Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Monopoli di fatto e monopoli legali

«Corriere della Sera», 1°ottobre 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 496-500

 

 

 

Dopo un primo tempo di incertezza, determinata sovratutto dalle caratteristiche di violenza fisica, di mancanza di scopi determinati, di confusione tra lotta economica e lotta politica proprie del movimento operaio innanzi al 1830 in Inghilterra ed al 1870-80 sul continente europeo, la posizione degli economisti ha avuto una tendenza sempre più accentuata di simpatia verso gli sforzi compiuti dalle classi operaie per la propria elevazione. La figura dell’economista, il quale guarderebbe con orrore alle leghe come a tentativi di distruggere la libera concorrenza è una reminiscenza di tempi antidiluviani e da quasi un secolo in Inghilterra, da parecchi decenni sul continente ritorna esclusivamente sulle labbra di chi vuole foggiarsi un comodo bersaglio di critica per proclamare la morte della struttura economica moderna che si suole, spropositando, chiamare anche capitalistica o borghese. In realtà la lega non ha distrutto la libera concorrenza; no, l’ha sollevata ad un piano più alto, dove invece di individui ignoranti, disorganizzati e deboli, concorrono e lottano individui associati, ricchi di esperienza accumulata e di fondi di riserva, e capaci di risolvere i problemi di prezzo del lavoro e delle condizioni in cui il lavoro deve compiersi in modo più rassomigliante a quello relativamente progredito in cui i prezzi sono determinati sui mercati dei prodotti e dei valori.

 

 

La simpatia con cui gli economisti guardano ai perfezionamenti tecnici avvenuti nel modo di operare dei mercati del lavoro è cresciuta a mano a mano che si moltiplicano gli strumenti foggiati dalle classi economiche per risolvere i loro problemi di prezzi. Simpatia, forse, di curiosità scientifica; poiché è chiaro che lo studioso finisce di annoiarsi nella contemplazione degli eterni Tizio e Caio compratori, Sempronio e Mevio venditori; laddove i problemi si complicano e le soluzioni diventano più eleganti quando sul mercato del lavoro intervengono leghe di mestiere, federazioni regionali di leghe, federazioni nazionali, confederazioni del lavoro, camere del lavoro territoriali, leghe bianche, rosse e tricolori, commissioni interne di fabbrica e dall’altra leghe di industriali, federazioni regionali, confederazioni nazionali dell’industria, proprietari singoli selvaggi o troppo forti per accomunarsi cogli altri industriali. Oltre alla curiosità scientifica verso problemi nuovi ed eleganti, gli economisti si sentivano oggettivamente attratti verso questo mondo di contratti, di forze, di strutture in continua fioritura e trasformazione, in cui la vittoria spettava agli organismi che meglio sapevano rappresentare gli interessi degli individui associati e volgere a loro favore la bilancia della contrattazione nel momento più opportuno. Sovratutto, dietro ai nuovi strumenti tecnici di formazione del mercato del lavoro, si vedevano gli uomini: uomini nuovi, diversi dagli antichi. Il movimento operaio ed organizzativo del secolo diciannovesimo ha prodotto risultati che gli storici diranno mirabili: dalla materia bruta che a 12 anni entrava a lavorare nella miniera e nella fabbrica e, traverso a qualche spasmodico sforzo di rivolta, conduceva una vita limitata all’appagamento dei bisogni rudimentali dell’esistenza, ha tratto minoranze crescenti di lavoratori che si elevano, discutono, si sentono cittadini e partecipi alla vita collettiva; più ancora, ha spinto gli industriali a perfezionare i metodi produttivi allo scopo di resistere alla pressione continua delle organizzazioni per l’innalzamento delle condizioni di vita dell’operaio.

 

 

Ad un certo punto, in questo vario e ricco mondo in formazione, in Italia verso il principio del secolo ventesimo, affiora un problema di crescenza. Le leghe operaie, organizzate dapprima localmente per mestiere, poi federate regionalmente e quindi unificate nella confederazione del lavoro male tollerano che sorgano concorrenti cattolici o tricolori nell’accaparramento delle masse operaie; e negano la capacità di contrattare – vi fu chi nell’orgoglio della vittoria, negò persino la qualità d’uomini – a quanti operai rimanevano fuori delle file dell’organizzazione unitaria. Sono di quell’epoca, primo decennio del secolo ventesimo certi progetti di legge i quali proclamavano obbligatorio lo sciopero quando fosse stato deciso da una maggioranza di organizzati; che estendevano il concordato intervenuto tra leghe operaie e leghe padronali anche agli operai ed agli industriali rimasti estranei alle trattative ed all’accordo; sono di quell’epoca le pretese della confederazione del lavoro al monopolio legale del mercato del lavoro, ad esclusione delle leghe bianche e di quelle di ogni altro colore ed alla esclusività della rappresentanza operaia nel consiglio superiore del lavoro.

 

 

Avendo allora ripetutamente e vivamente combattute tutte queste proposte di codificazione delle pretese monopolistiche di una determinata organizzazione, non mi rimane, oggi che il problema è nuovamente posto, sott’altra veste, ma quasi con la stessa sostanza, se non ripetere le argomentazioni addotte tanti anni or sono.

