Tratto da:

Minerva

Nazionalismo economico e capitali stranieri

«Minerva», 15 febbraio 1914, pp. 145-147

 

 

 

La corrente d’idee la quale va sotto il nome di «nazionalismo» ha una importanza grande anche dal punto di vista economico; poiché coloro i quali si fecero banditori della nuova fede o norma di condotta politica non poterono ristringersi alla vita politica propriamente detta, interna od internazionale, ma vollero dare altresì alla loro azione un contenuto di incremento e di valorizzazione materiale della patria. E poiché il nazionalismo vuole promuovere la grandezza più della collettività che dei singoli, più della nazione che dei gruppi, più delle generazioni venture che delle presenti, ed innalza l’egoismo di specie o di razza al disopra dell’egoismo individuale, così non è da meravigliare che i rappresentanti di cotale indirizzo d’idee guardino con sospetto alle antiche dottrine economiche liberali, che a loro paiono soverchiamente egoiste ed individualiste e sieno tratti ad aderire ai principi opposti di una dottrina che, non volendo intendere all’arricchimento di gruppi industriali od operai ma all’incremento della potenza economica della nazione intiera e più della nazione futura che della nazione presente, potrebbe intitolarsi al «nazionalismo economico».

 

 

Contro l’asserzione generica che tra due norme opposte di condotta economica debba il legislatore preferire quella che meglio giova alla potenza della nazione, considerata nella continuità ininterrotta delle successive generazioni, non v’è nulla da obbiettare. Il dissidio non può sorgere sul fine, ma sui mezzi di attuare il fine unanimemente considerato desiderabile. Or su questo punto dei mezzi, i nazionalisti sono stati finora assai parchi di chiarimenti.

 

 

Non credo che una discussione aperta e profonda sia ancora avvenuta; e forse non avvenne perché non ancora è parsa chiara la via da percorrere ai promotori del movimento. Sebbene essi siano concordi nel volere una economia nazionale forte e capace di resistere nella lotta della concorrenza internazionale, non ancora si vede se essi preferiscano all’uopo una politica protezionista o liberista. Sebbene essi desiderino ingrandire la madre patria con l’aggregarvi economicamente le colonie di dominio italiano, non è chiaro se essi reputino di poter raggiungere tal fine mediante il metodo della porta aperta nelle colonie agli stranieri, o della esclusività o preferenza a favore degli italiani.

 

 

Se essi ritengono necessario che l’industria italiana muova alla conquista dei mercati esteri, apparecchiando nuovi campi all’operosità della stirpe italiana, non fu detto se essi reputino di poter meglio effettuare tale conquista dando la protezione giuridica e politica dello Stato a tutte le imprese italiane che liberamente vogliano tentare le vie della lotta commerciale od industriale, ovvero promuovendo il sorgere di organismi potenti, mantenuti col sacrificio dell’erario e dei consumatori italiani. Se da tutti si riconosce la opportunità di promuovere lo sviluppo delle energie nazionali, i nazionalisti non hanno ancora spiegato se essi reputino di potere più acconciamente eccitare questo sviluppo invitando i capitali stranieri a venire in Italia, parificando le imprese straniere alle italiane nelle forniture governative, ovvero elevando una barriera contro l’importazione dei capitali stranieri nel nostro paese e sancendo un diritto di preferenza a favore degli industriali italiani nei pubblici appalti.

 

 

Non io certamente vorrò discutere tutti questi formidabili problemi in alcune brevi colonne della Minerva. Vorrei soltanto tentare, studiando la soluzione di un singolo problema, di dimostrare come, ove il nazionalismo scelga mezzi adeguati al fine che esso si propone, deve necessariamente giungere a soluzioni identiche a quelle che sono messe innanzi dalla dottrina economica antica o classica o liberale o liberista che dir si voglia, e contrarie a quelle che sono propugnate dalla dottrina cameralista o protezionista.

 

 

Siccome i protezionisti dicono sempre di volere promuovere e difendere l’industria «nazionale», le energie «nazionali», il risparmio «nazionale», mentre gli economisti in genere e gli economisti liberisti in ispecie tendono ad aprire le porte d’Italia alle merci straniere, ai capitali stranieri, a dare parità di trattamento ai nazionali ed ai forestieri nelle colonie, così i nazionalisti sono portati istintivamente a preferire una dottrina la quale dichiara di volere la grandezza della nazione a quella che in apparenza ha tendenze internazionaliste ed antinazionali. Contro questa repugnanza istintiva ed apparentemente giusta dei nazionalisti verso le dottrine economiche, è tempo che gli economisti reagiscano.

