Morte civile

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 08/10/1900

Morte civile

«La Stampa», 8 ottobre 1900

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 233-236

 

 

Il dott. Aglietti, il quale ha dato le dimissioni da membro del partito socialista e da consigliere comunale di Firenze perché un voto del comitato federale del partito gli avea fatto «chiaramente comprendere che un socialista non può mai, nemmeno con un ordine del giorno assolutamente privo di qualsiasi carattere politico, far plauso ad una spedizione scientifica, quando sia capitanata da un principe; e, se plaude, vien meno alla disciplina di partito».

 

 

Il dottor Aglietti ricorda che già altra volta per poco non era stato richiamato alla disciplina per aver consentito che Firenze commemorasse con una conferenza popolare il sesto centenario del priorato di Dante. La Difesa in quell’occasione fece le più alte meraviglie perché un consigliere comunale socialista avea approvato delle spese per una commemorazione di un assessore del trecento (!). Dante, per quei socialisti, era né più né meno di un assessore comunale.

 

 

Ammaestrato da questi ripetuti ammonimenti, l’Aglietti, accorgendosi di non accettare più interamente la dottrina ed i metodi del partito socialista, diede le sue dimissioni.

 

 

Le quali hanno dato e danno ancora argomento a svariate considerazioni da parte dei giornali italiani.

 

 

Certo i socialisti avrebbero potuto essere un po’ più abili. Non era davvero questo il momento per emettere un voto di biasimo verso una persona di null’altro colpevole fuorché di avere espresso in pieno consiglio comunale fiorentino la sua ammirazione verso un giovane valoroso, simpatico a tutti gli italiani per le gloriose imprese compiute. I socialisti fiorentini avrebbero consultato meglio i loro medesimi interessi se si fossero astenuti da un passo, il quale dimostra che essi spingono lo spirito settario sino al punto di negare omaggio o, meglio, di impedire che spontaneamente un socialista singolo rechi omaggio alle virtù di uno scopritore, quando per caso lo scopritore sia un principe.

 

 

I giornali liberali hanno tuttavia avuto torto di meravigliarsi dell’intransigenza dei socialisti nella presente occasione. Costoro non hanno fatto altro che applicare inopportunamente la massima, che al partito non si può appartenere senza accettarne tutti i principii e tutte le norme di azione, dall’ubbidienza passiva ai deliberati dei congressi, alla ignoranza affettata dei fatti belli compiuti dai membri della famiglia sovrana.

 

 

Per fortuna il dottor Aglietti può dire di essersela cavata a buon mercato. La morte civile, da cui egli è stato colpito, riguarda solo la sua appartenenza al partito; ma lo lascia completamente libero in tutto il resto. A molti spiacerà certo che il partito socialista abbia tratto argomento da un fatto di indole non politica, estranea alle finalità del socialismo, per pronunciare l’ostracismo contro un compagno di cui finora il partito era stato orgoglioso. In fin dei conti però, per l’Aglietti, il danno non è stato grave, e si riduce alla esclusione da una data chiesa politica, la quale non gli impedisce di continuare nella sua professione, di professare i suoi principii socialisti, se questi sono ancora i suoi, e di concorrere alle cariche pubbliche se il voto dei concittadini vorrà ancora affermarsi sul suo nome.

 

 

La morte civile che lo ha colpito, è una morte parziale che non lo tocca se non in una minima parte della sua personalità e della sua vita.

 

 

Ben diversa sarebbe stata la cosa se il partito socialista fosse stato al potere e se la secessione fosse stata fatta non da una libera consociazione di parte, ma da quel partito medesimo che fosse stato padrone del governo.

 

 

Attualmente, in una società libera, le esclusioni e le secessioni dal partito non producono conseguenze gravi. Anzi, si possono considerare come una forma politica della libera concorrenza. Coloro i quali volontariamente o per forza escono da un partito, possono venire accolti in un altro o riescono talvolta a fondare partiti nuovi. Quando le secessioni siano sincere e leali, esse riescono ad intensificare l’attività di alcune persone che, strette nella morsa ferrea di un partito dal quale in alcune idee dissentivano, non avrebbero potuto operare cosa alcuna notevole a vantaggio della società.

 

 

Se ben si guarda, tutto ciò è possibile perché i partiti hanno una vita indipendente dalla vita del governo. Liberali e conservatori, repubblicani e radicali, socialisti ed anarchici si appoggiano sul voto degli elettori; e gli elettori sono per lo più proprietari, professionisti, operai, i quali vivono del proprio lavoro e non dipendono, in grandissima maggioranza, dal governo per avere i mezzi di esistenza.

 

 

La storia è lì per dimostrarci che i pessimi fra i corpi elettorali sono stati sempre composti di dipendenti statali, e che i migliori e più liberi elettori si reclutarono nelle professioni e nelle industrie viventi di vita propria, senza bisogno di largizioni governative.

 

 

In un regime individualistico la libertà è possibile perché l’industriale vive dei frutti della sua fabbrica, il contadino del suo campo, e non hanno nessuno al disopra di loro e non temono di essere licenziati dall’impiego da nessun superiore.

 

 

In una società siffatta, la morte civile pronunciata da un partito ha un’importanza affatto individuale. Significa soltanto che gli elettori del partito socialista non daranno più, alle prossime elezioni, il voto all’escluso e costui dovrà rivolgersi ad elettori appartenenti ad altri partiti o ad altre classi sociali.

 

 

In una società socialista, invece, le cose andranno un po’ diversamente. A meno di supporre un socialismo che tale non sia e prendere la parvenza della cosa per la sua sostanza, è evidente che il regime socialista significa uno stato di cose in cui le varie industrie e professioni sono esercitate dagli enti politici, grandi o piccoli, per mezzo di proprii impiegati.

 

 

Allora il cittadino, il quale contraverrà alle idee, alle regole fissate dall’amministrazione pubblica, ovvero incorrerà nello sdegno dei governanti, correrà il pericolo di cadere vittima di una morte civile, la quale sarà veramente terribile. Non si tratterà soltanto della secessione o della espulsione da un partito, ma della esclusione dagli impieghi distribuiti dalla società socialista, impieghi i quali, è d’uopo ricordarlo, saranno il solo mezzo di vita per gli uomini d’allora.

 

 

Nello stesso modo in cui lo stato adesso non conserva nelle sue amministrazioni uomini i quali apertamente si dichiarino contrari agli ordini esistenti e predichino la ribellione ai superiori, così lo stato od il comune socialista inviterà a dar le sue dimissioni quell’impiegato il quale consigli la disubbidienza agli ordini dei superiori o vada predicando che le leggi esistenti devono essere violate od i principii fondamentali dello stato sovvertiti.

 

 

Ora però gli impiegati sono l’infima minoranza della popolazione, e gli espulsi, i dimissionati, i boicottati possono dedicarsi ad altre occupazioni, sia per conto proprio, sia per conto di altri imprenditori privati.

 

 

In una società socialista, in cui l’unico industriale sarà lo stato, od industriali saranno enti politici legati insieme da una stretta comunanza di interessi, che cosa dovrà fare il compito dalla esclusione dalla società socialista?

 

 

Appellarsi agli elettori e costituire un altro partito per impadronirsi del potere. Magra soddisfazione, se si pensa che nel frattempo bisognerà pur vivere e che gli elettori saranno tutti impiegati governativi e perciò scarsamente indipendenti nella manifestazione della loro volontà.

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