 

 

Se una data organizzazione operaia riesce a conquistare il monopolio «di fatto» del mercato del lavoro nel suo campo; se parecchie organizzazioni, federandosi, estendono il monopolio del mestiere alla città, dalla città alla regione, dalla regione allo stato, questo è un «fatto», che ha un grande valore economico e morale, ma che non equivale ancora ad un monopolio legale. Come si può impedire agli operai di una fabbrica di volere tutti la stessa cosa, di volerla raggiungere mediante l’opera degli stessi uomini, affiliandoli al medesimo sodalizio? Se questa unità di voleri si manifesta, essa significa che nessun altro ideale seppe imporsi a quegli uomini, che gli operai sono persuasi essere l’adesione all’unico sodalizio il mezzo migliore per guarentire e promuovere i proprii interessi. Sappiano – coloro i quali affermano dannoso il monopolio di fatto della organizzazione trionfante – far meglio; sappiano persuadere gli operai che i loro interessi sono male tutelati; che essi debbono proporsi un altro ideale; che, ad es., l’ideale di distruzione bolscevica della società presente è un ideale falso e ingannevole; che meglio si tutelano gli interessi operai, tenendo conto anche degli interessi generali della produzione e degli ideali nazionali; e se la loro parola è persuasiva, se essi sono condottieri migliori e sanno inspirare fede e fiducia, la vittoria arriderà ai loro sforzi. Il monopolio di fatto sarà infranto. Le masse operaie seguiranno le nuove guide e forse potrà compiersi un nuovo passo sulla via della ascensione umana. In tutti i paesi, la storia del movimento operaio è seminata di vittorie e di rovine dei tipi diversi di organizzazione operaia; in Inghilterra e negli Stati uniti è un vero caleidoscopio di forme organizzative: cavalieri del lavoro e federazione operaia; grande alleanza del lavoro e trade unionismo; trade unionismo vecchio e nuovo e gildismo. Ad ogni tratto, un tipo di organizzazione crede di avere conquistato la palma. Forse i suoi capi hanno ragione di credere che nelle lotte del lavoro i risultati ottimi si raggiungono con un’unica organizzazione; ma hanno ragione di credere ciò, fatte date ipotesi le quali non si verificano quasi mai; perché il monopolio di fatto delle organizzazioni operaie potrebbe essere vantaggioso se i capi si inspirassero soltanto agli interessi permanenti e generali della classe e quindi a quelli della produzione economica. Ma poiché spesso, se non sempre, gli egoismi particolari si sovrappongono agli interessi generali, poiché i capi guardano al successo del momento; ecco che fatalmente l’unità si disintegra, le discordie si moltiplicano, sorgono gruppi di sacrificati, di esclusi dai gruppi organizzati monopolistici; ed i sacrificati e gli esclusi si organizzano alla loro volta. Accanto alle leghe antiche e costituite e ricche sorgono organizzazioni di foraggiatori, di ribelli, di forzati krumiri; e le nuove organizzazioni attirano gli spiriti più irrequieti, creano nuovi ideali, battono in breccia gli antichi.

 

 

Il monopolio di fatto non fa paura alla collettività, perché esso è per sua indole instabile. Dura finché la somma dei risultati vantaggiosi supera il danno; ma quando il danno cresce, anche il monopolio si affloscia e lascia luogo a nuove concorrenze di tipi organizzativi.

 

 

Diverso è il caso del monopolio legale, per cui una legge coercitiva dello stato attribuisce, come volevano i capi delle organizzazioni russe circa vent’anni addietro, il diritto esclusivo di rappresentanza degli operai ad una data organizzazione; quello per cui tutti gli operai sono obbligati ad aderire all’unico sodalizio e correlativamente gli industriali all’unica lega o confederazione investita legalmente dell’ufficio di rappresentanza; quello che vincola operai e industriali, anche non associati, ad osservare gli accordi intervenuti fra le due organizzazioni investite del diritto legale di rappresentanza delle due classi. Vent’anni fa, cosiffatto monopolio legale era invocato da una organizzazione, la quale sperava di instaurare così a poco a poco il dominio del proletariato sulla società. Oggi, al disopra delle due rappresentanze monopolistiche si ergerebbe, supremo moderatore, lo stato paternalistico, tutore degli interessi generali. Ambi questi ideali lasciano senza soluzione il problema essenziale, che invece la libertà di organizzazione ed, eventualmente, anche il monopolio «di fatto» temperato dalla possibilità della sua disintegrazione, automaticamente risolvono: il problema delle forze nuove, oggi non ancora esistenti o non ancora visibili. Nel medio evo, quando le corporazioni, dopo un tempo di vita feconda, finirono di aduggiare ogni progresso economico, le nuove industrie, le iniziative selvagge degli inventori di nuovi metodi tecnici poterono uscire fuor dalla cerchia delle vecchie città, in cui ogni corporazione difendeva il diritto esclusivo a compiere un certo lavoro; poterono rifugiarsi nelle campagne ed ivi far sorgere le nuove città industriali. Come si romperà la cerchia ferrea dei monopoli legali estesi a tutto il territorio di uno stato? Dove trovare i territori liberi, in cui i non organizzati o i volonterosi di organizzarsi secondo diversi, imprevedibili ideali potranno compiere le loro esperienze? L’uomo di stato non può far correre alla sua nazione il rischio di fossilizzarsi nelle forme che oggi paiono adatte a risolvere i problemi presenti; deve sempre lasciare aperta la via alla ricerca di nuovi sistemi di produrre, di controllare, di unirsi, di dissociarsi. Il monopolio legale risponde ad una esigenza di pace attuale, di lavoro tranquillo; ma prepara inevitabilmente la stasi futura, il prevalere degli egoismi particolaristici degli arrivati. Chi pensi che nel mondo moderno nulla invece è stabile, nessuna conquista è sicura, ogni vittoria deve essere ad ogni ora rinnovata, è portato a temere i vantaggi apparenti della tranquillità. Chi ama la vita, deve rassegnarsi a vedere messa in forse ad ogni istante la posizione da lui acquisita. Lo stato, tutore degli interessi futuri, più che dei presenti, della collettività, deve astenersi dal creare nella vita economica posizioni acquisite, contrarie al progresso sociale.

 

 

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