 

 

Ripetutamente ho cercato già in altre occasioni – sulla mia Riforma Sociale, sulla Rivista delle società commerciali, e qui stesso discorrendo di imperialismo – di dimostrare che la contrapposizione della dottrina economica alla dottrina nazionalista è illogica ed erronea; ripetutamente ho tentato di mettere in chiaro come le soluzioni che gli economisti danno ai problemi concreti economici siano le vere soluzioni «nazionaliste», come quelle che tendono a crescere la forza, attuale e futura, della nazione, mentre le soluzioni dei protezionisti e dei cameralisti sono «antinazionali», come quelle che tendono a scemare la ricchezza e la forza, attuale e futura, del paese. Ma giova insistere. Poiché pur sempre contro di noi risorgono i sospetti e le accuse, mosse dalla circostanza che noi partiamo dalla premessa dell’uguaglianza di trattamento dello straniero all’italiano, della porta libera, della concorrenza illimitata; mentre i nostri avversari protezionisti e cameralisti si procacciano simpatie affermando di volere la prevalenza «legale» del capitale, dell’industria e del lavoro nazionale in confronto a quello straniero.

 

 

Un punto il quale assai bene si presta a chiarire la vera soluzione, dirò così, «nazionalista» del dibattito è quello della immigrazione e della emigrazione dei capitali.

 

 

Dicono gli economisti: «è conveniente che in Italia si lascino liberamente entrare i capitali stranieri»; e ribattono i cameralisti: «è necessario di impedire che il capitale straniero riduca ad uno stato di vassallaggio la nazione, e quindi è opportuno che al fabbisogno dello Stato e delle imprese nostre si provveda, per quanto è possibile, col risparmio nazionale». Quale di queste due è la soluzione nazionalista? Ove si faccia la premessa che tutti gli elementi del costo del capitale straniero ed italiano siano calcolati, è evidente che la paura del vassallaggio economico è chimerica e che la libertà di immigrazione del capitale straniero è massimamente giovevole alla potenza economica nazionale, mentre ogni vincolo ad essa non può non essere nocivo. Ed, invero, che cosa significa la fatta premessa intorno alla necessità di tener conto di tutti gli elementi del costo comparativo del capitale straniero ed italiano?

 

 

Vuol dire essere necessario distinguere fra i mercati internazionali politici e quelli economici di capitale. È un mercato politico Parigi, perché in esso dal debitore si pretende talvolta, oltre all’interesse in denaro, un interesse in riconoscenza politica, difficilmente valutabile in denaro, il cui peso può essere grandissimo. La Francia potrà concedere mutui al mite interesse del 4 per cento; ma se a questo interesse «in denaro» aggiungiamo l’onere politico di dovere essere alleati od amici della Francia nelle controversie d’indole internazionale, onere che non può valutarsi per lo più in lire, soldi e denari, ma che, per chiarezza e comodità di ragionamento, valuteremo al 2 per cento, ecco che il prezzo totale del capitale giunge al 6 per cento. Sarebbe irrazionale, anche dal punto di vista economico puro, immaginare che il tasso di interesse a cui gli stranieri possono in Francia procacciarsi capitali sia del 4 per cento; mentre invece esso è in realtà del 6 per cento.

 

 

Il che non vuol dire che in Francia il mercato del capitale sia puramente politico; ben potendo darsi che vi siano banchieri e gruppi finanziari, i quali fanno mutui a Stati ed imprenditori stranieri senza chiedere licenza ai propri governanti. È augurabile che codesti casi di indipendenza si moltiplichino. Per ora però sono rari e non riescono a togliere il carattere prevalentemente politico al mercato francese. Accanto ai mercati, nei quali per lo più all’interesse in denaro si aggiunge un super-interesse politico, mercati caratterizzati dal fatto che i ministri del tesoro hanno un’ingerenza diretta nelle borse, possono consentire o negare il diritto alle quotazioni od alle pubbliche emissioni, e queste sono un affare di Stato, vi sono i mercati, nei quali il fattore politico è quasi completamente assente e l’interesse è puramente un interesse in denaro.

 

 

Questi mercati si chiamano Londra, Bruxelles, Amsterdam, Ginevra, Zurigo; nelle quali città il capitale vendesi, a parità di sicurezza, al più alto offerente, senza ingerenze dei governanti, dei ministri del tesoro, senza diritto di divieto all’emissione e senza aggiunte di super-interessi politici. Londra è il principale di questi mercati, in cui i capitali si mutuano per ragioni pure economiche, ma non meno interessanti sono i mercati belgi, olandesi e svizzeri, come quelli che servono da intermediari per la trasformazione dei capitali politici francesi in capitali neutri internazionali.

 

 

Parigi non farebbe mutui a Berlino, a Vienna od a Roma senza esigere oltre al 4 per cento in denaro, per ipotesi, un super-interesse più o meno elevato, ad es. del 2 per cento, in riconoscenza politica; ma Parigi mutua a Bruxelles, a Ginevra od a Zurigo al 4 e 1/4 per cento in denaro senza esigere nessun’aggiunta politica, la quale non avrebbe senso in confronto di paesi politicamente neutri; e Bruxelles, Ginevra e Zurigo mutuano o potrebbero mutuare a Berlino, Vienna e Roma al 4 e 1/2 per cento, prelevando i banchieri svizzeri una tangente dello 0.25 per cento di commissione per il servizio reso ai debitori di avere trasformato il super-interesse politico non valutabile in denaro in un’aggiunta di uno 0.50 per cento di interesse pecuniario semplice al 4 per cento preteso in origine dalla Francia a chi ad essa si rivolgeva direttamente.

