Musica in pericolo

Tratto da:

Il Mondo

Data di pubblicazione: 19/01/1952

Musica in pericolo

«Il Mondo», 19 gennaio 1952

 

 

 

Riceviamo dall’amico Manlio Magini[1] questa lettera che volentieri pubblichiamo, perché viene a correggere un errore di ragionamento nel quale eravamo caduti per amor di causa (vedi Taccuino, Musica in pericolo, «Il Mondo» Anno III. 51).

 

 

Caro Pannunzio,

 

 

Anche «Il Mondo» persino «Il Mondo» difende una causa, sia buo­na o cattiva, prendendo le mosse da un volgarissimo sofisma: « lo Stato destina miliardi per sov­venzionare (certi) enti e ricava questa somma dai proventi era­riali di altri spettacoli, non la sborsa direttamente».

 

 

Questo è un sofisma che, accet­tato, minaccia di rovinare le pub­bliche finanze. Non è vero che lo Stato non sborsi nulla (qualunque sia lo scopo), perché la somma sborsata è parte di una speciale imposta, nel caso specifico sui pubblici spettacoli. Se la proposi­zione fosse vera per le tasse sui pubblici spettacoli, sarebbe stata vera per il prelievo del 50% sugli aumenti dei fitti. Non lo Stato avrebbe sopportato il costo delle case costituende, ma un gruppo particolare di contribuenti, fossero proprietari od inquilini. Se la pro­posizione fosse vera per le tasse sui pubblici spettacoli, sarebbe ve­ra per le spese a miliardi del Coni, pagate non dall’erario, ma dalle tasse sul totocalcio. Se fosse vera, di che ci si lamenta quando gli impiegati alle Finanze, al Tesoro, alla Corte dei Conti mettono in tasca le taglie percepite a titolo di casuali su coloro che devono ri­correre ai loro buoni uffici per ottener cosa a cui hanno diritto e per cui gli impiegati sono pagati? Se fosse vera, le tabacchine avreb­bero ragione di pretendere una quota dei proventi del Monopolio, perché esse attendono alla fabbri­cazione delle sigarette; e gli operai del Poligrafico potrebbero giusta­mente mettersi in tasca uno su ogni dieci biglietti da mille da essi messi al mondo.

 

 

La verità è che unicamente lo Stato ha diritto di stabilire impo­ste e che il provento delle imposte, tutto il provento, sotto detrazione delle pure spese di riscossione, de­ve essere versato nelle casse dello Stato Gli enti lirici non hanno il minimo ragionevole diritto ad una qualsiasi, anche impalpabile, quo­ta dei provento delle tasse sui pubblici spettacoli, più di quanto abbiano diritto ad una quota dell’imposta sui terreni, o di succes­sione o di altro tributo qualsisia.

 

 

