Monopoli naturali e artificiali

Tratto da:

L’Opinione

Data di pubblicazione: 23/02/1899

Monopoli naturali e artificiali

«L’Opinione. Gazzetta di Roma», 23 febbraio 1899

 

 

 

Alcuni giorni oro sono un deputato interrogava alla Camera il Ministero intorno al sindacato dei molini e chiedeva provvedimenti contro l’artificiale rincaro delle farine, lamentandosi che la popolazione venisse abbandonata in balia di pochi strapotenti monopolizzatori. Le lagnanze non sono limitate alle farine; negli ultimi tempi noi abbiamo assistito in Italia a una vera fioritura di sindacati e di coalizioni fra industriali allo scopo di tenere alto i prezzo dei loro prodotti. Prima vennero i produttori di zolfo della Sicilia i quali si strinsero in fascio per porre un rimedio alla discesa rovinosa dei prezzi; e il sindacato zolfifero fu visto di buon occhio e favorito dal Governo e dall’opinione pubblica perché si trattava di far pagare caro ai consumatori esteri un prodotto quasi monopolizzato dall’Italia.

 

 

I produttori di vetri e di sete da lungo tempo si accordano per regolare il mercato e per la loro moderazione non hanno eccitato le lagnanze di nessuna classe sociale e di nessun partito politico.

 

 

Invece il sindacato delle fabbriche di zolfanelli parve una minaccia al Governo che non aveva voluto sentir parlare di costituire un monopolio legale ed avea rimaneggiato le tasse esistenti. Gli agricoltori, dal canto loro, si lagnano acerbamente del sindacato dei fabbricanti, di concimi chimici, che rende difficile la trasformazione scientifica della cultura nelle campagne e una deputazione dei sindacati e delle cooperative agricole si è recata dal Ministero di agricoltura per invocare provvedimenti contro il rincaro del solfato di rame, rincaro minaccioso per la lotta contro la peronospera. I consumatori si scagliano contro i sindacati del ferro e della macinatura che si giovano dei favori governativi per aumentare senza discrezione i prezzi.

 

 

Da tutte le parti si invocano provvedimenti e, come al solito, la gente si rivolge allo Stato persuaso che esso nella sua onnipotenza può far risorgere la concorrenza dove ora impera il monopolio.

 

 

I sindacati non sono un fenomeno esclusivamente italiano; anzi si può dire che gli esempi di cose nostre non sieno se non pallide imitazioni dei colossi che hanno meravigliato la Germania, la Francia e l’America nell’ultimo trentennio. In Germania i kartelle numerosissimi si estendono a quasi tutti i rami dell’industria nazionale; i produttori di carbone fossile della Westfalia, di ferro, di potassa, sono così saldamente coalizzati che la concorrenza è divenuta impossibile. In Francia sono famose le vicende del sindacato del rame; e non è ancora spenta la eco dei trionfi e della sconfitta del sindacato dei grani guidato dal Leiter negli Stati Uniti. Ivi stesso fioriscono i Trusts, i pools, i corners, e ogni maniera strana e curiosa di coalizioni per regolare il mercato e tener fermi i prezzi del petrolio, dello zucchero, dello spirito e persino dei feretri.

 

 

Molti in Italia si immaginano che sia possibile fare scomparire i sindacati con una buona legge che li dichiari nulli e illegali, e commini gravi pene a coloro che si rendano colpevoli di siffatte restrizioni alla libertà di commercio. Disposizioni consimili, o quasi, si trovano del resto già sancite nel Codice penale nostro o in quelli di molti Stati europei; ma sono disposizioni inosservate e inefficaci.

