi al padrone e per un terzo al mezzadro. Senza voler dare una norma precisa si può dire che per i terreni più fertili vige la regola dei due terzi; per i terreni meno buoni e dove la coltivazione è più difficile anche le uve si dividono a metà, con o senza prelevamento di vigesimo[2].

 

5)    Il mezzadro corrisponde pel fitto dei prati al padrone una somma fissa più o meno grande secondo la loro estensione, sempre però abbastanza tenue; rimane però vietato al mezzadro di vendere sia il fieno che la paglia dovendo il tutto consumarsi nel podere.

 

6)    La foglia dei gelsi spetta per metà al mezzadro, a cui si dà anche la metà del raccolto dei bozzoli, quando si allevino i bachi da seta.

 

7)    Tutti gli altri prodotti sono divisi per metà fra proprietario e mezzadro.

 

8)    Il mezzadro non può tenere nella cascina più di un determinato numero di pollame e deve al padrone un corrispettivo fisso in ova, capponi e pollastri.

 

9)    Il mezzadro ò obbligato a piantare annualmente un dato numero di viti facendo gli opportuni fossi e provane; i magliuoli e i pali occorrenti gli sono forniti dal padrone, a cui carico è pure la spesa per il concime e le fascine da mettersi nei fossi per le viti.

 

10) Il mezzadro deve portare nella cascina gli arnesi agrari ed i buoi da lavoro, il cui numero è determinato dalla grandezza del podere.

 

11) La imposta fondiaria è intieramente sopportata dal padrone; il mezzadro ove sia necessario per l’ampiezza della cascina o quando manchi uno dei figli pel servizio militare dovrà mantenere un servitore e pagarlo ai prezzi che ho già detto. Egli è obbligato a fare tutti i lavori per la coltivazione e la raccolta delle uve e del grano. Lo spese per la battitura del grano sono per solito anche a suo carico. Ora comincia a generalizzarsi l’uso delle trebbiatrici a vapore a cui si rilascia il 4% del raccolto.

 

 

Come si vede la mezzadria nostra si accosta molto alla mezzadria tipo della Toscana; anche qui impera la consuetudine per cui i patti variano pochissimo da un sito ad un altro e le differenze vertono tutte sull’ammontare della compartecipazione accordata al mezzadro nell’uva, dipendente dalla maggiore o minore fertilità della terra. La maggiore differenza dalla mezzeria toscana si riscontra nell’intrusione dell’elemento del fitto per i prati, pericolosa ove venisse effettivamente a scemare la parte del lavorante nelle altre culture. Ma siccome il prato è una parte fissa del podere, ed il fitto è tenuto basso nella considerazione che il letame in cui il fieno si trasforma viene lasciato nella cascina, questa eccezione viene ad essere favorevole allo stesso mezzadro, reso così indipendente quanto alle bestie da lavoro o da ingrasso che a lui solo appartengono e di cui gode tutto il beneficio. La grande varietà delle culture (viti, grano, meliga, spesso anche i bozzoli ed i guadagni sull’allevamento delle bestie) permette al mezzadro di trarre gran parte delle sussistenze da un ristretto spazio di terreno, senza dover dipendere del tutto dall’esito buono o cattivo di un solo raccolto. Prospera difatti e dà buoni frutti la mezzadria specialmente dove i coloni sono da lungo tempo stabiliti sul podere o per la lunga permanenza ci sono affezionati come ad una loro proprietà. Non bisogna certo da loro aspettarsi un lavoro assiduo e diligente come quello del proprietario coltivatore, i cui poderi sono sempre meglio lavorati degli altri; ma con nessun altro sistema certo nelle condizioni dell’agricoltura nostra nella quale predomina la coltivazione delle piante arborescenti, si potrebbe ottenere con minor costo una più alta produzione unita ad una prospera condizione del lavoratore del suolo. Che questa sia relativamente buona si scorge dal numero delle bestie da lavoro o da macello quasi tutte appartenenti a contadini proprietari o mezzadri (309 buoi, 72 vacche, 77 manzi, 31 asini, 714 pecore, 68 maiali); dal fatto non raro che alcuni mezzadri coi risparmi accumulati col lavoro perseverante su fondi altrui riescirono a diventare proprietari essi stessi; e più di tutto dalla alimentazione sana e non iscarsa della classe agricola. È sconosciuto il pane di meliga o di altri cereali inferiori; una volta al giorno almeno mangiano minestra di legumi e di tagliatelli confezionati in casa. La polenta si fa specialmente d’inverno al mattino e si accompagna con cacio o ricotta. Il tutto poi inframezzato da abbondanti libagioni di vino e rallegrato da non rare scorpacciate di carne all’osteria in occasione dei mercati. Consuetudine che insieme a molte altre meno buone, come il giuoco, una parte dei nostri contadini ha contratto all’epoca degli alti prezzi delle uve, e che ora sa loro di forte agrume dover smettere. E se, come ha detto lo Spencer, l’avvenire sarà al popolo meglio nutrito, io non posso che far voti pel ritorno delle favorevoli annate perché si possa alzare ancor più il tenore di vita di queste popolazioni. Finirò questa breve descrizione dello stato della proprietà fondiaria e delle condizioni della classe agricola in Dogliani col notare quello che a me parve la legge generale a cui obbedisce la dinamica della proprietà in questi luoghi: la terra a chi la lavora. Certo non è cosa che si possa fare in breve tempo, ma è già molto minore ora che non un secolo fa la parte della terra appartenente ai non coltivatori; e diminuirà ancor più perché i soli che possano possedere con profitto la terra sono i coltivatori. L’alto prezzo a cui arrivarono i terreni vitati si deve alla concorrenza dei contadini ed alla loro brama di possedere un po’ di terra per applicarvi il loro lavoro, disposti anche a compensare la scarsezza del profitto del loro capitale così impiegato col frutto dell’opera loro intelligente ed assidua. Per aiutare i contadini in quest’opera benefica di sterrificazione dei proprietari non coltivatori sarebbe utilissima una Cassa di prestiti ammortizzabili a lunga scadenza ed a mite interesse. Desiderio inconciliabile colla odierna mancanza di denaro e la ripugnanza ad affidarlo allo sorti incerte della agricoltura ed ancora colla mancanza nel contadino del sentimento se così si può dire, della scadenza. L’istituzione più utile ora alla classe agricola è la sezione agraria del Comizio di Mondovì, numerosa di 105 soci e rimarchevole per la sua intelligente operosità.

