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Corriere della Sera

Municipalizzazioni e partecipazioni agli utili

«Corriere della sera», 31 maggio 1914

 

 

 

Il programma della Democratica Lombarda elenca tra i suoi caposaldi: «Municipalizzazione dei pubblici servizi, riscatto totale e conseguente municipalizzazione del servizio tramviario, con solide garanzie di carattere industriale. Equa e stimolante partecipazione del personale agli utili dell’azienda. Studio e preparazione della futura rivendicazione al Comune del servizio del gas ora monopolizzato dall’industria privata». Pare la brutta copia del programma dei socialisti, i quali, almeno, si limitano, più sobriamente, a volere la «Municipalizzazione delle tramvie cittadine con criteri industriali e sulla base della compartecipazione all’esercizio e agli utili da parte del personale tramviario».

 

 

Bella e brutta copia sono però indice di una mentalità arretrata in fatto di servizi pubblici. Pare di essere ritornati indietro, dieci o vent’anni fa, quando la municipalizzazione diretta rappresentava un vangelo, un ideale, il massimo beneficio immaginabile per la collettività. Ma da dieci anni in qua il mondo ha fatto della strada ed il problema della municipalizzazione nuda e cruda, con relativo carattere industriale, appartiene alla preistoria. Il problema che nei paesi progrediti nella pratica municipale, in Inghilterra, in Germania, negli Stati Uniti si discute, non è più: siete a favore o contro la municipalizzazione dei pubblici servizi? Ma un altro: quale è il metodo migliore per dare il miglior servizio, al massimo buon mercato possibile, tenendo conto altresì delle esigenze della finanza comunale e di un equo trattamento degli addetti al pubblico servizio? è un problema che comporta molte soluzioni, di cui l’esercizio diretto è una sola. Vogliono sapere i democratici quale è il metodo più moderno, up-to-date, la novità più recente d’oltre mare? La concessione senza termine fisso, ossia la concessione data ad una società senza indicazione del periodo di tempo per cui è data, colla clausola che il concessionario, soddisfi alle esigenze del pubblico servizio, sia riguardo a qualità e modalità, sia riguardo a prezzo; con diritto all’ente pubblico, Comune o Stato, di por termine alla concessione in qualunque momento, quando intenda di assumere l’esercizio diretto, o quando il concessionario non soddisfi alle esigenze del servizio. Nessuna società privata in apparenza avrebbe dovuto aver convenienza ad accettare patti che la danno piedi e mani legati in balia del Comune; eppure parecchie di queste concessioni hanno avuto un notevole successo; e non sono rari i casi di compagnie che rinunciarono alle vecchie concessioni per passare sotto il nuovo regime. Tanto la municipalizzazione, quanto la concessione per periodi fissi di tempo a società private sono soluzioni grossolane ed empiriche; la tendenza prevalente nei paesi più moderni è di adottare soluzioni complesse che abbiano riguardo:

 

 

  • 1) alla necessità di un esercizio economico, cosa che spesso, se non sempre, si ottiene più facilmente grazie all’interesse privato di un esercente;
  • 2) alla necessità di dare all’ente pubblico tutti i profitti dell’azienda, specialmente i profitti imprevisti futuri derivanti dall’incremento del traffico, dando all’esercente privato solo quel compenso minimo che in ogni modo il Comune dovrebbe pagare ai suoi obbligazionisti e consentendogli un compenso maggiore solo se egli riesca a fare, per virtù propria, dei risparmi nel costo di esercizio;
  • 3) alla necessità di non porre alcun vincolo al Comune nella estensione futura e nelle trasformazioni dei servizi pubblici;
  • 4) alla convenienza di fissare per i consumatori prezzi bassi e suscettibili di variazioni in meno in qualsiasi momento;
  • 5) alla necessità di avere un personale scelto, laborioso ed affezionato.

 

 

I paesi moderni cercano di risolvere questo complicatissimo problema con tentativi laboriosi e geniali. Milano, a suo tempo, ebbe il contratto Ponzio coll’Edison, che fu un progresso rispetto ai contratti precedenti. L’ing. Renzo Norsa, tecnico valente in queste materie, conoscitore profondo dei sistemi nord-americani, ha dimostrato sul Secolo, in modo che anche a noi sembra degno di attento esame, che il contratto Ponzio non ha dato tutti quei frutti che da esso si speravano e che esso deve essere profondamente riveduto. Su questo terreno, che è il vero terreno dell’interesse generale, dovrebbe essere portato il problema. Invece i democratici si mettono alla coda dei socialisti e gridano: municipalizzazione. Che è una parola piena di vento, sotto cui può nascondersi un successo brillante ovvero un disastro, a seconda dei casi.

 

 

Vi aggiungono, per acchiappare i voti dei tramvieri, un’altra parola: partecipazione degli agenti agli utili. Anche qui dimostrano di essere grandemente in arretrato. Essi non dubitano neppure che la partecipazione agli utili è, come sistema generale, un vecchiume antiquato, un fossile di 50 o 60 anni fa, caduto oramai nel discredito universale. La partecipazione agli utili è buona, è utile per quel ristretto numero di agenti, i quali hanno funzioni direttive, ed i quali esercitano una influenza diretta, coll’opera loro, sulla produzione degli utili. Agli altri, alle masse, la partecipazione agli utili dà delle somme ridicole: ed a ragione è veduta con sospetto dagli operai stessi di cui vincola la libertà di movimenti. Per gli operai in Inghilterra, negli Stati Uniti, nei paesi cioè dove gli operai guadagnano di più e si sono sostituiti alla partecipazione altri metodi più produttivi è più fecondi: le varie forme di salario a premio, l’azionariato operaio, che interessano l’operaio al lavoro che compie e gli danno un maggior lucro quando egli lavora maggiormente o meglio, o che gli danno il gusto del risparmio e l’abitudine all’amministrazione. Le grandi compagnie del gas di Londra hanno dato al mondo esempi memorandi e degni di studio. Ma ogni metodo deve essere adatto all’industria di cui si tratta. I premi che sono efficaci nell’industria del gas non servono a nulla in quella delle tramvie. Il diritto degli operai ad avere azioni privilegiate, pagabili a piccole rate, della compagnia esercente, con diritto ad una propria rappresentanza nel Consiglio di amministrazione richiede che gli operai abbiano un minimo di fiducia nell’impresa a cui sono addetti. Invece di risolvere questi problemi concreti, i democratici ripetono il ritornello: partecipazione agli utili! Perché non propongono di dare una partecipazione agli utili anche ai pochi addetti alla fortunata impresa idroelettrica?

 

 

Forse perché sono pochi; o perché non sono elettori di Milano o perché si arricchirebbero soverchiamente senza alcun merito? Forse non lo sanno nemmeno essi; ma ripetono partecipazione agli utili come ai tempi della buona anima di Fourier.

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