 

 

Abbiamo quindi dinnanzi a noi tre specie di mercati:

 

 

a)    politici, in cui si possono trovare a mutuo capitali al 4 per cento, assoggettandosi però al pagamento di un super-interesse di riconoscenza politica, che si valuta nel 2 per cento, non perché questa sia la valutazione esatta, ma per segnalare il peso morale assai grave dell’onere per tal modo incontrato dal debitore;

 

b)    economici, tipo Londra, in cui i capitali si locano al 4.50 per cento;

 

c)    intermediari, tipo Bruxelles, Ginevra, Zurigo, Amsterdam, in cui pure i capitali, procacciati al 4 e 1/4 per cento, si locano ai debitori definitivi al 4.50 per cento.

 

 

Quale sarà la linea di condotta «nazionalista» che dovrà essere seguita nell’interesse del nostro paese? È chiarissimo che alla domanda non si potrà dare una risposta unica; ma questa dipenderà dalle condizioni del mercato interno, ossia dal prezzo del denaro in Italia in confronto al prezzo dei mercati esteri.

 

 

Se in Italia il tasso dell’interesse, a cui lo Stato ed i privati intraprenditori possono procacciarsi capitali, è del 4 per cento, evidentemente non converrà ricorrere all’estero. Non converrà far mutui sui mercati politici, perché è assurdo caricarsi del gravame di un super- interesse in riconoscenza politica verso la Francia, quando in Italia i capitali si affittano al 4 per cento come in Francia. Il fatto che i due tassi di interesse sono identici, prova che il nostro paese produce capitali in uguale abbondanza come il vicino; sicché una importazione di essi sarebbe antieconomica. Neppure sarebbe conveniente mutuar denari sui mercati economici al 4.50 per cento, perché ciò equivarrebbe a voler caricare sulla industria nazionale un maggior onere di interessi dello 0.50 per cento, il quale potrebbe essere risparmiato ricorrendo ai produttori interni di capitale.

 

 

Se invece in Italia il tasso dell’interesse è del 5 per cento, la soluzione a cui si deve giungere nell’interesse nazionale, se non muta rispetto al mercato politico, diventa diversa rispetto ai mercati economici stranieri. Non conviene ricorrere al mercato politico (tipo Parigi), sebbene il tasso di interesse in denaro che ivi si paga – 4 per cento – vantaggiosamente si paragoni al tasso di interesse che si paga in Italia, il quale è del 5 per cento.

 

 

Sebbene lo Stato o gli imprenditori italiani possano risparmiare, ricorrendo alla Francia, l’uno per cento in denaro, è conveniente rinunciare al vantaggio, per non subire il danno del super-interesse politico, che fu valutato sopra al 2 per cento, ma che meglio si dovrebbe dire incommensurabile. Anche se il tasso dell’interesse si innalzasse fra noi al 6, 7 o 10 per cento e si abbassasse in Francia al 3 per cento, non ancora converrebbe far mutui in Francia, poiché l’aggiunta del super- interesse politico ha un peso ignoto, ma che dalla maggioranza degli italiani sarà probabilmente reputato superiore al possibile risparmio nell’interesse pecuniario. Questa maggioranza reputerà conveniente sottostare ad un più forte peso di tributi, forsanco uguale al 3, 4, 7 % in più sul capitale mutuato, pur di poter conservare la propria indipendenza politica.

 

 

Nessuna ragionevole obbiezione può invece muoversi ai mutui fatti al 4.50 per cento sui mercati stranieri economici od intermediari, quando il tasso di interesse in Italia sia del 5 per cento. In questo caso:

 

 

  • si è sicuri di prendere a nolo i capitali occorrenti per lo sviluppo dell’industria nazionale al 4.50 per cento e nulla più, senza alcuna aggiunta politica;

 

  • il fatto che in Italia i capitali si locano al 5 per cento significa che essi sono insufficienti al bisogno; e che vi sono numerose industrie ed impieghi fecondi di un reddito inferiore al 5 per cento, ma superiore al 4.50 per cento, che non possono svilupparsi perché in Italia fa difetto il capitale per la loro fecondazione;

 

  • epperciò l’importazione di capitali mutuati all’estero al 4.50 per cento è grandemente benefica al paese, come quella che permette l’utilizzazione di ricchezze che altrimenti rimarrebbero latenti ed inutili, cresce la capacità produttiva del paese, la forza sua in capitali ed in uomini, e precorre ed affretta il giorno, in cui il paese, per tal modo arricchito, potrà rimborsare altrui i capitali mutuati e diventare esso stesso prestatore di capitali.

 

 

Si conclude perciò che la vera politica nazionalista di fronte ai capitali stranieri non sta nel respingerli sempre come dannosi all’indipendenza del paese; ma nel respingerli quando il loro ingresso sia condizionato a clausole di alleanze od amicizie o concessioni politiche e nell’accoglierli con cortesia e compiacimento ogni qualvolta essi ci siano offerti da mercati finanziari puramente economici a condizioni più favorevoli di quelle a cui i capitali medesimi si ottengono in paese.

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