 

 

Negli Stati Uniti fu votata dal Congresso una legge destinata a sterminare l’idra rinascente del monopolio; ma non servì allo scopo perché i sindacati si ricostituirono sotto mentite e inafferrabili sembianze. Per altre vie bisogna affrontare il problema dei sindacati, che si affaccia a tutti i paesi che entrano nella fase della grande industria e che sembra destinato a diventare sempre più importante anche nel nostro paese. Vi sono delle industrie le quali costituiscono dei monopolii naturali: ad esempio, i diamanti dell’Africa del Sud, il petrolio della Pennsylvania, e del Caucaso, gli zolfi della Sicilia. Presto o tardi i proprietari di questi monopolii naturali si accorgono che, accordandosi, essi possono spingere il prezzo delle loro merci ad un punto più alto di quello permesso da una concorrenza sfrenata, senza paura di uccidere il consumo, ove abbiano l’accortezza di tenere i prezzi un poco più bassi del punto in cui ai consumatori tornerebbe conveniente andare alla caccia di sostituti. È chiaro che, sindacandosi, i proprietari dei monopoli naturali obbediscono alla voce del tornaconto economico; e che lo Stato non ha nessuna arma in mano per costringerli a farsi una concorrenza che oggi giudicano perniciosa ai propri interessi e che può essere dannosa altresì alla direzione intelligente di industrie a larga base.

 

 

Trattandosi di monopoli naturali e sovratutto di miniere, lo Stato potrebbe, in conformità ai principi che regolano già la legislazione francese ed italiana, riservarsi un’ingerenza nella fissazione dei prezzi a tutela dei consumatori.

 

 

In altri sindacati domina il carattere della speculazione: esempi classici gli accaparramenti del rame, del grano ecc. In tal caso il partito migliore è di aspettare che la speculazione abbia prodotto il suo effetto naturale; e trovi un compenso meritato quando essa ha anticipata una condizione futura di cose, rendendo meno aspro il passaggio da un prezzo alto ad un prezzo basso o viceversa; oppure sia fonte di rovine quando la speculazione si è spinta all’eccesso e si è convertita in un puro e semplice gioco tranello. Il compito dello Stato è unicamente di illuminare l’opinione pubblica colla pubblicazione di notizie commerciali serie intorno alle condizioni dei mercati per impedire che le immaginazioni popolari si riscaldino contro gli accaparratori per la paura della carestia e della fame.

 

 

Ma spesse volte l’azione dello Stato può essere molto più energica di quanto non sia quella ora descritta; e ciò accade tutte le volte che lo Stato stesso colla sua legislazione ha dato origine al sorgere del monopolio.

 

 

Quando il Governo di un paese mette un dazio sull’entrata di un prodotto estero, il motivo che di solito esso allega a giustificare la sua azione si è che i produttori non avevano bisogno della protezione doganale per resistere alla concorrenza estera.

 

 

Non è questo il luogo di ricercare se lo Stato faccia bene o male a proteggere le industrie ed a convergere la corrente dei capitali piuttosto verso un ramo che verso un altro dell’attività nazionale.

 

 

In relazione ai sindacati, basti ricordare che spesso gli industriali medesimi si incaricano di dimostrare che il motivo da loro addotto per ottenere la protezione era un menzognero pretesto.

 

 

Quando infatti gli industriali protetti si accordano per elevare il prezzo del ferro o delle farine, ad esempio, al punto massimo concesso dalla protezione doganale, è segno evidente che essi avrebbero potuto dare la merce ad un prezzo inferiore qualora la concorrenza estera avesse impedito il loro accordo.

 

 

Il dovere dello Stato in tal caso è evidente: sopprimere la causa del sindacato, del monopolio, togliendo il dazio doganale.

 

 

Tolto il dazio, rimangono in piedi quei soli sindacati che devono la loro origine alle condizioni naturali delle industrie; e questi sono pochissimi, forse i soli sindacati minerari, ed i servizi cosidetti pubblici, come le ferrovie, le tranvie, ecc. L’esempio dell’Inghilterra dimostra come si possa con una buona pratica amministrativa regolare nell’interesse sociale questi pochi monopoli naturali.

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