Si può discutere sulla ragionevo­lezza e sulla gravezza delle tasse sui pubblici spettacoli. A me, in questo misero mondo di imposte, paiono tra le ottime immaginabi­li, quasi altrettanto come quella sul tabacco. Altri le giudicherà pessime o mediocri o meno buone di quei tributi che si potrebbero immaginare in loro vece- Giudice è l’elettore medio e suo interprete è il Parlamento. Risoluto il pro­blema del se istituirle e dell’a quanto fissarle, altro non c’è, tut­tavia, da fare se non farle incas­sare dal Tesoro. In altra sede, il Governo proporrà e il Parlamento deciderà se sussidiare e in qual misura gli enti lirici. Il problema dell’aiuto statale alla musica non ha nulla a che fare con il provento della tassa sui pubblici spettacoli; e deve essere risoluto sulla base della situazione gerarchica della invocata spesa per gli enti lirici nel lunghissimo elenco delle spese proprie degli Stati moderni. Il col­locamento di quella spesa nel qua­dro di priorità delle spese pubbli­che è la risultante di un insieme di forze: opinione pubblica, gior­nali, interessi particolari, pressio­ni sui governi e sulle amministra­zioni, dibattiti parlamentari. La grande lotta per le priorità si ri­solve per lo più a danno delle spese «silenziose» ed a pro’ di quelle «vociferanti»; intendendo per «vociferanti» quelle che hanno dietro di sé i milioni di pubblici impiegati o di aspiranti al pubbli­co impiego, gli interessi dei forni­tori, le grida dei disoccupati in industrie passive; e per «silenzio­se» quelle che non hanno dietro di sé uomini vivi e numerosi o ne hanno pochi e timidi: ad es., i libri delle pubbliche biblioteche, i crogioli dei laboratori universitari di chimica, i quadri esposti al cal­do e al freddo delle pinacoteche, le chiese medioevali pericolanti, le strade panoramiche deturpate da avvisi pubblicitari, gli scavi, di Pompei e di Pesto difesi solo da Maiuri o da Zanotti Bianco. Non intendo decidere se le voci degli enti lirici appartengano alla prima od alla seconda categoria. Se ri­salgo colla mente ai tempi nei quali i teatri di musica vivevano di vita propria o con modeste sovvenzioni, modeste anche se pagate in lire antiche, direi che la voce di coloro, tanto cresciuti in nu­mero, che vivono della vita dei teatri lirici, non sia oggi del tutto silenziosa.

 

 

Ad ogni modo, ella ha piena ragione di farsi paladino di questa o di quella spesa che a suo giudizio debba essere posta in alto nella scala delle priorità. Purché la sua difesa non poggi sul sofisma antico della correlazione fra una data en­trata pubblica ed una data spesa.

 

 

Sofisma che fu vanto del vecchio Piemonte di avere messo nel nulla sin da più di 230 anni la, istituendo il sistema del bilancio unico. Tutti i bilanci europei ro­vinavano in Quel tempo a causa del sofisma. Era liso allora attri­buire ad una data spesa il proven­to di una data imposta. Il pro­vento era insufficiente? e lo Stato non poteva adempiere all’ufficio che pur reputava importante. I colonnelli intascavano I’assegno per il vitto di un certo numero di soldati; e tutti i soldati in ruolo facevano mostra di sé nel giorno delle rassegne; ma il giorno dopo si squagliavano, che il colonnello non avrebbe potuto mantenerli tutti per tutto il mese. Sicché l’esercito andava in malora; e nel­le guerre vinceva quello Stato nel quale la gestione del bilancio era meno pessima, il provento di quella imposta era esuberante per quella spesa? e nasceva la baldo­ria. Quando i denari ci sono, bi­sogna spenderli ad ogni costo, per fas o per nefas: cosi come i diret­tori generali dei ministeri, prefetti e capi di servizi si riterrebbero disonorati se lasciassero andare in economia, riconsegnandone l’am­montare al Tesoro, una parte della somma iscritta su un capitolo di bilancio di loro spettanza. Miseria e spreco: questi sono i risultati fatali del sistema dei bilanci di spesa alimentati da entrate spe­ciali, altrimenti note nei libri co­me imposte di scopo.

 

 

Bello scopo! quello di creare affamati da un lato e mangiapane a tradimento dall’ altro. Bisogna persuadersi che fuor della via regia del bilancio unico non c’è sal­vezza; e che dar di scure nella selva selvaggia dei bilanci speciali, delle imposte di scopo, delle im­poste non versate fino all’ultimo soldo nella cassa unica, è forse il dovere più urgente degli uomini intesi al bene pubblico. Poi. que­sti uomini risseranno per tirare a sé la coperta comune. Ma sarà disputa aperta, a conti chiari, re­sa dinnanzi al tribunale di una opinione pubblica informata e di un Parlamento chiamato a votare ad occhi aperti.

 

 

Manlio Magini



[1] Una dichiarazione di Manlio Magini conservata nell’archivio di Luigi Einaudi attesta la paternità einaudiana del testo [ndr]

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