 

 

II

 

Con l’assetto della proprietà terriera quale ho sopra descritto si accompagnarono sempre le condizioni economiche, che ne sono la inevitabile conseguenza, la mancanza delle eccessive concentrazioni delle ricchezze e delle differenze troppo sensibile fra le varie individuali sostanze. Per conoscere quanta sia e come si divida la ricchezza il metodo più sicuro è quello fornitoci dalla cifra annua delle successioni. Ecco la media per gli ultimi quindici anni del numero e dell’entità delle successioni divise per categorie:

 

 

1878-92

Categoria

Numero medio

Ammontare annuo delle successioni

Da L.

1 a

500

8.67

2394

17

Da

501 a

1.000

9.47

6850

99

Da

1.001 a

2.000

9.27

12521

73

Da

2.001 a

5.000

9.73

32297

72

Da

5.001 a

10.000

5.53

39252

25

Da

10.001 a

25.000

3.33

52119

87

Da

25.001 a

50.000

1.53

49741

35

Da

50.001 a

100.000

0.60

42046

79

Da

100.001 in su

0.27

49246

30

 

Totale

48.40

286471

17

 

 

Non ho potuto avere la cifra delle donazioni, perché sarebbe stato lavoro faticoso ed incerto troppo. Secondo la media che abbiamo riportata ed usando il moltiplicatore 36 la ricchezza in Dogliani ascenderebbe a L. 10,312,962.12. Per l’omissione sopradetta e tenuto calcolo del patrimonio delle opere pie questa cifra si può portare a 12 milioni. Possiamo decomporre noi questa cifra nei suoi fattori?

 

 

  1. Terreni: 9000 giornate a 800 franchi (prezzo unitario medio di una giornata per gli ultimi 15 anni) valgono

L.

7,200,000

  1. I fabbricati secondo i ruoli delle imposte danno 150 mila franchi di reddito, che capitalizzati al 100 per 15 ci danno

L.

1,000,000

  1. I redditi erano colpiti nel 1893 da un’imposta di ricchezza mobile di 17,200 lire; di queste 11,200 colpivano i redditi delle categorie B, C, D; onde per i redditi di capitali restavano 6000 lire corrispondenti a circa

L.

900,000

  1. La tassa colonica di R. M. colpisce per 6616 lire di reddito onde si può presumere che le cosidette scorte agricole valgano

L.

120,000

  1. I libretti della Cassa postale di risparmio erano al 31 dicembre 1890, 885 con un credito di L. 85,328.51; al 31 dicembre 1891, 694 con L. 140,696.55; al 31 dicembre 1892, 948 con L. 196,695.81; al 31 dicembre 1893 erano 1086 con L. 226,870.97; di cui certo appartenenti a Doglianesi

L.

180,000

  1. I depositi alle Banche ammontano a

L.

500,000

  1. La rendita sullo Stato di cui il pagamento delle cedole è fatto dall’ufficio postale o dalle Banche sale a circa

L.

1,000,000

  1. Mobili, oggetti preziosi ed ignoti (crediti non tassati)

L.

1,300,000

 

Totale

L.

12,000,000

 

 

La ricchezza media per abitante sarebbe così di L. 2209. Per conoscere la distribuzione dei redditi non provenienti dalle terre, non si hanno altre fonti che i ruoli dello tasse fabbricati e R. M. sui quali ho compilato la presente tavola:

 

 

Num. d’ordine

Categoria

Numero dei paganti l’imposta

Reddito di ciascun gruppo dei paganti l’imposta

Fabb.

R. M.

Fabbricati

Ricchezza mob.

1

Da L.

1 a

25

90

53

1591

75

789

30

2

Da

26 a

50

73

64

2555

75

2446

43

3

Da

51 a

100

55

47

4059

25

3436

67

4

Da

101 a

200

58

80

7532

50

11789

15

5

Da

201 a

300

25

34

6155

33

8429

94

6

Da

301 a

500

20

35

7773

75

14167

76

7

Da

501 a

750

8

27

4876

75

16770

77

8

Da

571 a

1000

10

13

8826

75

11054

50

9

Da

1001 a

1500

4

6

4935

6645

92

10

Da

1501 a

2000

1

7

1605

12167

64

11

Da

2001 a

5000

5

14113

92

12

Oltre

5000

2

13138

82

 

 

Totale

344

373

49911

83

114850

82

 

 

Queste cifre dimostrano principalmente una cosa: che mancano a Dogliani le grandi fortune prepotenti o sono numerose le piccole e le medie. Questa struttura economica della società ha anche il suo riverbero nelle condizioni amministrative del Comune, ove è ignoto il caso della preponderanza eccessiva di una o poche famiglie monopolizzatrici del denaro pubblico; il peso delle imposte non si è potuto scaricare quasi esclusivamente, come nei paesi a grande proprietà, sui consumi popolari; invero la sovrimposta comunale fondiaria ascende pel ’94 a 32,457 lire[3] di fronte ad 8400 lire di dazio consumo, 8700 ricavate dalle tasse di esercizio e rivendita, domestici, cani, bestiame e 5800 dalle prestazioni d’opera. La relativa eguaglianza delle fortune apporta certo molti vantaggi; unico danno, lievissimo del resto, è quello di affogare tutto e tutti nella morta gora di una universale mediocrità, al disopra della quale è difficile innalzarsi col solo lavoro fecondo ed onesto.

 

 

 

Noterò solo quanto ai matrimoni come questi dopo essere aumentati fino al quinquennio 1878-82 e 1883-7 diminuirono poi rapidamente. Il numero minore (26) si ebbe nel 1888 susseguente al raccolto nullo del 1887. Dati sicuri riguardo all’emigrazione non ho potuto avere; da annotazioni personali del segretario comunale, cortesemente comunicatemi, ho potuto ricavare essere il numero medio annuo degli emigrati permanenti nell’ultimo quinquennio di 26,8 di cui 9,8 uomini, 5,6 donne e 11,6 minori d’anni 21.

 

 



[1] Indice esatto delle condizioni economiche sono le cifre dello Stato civile:

 

 

 

1863-7

1868-72

1873-7

1878-82

1883-7

1888-92

Nati

154,8

176,8

178

189,6

207,4

199

Morti

110,2

122

123,2

121,6

133,2

132,8

Matrimoni

39,4

40,2

42,6

44,2

43,4

36,4

 

[2] La diminuzione della parte colonica al terzo è però recente; solo dopo il 1870 per gli alti prezzi delle uve e la prosperità crescente delle aziende i proprietari imbaldanziti tentarono con felice successo di sminuire la compartecipazione del mezzadro nelle uve, impedendogli così qualche volta di diventare piccolo proprietario mercé i guadagni ottenuti in quella coltura.

[3] Nel 1700 le taglie regie e comunali gravanti sulla proprietà fondiaria non esente (ed allora erano esenti i beni feudali ed i fabbricati tutti) ammontavano a L. 11,528.14; ora la tassa sui terreni ammonta a L. 48 mila circa; anche tenendo conto del ribasso del valor della moneta si vede quanto sia cresciuto il peso gravante sulla proprietà terriera, peso gravato ancora dalla sperequazione esistente fra le varie località del Comune pel dissodamento recente di terreni boscosi poco aggravati da imposte nella censuazione del 1793.

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